Princess Alice And The Broken Arrow
Autore: Peter Podbrežnik, Aleš Podbrežnik
Artista: Magnum
Etichetta: SPV Records
Uscita: 2007
Durata: 62:35
Voto: 3.5/5
recensione n. 2 di: Peter Podbrežnik (5.11.2016)
I campioni inglesi dell’artrock Magnum hanno proseguito con »Princess Alice and the Broken Arrow« il loro rientro in grande stile sulla scena, iniziato con l’album del ‘ritorno’ »Breath of Life« (2002) e poi con »Brand New Morning« (2004). »Princess Alice and the Broken Arrow« è stato un altro passo nella direzione giusta: questi maestri dell’AOR/art rock sono tornati in cerca d’ispirazione ancora più a fondo al loro periodo migliore (gli anni Ottanta), e lo si vede anche dalla splendida copertina, che dopo tanto tempo è tornata a firmare di nuovo lo storico collaboratore, il celebre artista grafico Rodney Matthews. Grazie a lui, la cover del nuovo disco non è stata una qualche abominazione sfornata al computer, come invece succedeva spesso per le copertine di un bel po’ di band rock all’inizio del XXI secolo.
L’album ha vaghi accenni di concept: il suo titolo, a dir poco insolito, e la copertina si ispirano a una fiaba per bambini, ‘Princess Alice’, a cui il maestro della chitarra, produttore e autore della musica Tony Clarkin è legato da certi legami personali. La freccia spezzata nelle mani della principessa Alice, secondo il cantante Bob Catley, simboleggerebbe la fine dell’odio e una tregua firmata con la volpe cattiva seduta dall’altra parte del tavolo. Quest’ultima tiene nascosti sul retro dei bambini prigionieri, che l’ingenua bambina vorrebbe liberare grazie alla tregua. Ma ovviamente la scaltra volpe ha tutt’altri piani.
Sempre secondo Catley, ci sarebbe anche una metafora: i conquistatori bianchi che hanno sempre ingannato i nativi nordamericani, firmando con loro trattati di pace per poi appropriarsi di tutta la loro terra. Dal punto di vista musicale, »Princess Alice and the Broken Arrow« segna un ritorno ancora più evidente al classico sound Magnum degli anni Ottanta, con l’accento sul rock melodico e con qualche elemento prog, ma con la produzione moderna di Clarkin e un bel po’ più di sentimentalismo, cresciuto in proporzione diretta all’età dei membri della band. Allo stesso tempo, è l’unico album dei Magnum con il batterista Jimmy Copley, che per un breve periodo ha sostituito Gary ‘Harry’ James. Quest’ultimo era allora assente per gli impegni con la sua band ‘madre’, i Thunder, ma già nel disco successivo è rientrato con successo nel collettivo Magnum.
L’opener »When We Were Younger«, decente ma non spettacolare e un filo tirata per le lunghe, è costruita nel classico stile Magnum: testo nostalgico, riff di chitarra deciso, ritornello rock melodico discreto e arrangiamenti ricchi. Se non altro, riesce a tenere vivo l’interesse dell’ascoltatore anche per il resto dell’album. Un po’ meglio va con »Eyes Wide Open«, con un arrangiamento sinfonico spettacolare firmato dal tastierista Mark Stanway e un ritornello epico, cantato col tipico carisma di Catley. La sua voce nel 2006 non era ancora consumata come negli anni successivi, quando dal vivo è diventata un problema piuttosto serio. »Like Brothers We Stand«, brano con il tipico testo pacifista di Clarkin e l’accento sulle voci di accompagnamento, non spicca per niente: suona simile a un bel po’ di pezzi Magnum dell’era classica, ma gli manca quella vera scintilla con cui erano nati i classici degli anni Ottanta. L’incisivo »Out of Shadows« è tra i pezzi più tosti del disco: ha un giro di chitarra hard rock, sorretto da texture di tastiere epiche e dalla possente prova vocale di Catley.
