Hold Your Fire
Artista: Rush
Etichetta: Mercury Records
Uscita: 1987
Voto: 5/5
“Hold Your Fire” è l’album in cui i Rush hanno toccato il punto più alto della loro era “synth”, sia nel suono sia nello stile di scrittura. I ragazzi hanno confermato Peter Collins al timone della produzione e così sul nuovo disco hanno mantenuto il suono del predecessore “Power Windows”. “Hold Your Fire” è il momento della carriera dei Rush in cui si sono avvicinati di più al suono pop nel loro modo di fare musica, dove per tutti gli anni Ottanta, con più o meno fortuna, hanno sempre infilato le mode del momento. “Hold Your Fire” è quindi l’album in cui ai Rush è riuscita meglio, su tutta la linea, l’integrazione degli elementi pop dell’epoca nel battito della loro idea di musica. Per questo non è per niente un disco per gli amanti del suono “pre-Signals” della band, anche se già l’album “Signals” è bello lontano.
Probabilmente ti chiedi che differenza ci sia tra “Power Windows” (1985) e “Hold Your Fire” (1987). Quest’ultimo ha spogliato i pezzi al punto da farci concludere che i Rush, nel modo di scrivere, si sono avvicinati il più possibile allo schema pop da manuale: pre-ritornello più ritornello (2 volte di fila), più parte strumentale centrale, più ripetizione del ritornello. In altre parole, è un disco in cui i brani sono potati ancora di più nei motivi, ma in compenso quei motivi sono molto più chiari e messi in risalto. Per dirla tutta, è uno degli album più ascoltabili della discografia della band, tra i più facili da conquistare, uno di quelli che ti si infilano sotto pelle senza accorgertene e in tutta spontaneità, senza alcuno sforzo e senza dover cercare chiavi di lettura (che poi, in generale, è la più grossa stupidaggine che ci sia). “Hold Your Fire” è un disco incredibilmente dinamico, fluido e mutevole nei motivi e nelle atmosfere.
I Rush hanno quindi semplificato ancora un po’ lo stile di composizione e così i pezzi, intagliati attorno a ritornelli che volano altissimo, sono cuciti ancora più addosso a quella produzione che all’epoca piaceva ai ragazzi e che in questo periodo per loro rappresentava una formula collaudata. Se “Power Windows” conservava ancora qua e là qualche giochino sperimentale nelle parti centrali come nei finali dei brani, adesso anche quello non c’è più, o meglio, quell’aspetto è diventato ancora più curato e sofisticato. Per questo, per orecchie poco esigenti, il disco è tanto più dolce: è il Rush art rock più orientato al pop.
“Hold Your Fire” è anche l’album più positivo di tutti quelli dei Rush. I testi sono di nuovo più personali. Nei versi Peart cerca, ed è il filo rosso di tutti i pezzi per quanto riguarda la poesia, la pace con il mondo, l’accettazione del mondo così com’è, il bisogno di crescita spirituale e di raggiungere un livello più alto di autoconsapevolezza, di maturità emotiva e spirituale, e di autonomia e indipendenza di questo tipo. I testi di “Hold Your Fire” dimostrano che i Rush hanno raggiunto un nuovo livello, più alto, di maturità intellettuale nella propria espressività, che, unita a un’ulteriore riduzione dell’abilità tecnica della band a favore di una melodicità più alta, ottima e rifinita del nuovo album, funziona vittoriosamente da ogni punto di vista e in questo si lascia chiaramente alle spalle i tre album in studio precedenti.
