Quando le matricole diventano “veri studenti” (2013)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Gospodarsko razstavišče, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 06.11.2013
Numero di spettatori: 2.000 – 3.000
Prezzo del biglietto: 7 € (prevendita) / 12 € (il giorno dell’evento)
Non so, magari mi sbaglio e sto davvero entrando nella fase in cui invecchi e ogni resoconto di un evento può partire con un »ai miei tempi, quando avevo la tua età…«, ma credo che anche stavolta l’ouverture alla »più grande notte d’esame nella vita di uno studente« sia questa – parlo ovviamente dell’evento chiamato Bruc 2013, che mi ha riportato al ormai lontano 1996, quando mi sono seduto da solo sui banchi universitari e ho ricevuto la mia iniziazione al mondo degli anni da studente proprio con un evento dal nome simile. E che differenza c’è tra i ragazzini con la peluria sul mento di oggi e quelli di, uff, meglio non contare quanti anni fa? Soprattutto il fatto che, nell’era della saturazione da internet, l’informazione arriva più in fretta alle orecchie e agli occhi giusti, e uno si aspetterebbe molta più gioventù in cerca di divertimento sui luoghi dell’evento rispetto a una volta, ai miei tempi, l’età della pietra, quando prendevi in mano un volantino e ti trascinavi in bici fino al posto dove si prometteva festa. Anni fa a questi eventi c’era più gente – da 10 mila in su – mentre di anno in anno il trend di recessione e calo, sia nel numero di spettatori sia in quello di palchi e artisti, si nota praticamente ovunque, e alle feste delle matricole ancora di più. Ci sono meno consigli tribali di giovani e meno giovani attorno a un litro del vino o della birra più scadenti negli spazi pubblici. Meno risate e meno ottimismo. Meno di quell’energia trainante che ti farebbe sperare che, quando il mondo passerà in mano alle nuove generazioni, un cambio in meglio sia forse davvero fattibile. Non voglio infrangere illusioni, ma anche il tentativo di quest’anno di scappare lontano dai pensieri faceva parte di questo prevedibile corso di eventi e di idee: un evento che avrebbe dovuto essere coronato dal giuramento solenne di ragazzi e ragazze che hanno appena morso la mela dell’istruzione universitaria e a malapena l’hanno scalfita. Il motivo va forse cercato nel biglietto bello salato (sette euro in prevendita e dodici il giorno dello stacco di novembre al Gospodarc), che per molte tasche oggi è decisamente troppo. Di prelibatezze musicali ne erano annunciate su due palchi. Sul palco più piccolo la loro dose per gli amanti dei suoni sintetici e del ballo la promettevano DJ, maestri di mixer e giradischi come Gramophonedzie, Sharkastique Tunes alias Shark, Jaka & Sylvain, Angel Anx, Alex Cvetkov e Daniel Greenx, mentre sul palco principale della famigerata Kocka la dose di divertimento più organico la garantivano Preprosto Črni, Da Phenomena, il rapper dalla lingua fulminea Trkaj, poi i sempre pronti alla festa Big Foot Mama, i poeti delle grandi emozioni della Bassa Carniola Dan D, gli indistruttibili Pero Lovšin e Španski Borci, e per finire una band che vi ricorda la pubblicità di POP TV, la formazione Muff. Di ragioni per uscire nel freddo della notte di novembre ce n’erano quindi a sufficienza per chiunque non sia frenato da orari di lavoro, portafogli vuoto, mancanza di tempo o impegni familiari; per pura curiosità e voglia di verificare empiricamente se è vero che oggi ci si può ancora divertire, essere spensierati e felici, ha puntato i suoi passi verso il Gospodarsko razstavišče anche la squadra del nostro portale.