L’epico-pomposo »Dragons Are Real«, con la sua atmosfera fantasy, il testo ‘da fiaba’ e un arrangiamento solenne in primo piano, è uno dei momenti migliori dell’album. »Inside Your Head« è una power ballad costruita su arrangiamenti di pianoforte, un ritornello trascinante e una svolta drammatica, di quelle che i Magnum nella loro ricca carriera hanno sfornato a palate. L’hard rock melodico piuttosto basilare »Be Strong« è uno dei momenti meno ispirati del disco, soprattutto per quel testo d’amore un po’ fuori posto, che non c’entra niente con la natura incisiva di questo pezzo, davvero mediocre per i soliti standard Magnum. »Thank You For the Day« è un’altra power ballad drammatica, che nemmeno lei lascia un’impressione profonda. Un po’ più interessante è l’energico ibrido tra rock melodico e rock duro »Your Lies«, che sfoggia un arrangiamento di tastiere pomposo, passaggi di chitarra aggressivi e una prova vocale melodrammatica del Catley indistruttibile. Più che solido anche »Desperate Times«, con una costruzione graduale e ben fatta del dramma rock melodico, nonostante il tempo perlopiù lento che all’inizio del pezzo ti fa credere, sbagliando, che sia ancora una ballad. I Magnum si sono impegnati particolarmente sul brano di chiusura, »You’ll Never Sleep«, che grazie al maggior peso degli arrangiamenti sinfonici di Stanway e a passaggi di tempo più complessi è tra i momenti migliori dell’album.
Su un »Princess Alice and the Broken Arrow« più che solido, i Magnum hanno rimesso un po’ più di enfasi sugli elementi artrock che negli anni Ottanta avevano segnato alcuni dei loro lavori più amati, ma all’album manca quella vera scintilla creativa, quello slancio che li accompagnava da giovani e che stavolta si sente decisamente poco. L’album è buono, sì, ma non lo puoi mettere nemmeno per sbaglio tra i vertici della loro carriera. Eppure con questo disco i Magnum hanno continuato il ritorno di successo sui sentieri della ‘vecchia gloria’, e per la maggior parte dei fan bastava e avanzava per accogliere bene »Princess Alice and the Broken Arrow«, mentre piano piano anche in patria, sul suolo inglese, hanno ricominciato a essere considerati un po’ di più.
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recensione n. 1 di: Aleš Podbrežnik (26.3.2007)
I Magnum sono una band che, appena nomini il nome, si porta dietro un certo rispetto. Alla sola menzione le orecchie si drizzano e l’eccitazione sale. Eh sì. Sono quei venerabili professori che ci hanno regalato magnifici album AOR come “Wings Of Heaven”, “Vigilante” e ovviamente il disco che dovrebbe stare nella collezione di chiunque, “On A Storyteller’s Night”. Questi tre album hanno issato i Magnum sul trono dell’AOR, i brani sono tutti dei classici, uno per uno, e tre dischi rifiniti in modo sublime e usciti uno dopo l’altro hanno solo confermato che in quel periodo i ragazzi erano in forma smagliante. Quel materiale dei Magnum offriva davvero succulento nutrimento per l’anima a ogni amante di questa musica.
La combinazione del duo formato da Tony Clarkin (chitarra) e Bob Catley (voce) è una delle più importanti per creare quell’espressione unica, riconoscibile e tutta loro che trovi solo nei Magnum.
La band si è sciolta, ha smesso di esistere e, con grande gioia dei fan, si è rimessa in pista, pubblicando prima l’album “come back” “Breath Of Life”, seguito da un disco molto simile ma più convincente, “Brand New Morning”. “Princess Alice And The Broken Arrow” è il terzo album dopo la reunion. Dei tre è quello con le texture più complesse, il classico marchio di fabbrica della grandiosità Magnum, che dopo la reunion torna a farsi sentire con più chiarezza. Per quanto riguarda la produzione, l’album è un passo avanti rispetto agli ultimi tre (cosa che però non vale per le idee nuove, ma ne parliamo più avanti). E qui ci sono gli standard senza i quali proprio non si può. Prima di tutto lo straordinario canto di Bob Catley, che si merita la fama del buon vecchio vino, la cui qualità cresce solo con gli anni. Con noi c’è di nuovo la classica copertina Magnum, firmata da Rodney Matthews. I Magnum sfoggiano un nuovo logo, e che logo: stupendo!
