Procol Harum, 50 anni festeggiati in grande stile (2017)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Pordenone / Palazzetto dello Sport / Italia
Data del concerto: 07.10.2017
Spettatori: 700
Prezzo del biglietto: 50,00€ (parterre dietro) / 55,00€ (parterre davanti)

I Procol Harum, leggendari pionieri inglesi del progressive rock, per i cinquant’anni di carriera si sono messi in viaggio per un nuovo tour, pensato non solo per festeggiare il traguardo, ma anche per promuovere il sorprendente nuovo album in studio »Novum« (2017). Proprio quando la maggior parte dei fan sloveni si era ormai rassegnata in silenzio all’idea che non ci sarebbe più stata occasione di vederli da queste parti, i maestri del progressive rock sinfonico hanno spiazzato tutti annunciando una data comodissima appena oltre il nostro confine occidentale. Pordenone non è affatto lontana, quindi siamo stati felicissimi di scoprire che, per assistere a un concerto dei Procol Harum, una delle ultime band ancora attive dell’età dell’oro del progressive rock, non avremmo dovuto prendere un aereo per Londra, e che avremmo potuto farlo ancora ‘in questa vita’. Oggi la maggior parte della gente li conosce soprattutto per il loro hit di gran lunga più famoso, »A Whiter Shade Of Pale«, anche se oltre a quel classico nella loro storia hanno sfornato una marea di musica eccellente.

I Procol Harum sono sulla scena da ben cinquant’anni, se si scala lo stop tra il 1977 e il 1991, quando si erano accorti in tempo che per il progressive rock tirava ‘una brutta aria’. Una longevità del genere se la possono permettere solo pochi altri della loro generazione. Dalla fine degli anni Settanta, e poi dal ritorno sulle scene, i loro tour si svolgono per lo più in patria, sul suolo britannico, e solo di rado li portano nell’Europa continentale. Oggi nella band, oltre al carismaticissimo ‘comandante’, cantante e pianista Gary Brooker, rimasto unico membro originale dopo la recente scomparsa del paroliere Keith Reid, ci sono il maestro della chitarra Geoff Whitehorn, il bassista Matt Pegg, che tra l’altro è il figlio del ben più noto Dave Pegg (Fairport Convention, ex-Jethro Tull), il tastierista Josh Phillips e il batterista Geoff Dunn.

Tutti tranne Dunn, che è nella band dal 2006, suonano con Gary fin dai primi anni Novanta: insomma, una vecchia ciurma, rodatissima, che esegue con zelo le indicazioni del ‘comandante’ ed è perfettamente a punto sia sui pezzi vecchi che su quelli nuovi. Chi non è un ‘iniziato’ pensa subito al progressive rock, al rock sinfonico e magari anche al rock psichedelico, soprattutto perché sono stati tra i pionieri più importanti del progressive, anche se nella loro musica ci sono un sacco di elementi di blues, soul e r’n’b. È una gran vergogna che siano ancora in attesa del riconoscimento ufficiale da parte di certe ‘prestigiose’ istituzioni come la Rock and Roll Hall of Fame, cosa di cui comunque non si sono mai preoccupati. Mr. Brooker nella sua variegata carriera musicale ha ottenuto tutto quello che voleva e ora suona soprattutto per il suo piacere e per ritrovare sul palco i vecchi compagni di merende, magari condendo il tutto con qualche battuta succosa.

I Procol Harum hanno aperto lo show con un pezzo nuovo, »I Told On You«, con cui hanno mostrato una sicurezza fuori dal comune e l’orgoglio per l’uscita del nuovo, solidissimo album »Novum«, da cui quella sera hanno suonato ben sei brani. Neanche i classici sono stati dimenticati, e ci mancherebbe, visto che la maggior parte del pubblico era venuta al Palasport Forum proprio per quelli. Il primo pezzo dei ‘bei vecchi tempi’ è stato »Pandora’s Box«, dall’album »Procol’s Ninth« (1975), con cui Gary ha dimostrato che, nonostante l’età venerabile, è ancora un cantante eccellente e che i Procol Harum cantano i loro evergreen con lo stesso fuoco di quando era ancora un ragazzo. Tra un pezzo e l’altro non ha risparmiato battute spiritose in cui si specchiava il tipico humor inglese, con cui ha intrattenuto il pubblico, in gran parte italiano, mentre i suoi tentativi di dire più di una frase in italiano erano piuttosto goffi, ma comunque simpaticissimi. Spesso non si capiva se stesse scherzando o parlasse sul serio. In mezzo a un mucchio di classici degli anni Sessanta e Settanta, l’unica piccola sorpresa è stata »Man With a Mission«, dall’album »Prodigal Stranger« (1991), il loro primo lavoro con Whitehorn in formazione, arrivato proprio al posto del leggendario Robin Trower. Uno dei picchi della prima parte dello show è stata »As Strong As Samson« (1974), classico di »Exotic Birds and Fruit«, mentre Brooker ha accompagnato l’esecuzione del nuovo pezzo »Businessman« con una critica più che giustificata all’élite ‘banksteristica’ di oggi. La prima parte del concerto si è chiusa con l’indimenticabile evergreen marinaresco »A Salty Dog«, la storia nostalgica di un vecchio marinaio tratta dal capolavoro omonimo, e con tanto di gabbiani in sottofondo.