Alle otto e mezza, quando la festa avrebbe dovuto cominciare, il pit della Kocka era completamente vuoto, e sotto il palco, con gli spot degli sponsor della festa che luccicavano sullo sfondo, aleggiava la strana sensazione che il tutto, più che uno spettacolo, sarebbe stato vicino a una triste processione di pochi sobri e tantissime matricole sbronze, cosa che avrebbe potuto smorzare la motivazione anche degli artisti sul palco, gente con parecchi chilometri sulle spalle, chiamata lì per divertire e rallegrare il popolo. Gli orari vanno rispettati, e così, praticamente puntualissimi, alle otto e mezza, davanti a una sala completamente vuota (a meno di contare tra il pubblico il bar, il fonico e tre rappresentanti del quarto potere) è salita per prima sul palco una giovane band contagiata dalla buona musica, di stiriani (e di una graziosa stiriana), che risponde al nome di Preprosto črni. Una giovane formazione che nel suo spettro musicale intreccia elementi di soul, funk, pop, vecchio rock, e che mi era del tutto sconosciuta; il vuoto assoluto sotto il palco però non ha messo in ginocchio il quintetto. La chimica tra le tastiere giocose e jazzate di Pavle Fužir, le passeggiate ritmiche leggere come il vento del basso di Jure Kladnik e della batteria di Luka Venek, gli inserti di chitarra del meno udibile Nejc Robida, e il puntino sulla i, la dominatrice, amazzone musicale Lucija Fužir, che regge ben più di tre muri della costruzione sonora della band. Suonano affiatati e ben preparati, e tra i contorni di Neca Falk (probabilmente perché la forte voce di Lucija sovrasta la depressa soffocante, dal vocale squillante e col senso dell’umorismo e del ballo) si insinua anche uno strato di nerezza nera di Ella Fitzgerald, la ruvidità di Ike e Tina, e sopra tutto questo si riversa ancora qualcosa di esotico. Oltre ai pezzi propri, che con il loro simpatico modo emotivo suonano così familiari ma al primo ascolto non si fissano in testa più di tanto, dal palco sono arrivate anche sfide per la SAZAS, come il brano del film Babica gre na jug I Want All Of You, i sempre graditi Ray Charles e Tracy Chapman, e soprattutto, a far salire l’energia nell’auditorium vuoto, una versione ben fatta e di qualità di Mr. Cabdriver, lanciata nel mondo, bella speziata, da Lenny Kravitz. Gli altri lampi di positività, luce e calore, amore e felicità erano, detto con sarcasmo, destinati alle folle invisibili che sotto il palco si pigiavano (se ci credete). Peccato, perché i Preprosto črni sono una band del tutto simpatica che non vi ammorberebbe, ma hanno bisogno di un altro po’ di tempo per cucire nel loro compendio sonoro un po’ più di sporcizia, di ruvidità, di carattere, quello che serve anche al pop rock pensato per un pubblico più esigente. La metrica scolastica imparata è corretta e coerente, la musica suonata a livello, ma manca la scintilla di passione che mi avrebbe fatto dire di essermi arreso anch’io ai canti d’amore.
Per via di pregiudizi personali, chissà quando insinuatisi, non aspettavo con gran trepidazione il seguito. I Da Phenomena mi erano rimasti in mente come un nome che promette solo musica pop, un po’ di rastafarianesimo fasullo e una marea di melodie di cui ero già sazio dalle onde radio, ma si è visto che in cinque anni di assenza possono succedere un sacco di cose fondamentali e necessarie per l’eternità. Il duo di chitarra di Mate Brodar e basso di Anže Langus Petrović, i due pilastri della band, ha accolto tra sé un terzo membro, Jure Rozman, che durante la pausa e i preparativi per l’inizio del concerto si è seduto dietro la batteria, si è messo a punto e ha sostenuto con precisione assoluta il tandem più massiccio dello strato di Bro e del basso jazz di Anže. I suoni percussivi di un funk più sporco e il ritmo più concreto di Pelji me attirano sotto il palco qualche testa curiosa in