Mi sono girato l’album intero parecchie volte prima di mettermi a scrivere e a passarlo al microscopio, e devo ammettere che purtroppo mi scalda e mi raffredda sempre nella stessa misura. Con una band che è in giro da trent’anni e passa, uno alza per forza l’asticella delle pretese. La prima osservazione è che tutti e tre gli album dei Magnum dopo la reunion si assomigliano parecchio. Seguono tutti uno stampo preciso, senza grande varietà. All’album manca la giusta dinamica. Quando lo ascolti, ti accorgi che i pezzi, soprattutto nella scelta dei tempi di base, non hanno scarti. Fai fatica a distinguere un rocker più veloce da un brano che dovrebbe essere una ballad. Una cosa importantissima, senza la quale i veri Magnum non te li immagini, sono i grandi ritornelli. Questi semplicemente non ci sono (più). I Magnum sanno ancora mettere insieme un ritornello melodico di qualità, certo, ma ultimamente si sente che non ci dedicano più chissà quanta attenzione, oppure semplicemente non hanno le idee per regalare quel noto momento di euforia che ti manda i brividi lungo la schiena. Manca insomma il punto sulla “i”. Così non si avverte il momento altamente atmosferico dei classici album AOR dei Magnum. I ragazzi hanno anche un po’ mancato il bersaglio con la scaletta. L’album si apre infatti con una When We Were Younger lunghissima, noiosa e ortodossamente rallentata, in cui ti cade la mascella fino a terra prima che il pezzo prenda una piega rock, più veloce, nel ritornello. Il lato emotivo di Catley qui è sicuramente in evidenza, ma è un inizio sbagliato per un album che avrebbe chiesto una marcia inneggiante! Ancora più sorprendente è il seguito, perché nemmeno Eyes Wide Open, Like Brothers We Stand e Out Of The Shadows portano la svolta dinamica. La roba diventa di minuto in minuto più asciutta. Parliamo di un album che, nella carriera dei Magnum, non aveva mai avuto bisogno di un riscaldamento così lungo prima di partire “rock” a tempo sostenuto, tra i riff taglienti di Clarkin. Solo il quinto pezzo, Dragons Are Real, dà finalmente una prima ventata all’album come si deve! Un brano che sarebbe stato l’apertura ideale del disco! Nel prosieguo dell’album abbiamo il tipico schema ballad/rocker incisivo, che si ripete tre volte. L’album affonda in un torpore sbadigliante che, come l’oppio, la decisione della band di sottomettere il disco ai ritmi lenti porta all’ascoltatore. Ecco di nuovo Inside Your Head, poi Be Strong, che di nuovo rocka e dà una scossa. Se solo ce ne fossero stati di più, di momenti così, nel disco! Questo pezzo si rifà alle atmosfere dell’album “Sleepwalkers” dei Magnum. E poi di nuovo indietro alla ballad Thank You For The Day., che riporta l’atmosfera di nuovo più vicina al sonno. Uno ha un sussulto con Your Lies, stavolta solo perché il tempo è più veloce. Ed eccoci di nuovo alla ballad Desperate Times, seguita da You’ll Never Sleep, uno dei brani meglio cesellati dell’album, che offre almeno un finale impressionante, se proprio l’inizio è così moscio e inespressivo.
L’album è buono e conquisterà senza fatica i fan della band. Ma data la fama e la statura che il gruppo ha costruito in decenni, e dato il loro classico trittico, ricordato sopra, di tre album rock indiscutibilmente grandi, davanti a “Princess Alice And The Broken Arrow” uno semplicemente non può restare indifferente. I ragazzi sono invecchiati, si sono ammorbiditi, i loro bioritmi di oggi, e anche il metabolismo, evidentemente chiedono più sonno e più abbandono ai sogni. I pezzi nuovi semplicemente non creano dinamica, e al disco manca anche qualsiasi freschezza creativa. È tutto molto prevedibile. Però non dimentichiamo che anche qui si tratta di un album Magnum dalla testa ai piedi, che sanno mettere insieme solo i Magnum e nessun altro. Gli arrangiamenti di tastiere, scelti con mestiere, sono nel caso del nuovo album il fattore che almeno in parte spezza la monotonia di fondo e attenua la mancanza di dinamica e di freschezza. Non fraintendermi. L’album in sostanza ha la qualità che sanno creare solo i Magnum, e quindi contiene qualche momento eccellente. Ma gli manca quel guizzo. Quel guizzo che i ragazzi una volta sapevano evocare. Un guizzo nato dall’ingenuità e dalla voglia di conferme. Con la sola routine e l’esperienza non si può rimediare alla mancanza di slancio creativo. Ma per i fan della band anche questo album vale assolutamente un posto in collezione. I Magnum, invece, oggi hanno bisogno di un bel calcio che gli faccia tornare le palle!
Formazione
Bob Catley – voce
Tony Clarkin – chitarra
Mark Stanway – tastiere
Al Barrrow – basso
Jimmy Copley – batteria
MUSICISTA OSPITE:
Jim Lea – violino su “You’ll Never Sleep”
Produzione
Tony Clarkin
Tracklist
1. When We Were Younger
2. Eyes Wide Open
3. Like Brothers We Stand
4. Out Of The Shadows
5. Dragons Are Real
6. Inside Your Head
7. Be Strong
8. Thank You For The Day
9. Your Lies
10. Desperate Times
11. You’ll Never Sleep