Power
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Kansas
Etichetta: MCA Records
Uscita: 1986
Durata: 39:22
Voto: 4/5
Dopo la figuraccia del precedente “Drastic Measures” (1983), che era stato più o meno una delusione anche per i fan di lunga data, e dopo lo scioglimento del gruppo nel 1985, i Kansas tornano sulla scena con “Power”, ma stavolta con una formazione radicalmente cambiata. Kerry Livgren, chitarrista e tastierista, e il bassista Dave Hope, due cristiani born again che con il loro fervore religioso erano diventati sempre più insopportabili e avevano cominciato a danneggiare l’immagine di questa leggendaria band di rock progressivo americana, se ne sono andati per dedicarsi alla carriera solista e all’attività missionaria. In parte anche perché non si aspettavano che qualcuno osasse portare avanti la storia dei Kansas senza di loro.
Il batterista Phil Ehart e il chitarrista Rich Williams, gli ultimi due membri originali, per fortuna non sono rimasti con le mani in mano e si sono messi subito in moto, decisi a ridare dignità alla band ormai a pezzi. Al loro richiamo è rientrato nel gruppo il carismatico Steve Walsh, alla voce solista e alle tastiere, che si è portato dietro dalla sua band Streets il bassista Billy Greer. Con lui è arrivato un altro virtuoso della chitarra americano, Steve Morse (ex Dixie Dregs, poi nei Deep Purple), che all’epoca, almeno sulla carta, sembrava il sostituto ideale dell’insostituibile Livgren e in seguito ha ripagato la fiducia, almeno in parte, anche se il suo stile di gioco era parecchio diverso da quello del predecessore. Da ex Dixie Dregs ha portato nel gruppo anche un pizzico di folk.
Va detto che all’epoca di “Power”, nonostante il rimescolamento della formazione, la fine delle prediche cristiane dell’asse Livgren-Hope-Elefante e qualche idea fresca, i Kansas erano ormai più una band di rock melodico che di prog, e per molti versi seguivano le tendenze di quegli anni. Eppure la maggior parte delle idee musicali di questo disco è migliore di quelle del predecessore, e anche i testi si sono finalmente scrollati di dosso l’asfissiante zavorra predicatoria.
Gran parte del merito se la band è rientrata in scena con successo e per un breve periodo ha conquistato il cuore della nuova generazione MTV va al singolo di successo, la splendida power ballad “All I Wanted”, che sotto forma di video è andata in heavy rotation sulle tv musicali. Questo evergreen eccellente non potrebbe essere più lontano dal sound tradizionale dei Kansas. Ricorda molto di più certe band AOR alla Journey, o ancora prima i Rainbow con Joe Lynn Turner in formazione. Non sorprende che la band lo eviti apposta dal vivo ormai da anni, ma il testo d’amore, il ritornello e il video con le belle ragazze come protagoniste hanno stregato del tutto la generazione MTV di allora e hanno portato ai Kansas un tipo di fan completamente nuovo.
La band risvegliata ha lasciato su “Power” anche un sacco di altro materiale di qualità. L’opener travolgente “Silhouettes In Disguise”, per esempio, rimette in scena un volto del gruppo un po’ più duro e annuncia un inizio di disco pieno di energia. La title track, uscita anch’essa come singolo, nonostante il ritornello pomposo da arena rock non ha avuto il successo che i membri della band si aspettavano, anche se è tutt’altro che un brutto pezzo. L’unico momento davvero più debole e meno ispirato del disco è “Secret Service”, che con il ritornello monotono e il testo piccante ricorda più una band hair metal dell’epoca che i Kansas.
“We’re Not Alone Anymore” è un incrocio abbastanza elementare tra rock melodico e hard rock, che potrebbe stare su un qualsiasi disco degli Streets. Morse intanto, con assoli innovativi e frasi di chitarra spiritose, dimostra a ripetizione la sua maestria strumentale. Lo strumentale “Musicatto” è una piccola lezione di virtuosismo e il risveglio dei Kansas prog. Anche la pastorale “Taking In The View” ha parecchi punti in comune con alcune delle loro ballad del passato.
“Three Pretenders” sazierà ancora oggi più di un buongustaio dell’AOR, perché oltre a una ricca linea di sintetizzatori ha un ritornello ipnotico. Lo stesso si può dire di “Tomb 19”, che grazie ai sintetizzatori scintillanti ha anche un pizzico di mistero, quello che si era perso dall’addio di Walsh in poi. La power ballad conclusiva “Can’t Cry Anymore”, con un arrangiamento sinfonico spettacolare e una delle interpretazioni più emozionanti di tutta la carriera di Walsh, a sorpresa non è entrata nelle classifiche radiofoniche di allora anche se aveva tutte le carte in regola per l’impresa.
Se riesci a tenere conto che “Power” è per molti versi lo specchio dell’epoca in cui è nato (la seconda metà degli anni Ottanta), perdonerai almeno in parte ai Kansas il prosciugamento delle radici prog rock e l’occhiolino alle tendenze musicali del momento, perché alla fine si tratta di un ottimo disco di rock melodico con qualche lampo art rock qua e là. Per i campioni del prog rock americano ha segnato soprattutto l’inizio di una nuova fase, in cui sono riusciti a girare a proprio vantaggio l’umore musicale di quegli anni e a conquistare il cuore di una generazione di fan completamente nuova. È insomma uno di quei dischi che i puristi del prog rock ancora oggi disprezzano, mentre resta una vera leccornia per tutti i buongustai dell’AOR e per chi ascolta con un orizzonte musicale ampio.
Formazione
Steve Walsh – voce, tastiere
Phil Ehart – batteria
Billy Greer – basso, cori
Steve Morse – chitarra elettrica
Rich Williams – chitarra elettrica
MUSICISTI OSPITI
orchestra filarmonica diretta da Andrew Powell
Produzione
Andrew Powell
Tracklist
1. Silhouettes in disguise (4:26)
2. Power (4:25)
3. All I wanted (3:20)
4. Secret service (4:42)
5. We’re not alone anymore (4:16)
6. Musicatto (3:30)
7. Taking in the view (3:06)
8. Three pretenders (3:50)
9. Tomb 19 (3:46)
10. Can’t cry anymore (4:01)