Dopo venti minuti di pausa i ‘vecchi gatti’ sono tornati sul palco e per cominciare hanno suonato »Fires (Which Burnt Brightly)«, dall’album »Grand Hotel«. Nella seconda parte dello show hanno dominato gli immortali classici come »Homburg«, »Shine On Brightly« e »Conquistador«. Quest’ultimo aveva un’introduzione e un finale nuovi di zecca, improvvisati al sintetizzatore con un suono di trombe, che ha reso ancora più azzeccata l’atmosfera spagnoleggiante. Prima del pezzo Gary non ha resistito alla tentazione di commentare anche i recenti, vergognosi fatti legati al plebiscito catalano per l’indipendenza, seguito dalla folle violenza delle autorità spagnole. Sempre di buon umore, per far ridere Mr. Brooker ha introdotto l’inizio del classico »Grand Hotel« dicendo quanto gli manchino i bei tempi in cui i membri della band giravano in limousine e, tra piatti raffinati di ogni genere, lo champagne scorreva a fiumi, mentre oggi i membri della band devono dividersi la stessa bottiglia di liquore.

Tra i pezzi di »Novum« quello che ci ha entusiasmato di più è stata l’epica »The Only One«, la più progressive di tutte, che ha conquistato completamente quasi tutta la sala. Whitehorn ha continuato a dimostrare le sue straordinarie doti, chiarendo subito perché è il chitarrista con più anni di servizio nella storia della band, mentre la coppia ritmica ha entusiasmato soprattutto per la costanza e la varietà. Il suono nostalgico dell’organo Hammond di Phillips, che insieme alla voce e al pianoforte di Brooker è un elemento chiave della musica dei Procol Harum, ci ha stregati in un attimo. Ma non era ancora niente rispetto a quello che è arrivato subito dopo. Il loro più grande classico, cioè »A Whiter Shade of Pale«, i Procol Harum, come prevedibile, se lo sono tenuto per la fine, quando il pubblico si è alzato in piedi e alcuni dei fan più scatenati hanno finalmente potuto ammassarsi sotto il palco. L’indimenticabile intro con il suono vellutato dell’organo ha avvolto tutta la sala in un’indimenticabile ebbrezza di mistica, malinconia e nostalgia, mentre alla maggior parte del pubblico, sulle parole di Reid sulle sedici leggiadre vestali in attesa sulla riva del mare, è sembrato di tornare al 1967. Con questo pezzo immortale uno dei ‘padri’ del progressive rock ha chiuso il suo show, che per la maggior parte di noi è volato via decisamente troppo in fretta, e ha salutato il palco tra le ovazioni calorose del pubblico.

È difficile riassumere tutte le emozioni che ti travolgono quando vedi dal vivo una band che ormai davi quasi per certo di non riuscire mai a vedere, soprattutto se, mentre suona i classici con cui ha contribuito a scrivere la storia del progressive rock, ti sorprende con un’esibizione praticamente impeccabile. I Procol Harum, nonostante i cinquant’anni ‘macinati’, hanno sprigionato un’incredibile energia giovanile e hanno portato a casa l’intero show al massimo livello possibile, riuscendo anche a creare un contatto autentico con il pubblico. Più di tutti ha sorpreso proprio Brooker, con la sua voce splendidamente conservata, cosa che dopo aver ascoltato »Novum«, dove la differenza tra il Gary giovane e quello vecchio era decisamente più evidente, non ci aspettavamo proprio. I pezzi vecchi li ha cantati bene quanto quelli di »Novum« e, oltre a questo, ha garantito divertimento per tutto il tempo anche nelle brevi pause prima di ogni brano successivo. Quella sera i maestri dell’incontro tra rock e sinfonismo hanno suonato praticamente tutti i loro classici più amati, con l’eccezione dell’epico pezzo di 18 minuti »In Held ‘Twas in I«, che per un pubblico perlopiù attempato e stanco sarebbe stato probabilmente un boccone troppo grosso da digerire. A regalare una bella scenografia ci ha pensato anche il logo stilizzato dei Procol Harum sullo sfondo, che conteneva alcuni elementi grafici delle copertine dei loro album più amati, come la vestale, il salvagente, il faro, l’orologio con le zampe di rana e i pappagalli. L’unica nota stonata della serata è il numero piuttosto modesto di spettatori, e per di più in Italia, uno dei pochi paesi dove i Procol Harum hanno goduto di rispetto e popolarità anche molto dopo che alla radio non si poteva più sentire ogni giorno »A Whiter Shade Of Pale«. Da quello che abbiamo sentito e visto, la nostra piccola ‘delegazione slovena’ spera con tutto il cuore che questa non sia stata l’ultima volta con le leggende inglesi del prog rock, che per il loro show a Pordenone si meritano un bel dieci pieno.

Scaletta

1. I Told on You
2. Pandora’s Bo
3. Man With a Mission
4. Can’t Say That
5. Sunday Morning
6. As Strong as Samson
7. Businessman
8. A Salty Dog
—pausa di 20 min—
9. Fires (Which Burnt Brightly)
10. Last Chance Motel
11. Homburg
12. Shine On Brightly
13. Neighbour
14. Grand Hotel
15. Conquistador
16. The Only One
—bis—
17. A Whiter Shade of Pale

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