più, ma a parte un leggero battere di piedi e un seguire trattenuto la parabola di una musica suonata con qualità, che Anže accompagna con qualche osservazione sarcastica e pungente sulla »ressa« in sala, non succede altro. I Da Phenomena dal vivo suonano più incisivi rispetto alle versioni radiofoniche davvero ultra-levigate di canzoni d’amore, che trasudano standard di sognante piuttosto lineari e sfruttati fino all’osso, e rime sdolcinate, ma che volete – questo si vende. I ragazzi, oltre a tutto, sono funkettari sporchi dentro e anneriti dal fumo del reggae e di Haile Selassie (quanto una nota giamaicana risuona in Sting e nei suoi Police), e in mezzo c’è spazio tanto per la ballabilità di Jamiroquai e Prince quanto per la nota ska incisiva dei Rancid con spruzzate di Hendrix. I Da Phenomena sono musicisti di qualità, capaci di spremere dal proprio cuore qualcosa in più della media orecchiabilità radio friendly, ma la splendida sporcizia, tra l’eco e il rimbombo della Kocka, sonoramente catastrofica, non arriva a farsi riconoscere del tutto. Un bellissimo richiamo sonoro-associativo a Kravitz con il brano Do sonca, dopo un paio di interludi e una versione funkeggiante allungata di Punce in fantje, dove Bro cambia il testo adattandolo al pubblico, poi rilanciata dalla birichina e punkeggiante Nočem te nazaj, che stavolta suona più tagliente e senza compromessi: i Da Phenomena guadagnano punti, almeno dalla mia parte, con il suono sporco più che con il kitsch scintillante di un pop davvero diabetico. Un cerotto per l’anima sono stati quindi senza dubbio i viaggi nell’ignoto con i ritmi carezzevoli di Walking On The Moon dei leggendari The Police, e ancor più la scivolata nella sognante atmosfera di Hendrix dei tempi di Are You Expirienced o Axis Bold As Love, e infine una dose di dolci anni Novanta con Timebomb dei leggendari ska punker Rancid, grazie ai quali i Da Phenomena non risultano a buon mercato e in cerca di accostarsi ai nomi più eminenti d’oltreoceano, ma piuttosto come uomini che sotto la superficie hanno ancora più forza di quanta fossero disposti a mostrare finora. Poi il finale, in modo più pop, con il brano Pejdap. Da qui si può solo salire, e se finora non si è ballato, aspettate il seguito!
La più grande sorpresa, per quanto riguarda la festa e l’intelligenza dei testi, è stata il giovane trentenne wunderkind dalla lingua fulminea del rap sloveno – l’indistruttibile e non sottomesso a nessuno Trkaj, che ha radunato sotto il palco una massa di gente niente male. Rok stavolta ha diviso il palco con due giovani anime che sanno come si serve buona musica. L’iniziale Fantom iz opere ha annunciato un ritorno teatrale dopo tre anni di assenza, e un pugno di persone, invece della sterminata massa di spettatori attesa, ha potuto sentire l’energia cinetica di un motore composto in sostanza dal dinamico e abituato a microfono e palco Trkaj e da DJ Dey ai turntable; quando poi sul palco, con il cappuccio in testa, è salita anche la giovane cantante dal soprano possente, Patricija Selan, per molti sentita e ascoltata per la prima volta, l’ago della bilancia della qualità si è spostato di due o tre livelli più in alto sulla scala delle aspettative. Trkaj domina la folla, e ancora meglio sa bussare, come suggerisce il nome, all’anima e alla coscienza dei presenti, con la constatazione che i tempi non sono rosei per nessuno e che bisognerà mettersi insieme in modo più efficace e attivo per smuovere il mondo dal punto morto. »Un saluto all’energia positiva che c’è tra noi, anche se solo nel bicchiere,« ha detto in modo efficace il giovane campione di freestyle la sua critica all’irragionevole fuga dalla realtà, dopodiché non ci è restato che inspirare ed espirare con l’elettricità di Dihi z mano nabiti zrak, dopo la brano impegnato per l’Unicef Some Of Them (quest’ultimo Trkaj lo ha