Force Ten, come brano d’apertura, definisce il volto dell’intero disco. Se questo pezzo ti entra in testa, ti entrerà tutto “Hold Your Fire”. È un pezzo un po’ più tirato di quanto si converrebbe per l’inizio di un disco. Già con Time Stand Still, però, i Rush riescono a servire un brano che è il momento della carriera in cui la band si è avvicinata con più successo alla retorica pop anni Ottanta. È infatti un pezzo composto alla perfezione, meglio di così non si può, e come tale merita di andare dritto sulle frequenze delle onde radio. Il tipo di hit di cui non ti stanchi mai mentre lo ascolti. Insomma, il prototipo del brano con il potenziale per un sempreverde coi fiocchi. Il senso della melodia perfetta nella composizione qui è capitalizzato ancora una volta in modo ottimale e coronato alla perfezione dall’approccio emotivamente sofisticato di Lee. A questo brano, nelle loro vesti sul disco, si avvicinano di più anche Mission e Prime Mover. Un po’ più di drammaticità il trio se la concede in Lock And Key e Turn The Page, mentre Tai Shan è un tentativo riuscito di mescolare il suono dei Rush con una melodia da cliché dello spirito cinese. High Water in chiusura, dopo Tai Shan, conferma la calma totale del disco che, nel mettere in fila un ricco quadro sonoro tra i mattoni fondamentali del suono Rush, funziona in linea con la tradizione in modo particolarmente benefico e potrebbe essere usata come sottofondo sonoro in varie tecniche di rilassamento. In questo pezzo, di giro in giro, vengono sempre più in primo piano la batteria di Peart in combinazione con le percussioni elettroniche, che radicano a terra il momento esoterico della melodia del brano, creata sul (ormai ben noto) tappeto di synth sullo sfondo.
Le parti strumentali centrali dei brani sono sfoltite. Di solito troviamo solo un fluire di collage di sintetici di tastiera e i toni echo delay ultra dettagliati e taglienti di Lifeson, che, appendendosi spesso alla leva del tremolo, costruiscono motivi semplicissimi, tali da non rompere in nulla la compattezza dei motivi guida. Lifeson che rispetta i limiti imposti dalla posizione subordinata della chitarra, in termini di parità di produzione con gli altri strumenti. Richiede uno sforzo in più. Non è uguale dove, come e quando piazzi una singola nota. Soprattutto se con le note sei limitato. Il minimalismo è saggezza e Lifeson, sugli album Rush dell’era synth, tenendo conto di questo elemento, non è affatto un muto spettatore che i colleghi usano ogni tanto come premio e come spezia, ma un tassello importante del suono Rush degli “eighties”. Anche questi momenti vengono di nuovo setacciati in modo geniale dalle percussioni elettroniche di Neil Peart, che aggiungono quell’importante contrappeso, rafforzano l’atmosfera e costruiscono la dinamica dei brani.
Siccome i brani sono semplificati e i motivi di base messi in risalto in modo così chiaro, abbiamo la sensazione che le composizioni siano molto più rifinite e varie che su “Power Windows”, dove tra un pezzo e l’altro non c’erano particolari scarti. “Hold Your Fire” è il culmine dell’era “synth eighties” dei Rush. Dopo, i ragazzi hanno ricominciato a rivitalizzare la posizione rock dei singoli strumenti in produzione. Le tastiere hanno iniziato a farsi da parte, mentre la chitarra è tornata a “pestare” di riff. “Hold Your Fire” resta l’album più compiuto dell’era “eighties” dei Rush!
Formazione
Geddy Lee – voce, basso, pedali del basso, synthesizer
Alex Lifeson – chitarra
Neil Peart – batteria, percussioni acustiche ed elettroniche
MUSICISTI OSPITI:
William Faerey Engineering Brass Band – fiati
Andrew Jackman – arrangiamenti per fiati
Aimee Mann – cori
Steven Margoshes – arrangiamenti per archi
Andy Richards – tastiere
Produzione
Peter Collins & Rush
Tracklist
1. Force Ten (4:31)
2. Time Stand Still (5:08)
3. Open Secrets (5:37)
4. Second Nature (4:36)
5. Prime Mover (5:18)
6. Lock And Key (5:09)
7. Mission (5:15)
8. Turn The Page (4:55)
9. Tai Shan (4:15)
10. High Water (5:33)
Durata dell’album: 50.17