registrato con un piccolo manipolo di rimatori sloveni di talento, tra cui Zlatko, King, B Fine, T-Set …), e poi al Gospodarc è risuonato il sempreverde canto sulle sciocchine, spocchiose ragazze di Lubiana, Ljubljančanke. Trkaj non ha peli sulla lingua e indirizza la critica ai destinatari giusti, e siccome il rito dell’accoppiamento senza una nuova Audi o una qualche auto, o una bella cassa, è quasi impossibile con le ragazze di Lubiana, ci stava tutta anche Nov avto. Il bellissimo groove prosegue con Vse kar mam. »Tutto quello che ho è la mia musica, le mie emozioni versate sulla carta,« confessa il Trkaj sbalorditivo, che ha giustamente steso più di uno, tra quelli venuti al Bruc più per la dose di birrette e rock che per un uso intelligente dello sloveno. Svet je moj, poi Pleš e un tocco di Nirvana, almeno con un interludio, nel mezzo la prova della supremazia mentale e sonora sul torpore lubianese e sullo stato di sameness, con il buon supporto della giovane Patricija e di un Dey splendidamente ispirato, e in cima a tutto, con il saldo contatto di lingua e corde vocali sulla membrana del microfono, lo straordinario Rok. Il giovane oratore di positività e di rivoluzione mentale ha pubblicato quest’anno il disco Vse je OK, che però il ragazzo non propone nella forma classica del ballo editoriale secondo le regole aziendali: Rok intende finanziarlo secondo il principio delle donazioni volontarie dei fan. Audace e incisivo, e allo stesso tempo uno si chiede davvero quante donazioni e quanti fondi effettivi riceverà il talentuoso artista sulla sua mail ([email protected]). Dopo l’ultima nota dell’inno al mondo di Armstrong What A Wonderful World, Trkaj lascia il palco, e il Gospodarc, dopo una breve e poco convincente trovata musicale di tre ragazze e un ragazzo — che per il viaggio a Budapest con Collegium avrebbero dovuto cantare solo il ritornello di una qualsiasi canzone di chi si è esibito quella sera, a parte due povere versioni di Črn tulipan, e Voda dei Dan D — non mi lascia in memoria nulla di concreto legato al concetto stesso di orecchiabilità dei successivi performer, ma questa è una questione di punti di vista, ovviamente.
La marmaglia a base di birrette e alcolici da due soldi ha bisogno ogni anno di un po’ di cure materne da parte della mamma dai grandi piedi, quindi non stupisce che all’annuncio dell’esibizione dei Big Foot Mama, che suonano al Bruc davvero ogni anno, la sala si sia riempita fin nell’ultimo angolino, e i ragazzini e le ragazzine abbiano cominciato a riempire, proprio da bestie, anche le prime file dell’auditorium, senza badare minimamente al fatto che davanti a loro ci fosse qualcuno o no. I veterani lubianesi del party rock ben supportato hanno aperto il concerto con un brano che poteva essere significativo – Slab spomin, ma di senilità nella falange composta, oltre all’indistruttibile Gregor Skočir, dal batterista Jože Habula, dal chiomato Alen Steržaj al basso e dalle due chitarre ben accordate nelle mani di Daniel Gregorič e dell’ex difensore dei Majk, Zoran Čalić, nemmeno l’ombra. La sala, per via del rimbombo e dell’impatto dei suoni BFM sui timpani, non è stata ferma un attimo, e la folla, come si fa sempre ai BFM, mangiava in mano alle star. E queste hanno acceso le Iskre, civettato con Mala nimfomanka, si sono tolte l’Oklep e hanno ammesso di essere un sacco di cose, come dice Gregor, ma Nor sigurno ne more biti… I Big Foot hanno un bel po’ di hit in repertorio, e dato che la sala ha finalmente mostrato un polso e segni di vita, che i giovani cantavano allegri a ogni schiocco delle dita di Skočir e che di buon divertimento non ne mancava, ci si sarebbe quasi aspettati una rivolta se i BFM si fossero attenuti alla durata del loro set, che, tra l’altro, hanno allungato apposta di più di mezz’ora. Così ci siamo beccati almeno Užitek na replay, ci siamo ricordati dei bei vecchi tempi, o semplicemente abbiamo risvegliato il ricordo sbiadito dell’ultima visita a Križanke o di un concerto del tour a sostegno del disco Izhod. Non è mancata nemmeno Nekaj sladkega, che come ciliegina su una giornata così lunga e faticosa è sempre importante, e Važno da zadane Led s severa. Era come se i Big Foot scrivessero la propria sceneggiatura e girassero il proprio film, visto che nessuno ha osato opporsi o obiettare al loro dominio sul palco, e dopo l’annuncio dell’ultimo pezzo della serata, all’insegna del nero sempre di moda per rocker e metallari (Črn tulipan), l’euforia era al culmine e gli organizzatori un po’ in imbarazzo, perché gli scenari erano soltanto due: o accorciare le esibizioni successive, o far durare la festa fino a ore del mattino (o della notte) disumanamente tarde. Hanno scelto la prima soluzione…
Dopo l’uscita della mamma dai grandi piedi, la nuova generazione di matricole fresche di nomina ha pronunciato il suo timido discorso di giuramento a tutte le promesse di provare quasi tutto. In fretta e visibilmente nervosi hanno poi preso posizione sul palco i portatori del mare di emozioni della Bassa Carniola. Il quintetto della Dolenjska intende pubblicare presto un nuovo disco, che però non uscirà prima del prossimo anno; i musicisti stavolta, invece di aver fretta, si prendono il tempo per riflettere con un po’ più di lucidità e scegliere gli assi giusti per proseguire la storia di successo, cosa che per alcuni in sala non è stata un’esibizione al Bruc. Io stavolta sto dalla parte della band, perché confrontarsi con il suono della sala era la cosa più vicina a un film horror o a una visione catastrofica di come non si dovrebbe mai fare con buona musica e buoni musicisti. Qualcuno avrebbe espresso la rabbia con ancora più rumore a bassa risoluzione. I Dan D hanno affrontato il rimbombo della Kocka in modo diverso, meno fragoroso, rispetto ai predecessori, così, dopo i lunghi dialoghi sognanti di Tokac con il pubblico un po’ diradato, è arrivato il brano a cappella Rekli so, e subito dopo è toccato alla riuscita ma stavolta, a causa degli echi, non così cristallina Voda, che ha cullato il pubblico in uno stato più quieto di zen da concerto. Il quintetto di Novo mesto di musicisti eccellenti, che oltre a Tomislav Jovanović – Tokac alla voce vanta l’ex Demolition Group Nikola Sekulović al basso, lo straordinario sensualista Boštjan Grubar alle tastiere, Dušan Obradinovič – Obro dietro i tamburi e Marko Turk – Tučo alla chitarra, ha deciso di calmare i giri del cuore. A una discesa rallentata di brani eseguiti bene ma davvero lenti, come, significativamente, Počasi e Jutranja, è seguita una sveglia di chitarre per tutti i modelli e le modelle incollati. Gli AC/DC sono un vero asso (You Shook Me All Night Long calzava benissimo nel contesto di una festa notturna), e le Divje Jagode pure (perché a questo punto mi viene sempre in mente il brano Motori, che poi risuona nella sala con la modulazione suggestiva dello straordinario Turk?). Niet sono un buon viatico per Lubiana, ma quando i Dan D, in mezzo a un insieme di propri brani eccezionali (dopo Roke, Moj problem, Google, di questi tempi d’attualità, per il disconnesso, è arrivato il turno dell’ormai parecchio invecchiato ma sempre dolce hit Plešeš…) hanno attaccato Lep dan za smrt, ho pensato che nella storia si fosse infilato qualcosa di negativo e pessimista. »Nell’aria ci sono pensieri proibiti, qualcuno conosce il nostro vero stato. / Non ti sembra che ci sia sempre meno gente? / Giochi pericolosi al limite del buon gusto, gli eletti ballano sopra di noi. / Non ti sembra che faccia sempre meno male? / Da fenomeno locale……« si chiedono malinconici i Dan D, mentre molti ragazzi e ragazze, stremati dall’alcol, dall’eccesso di felicità, dall’euforia o semplicemente dall’ora tarda, hanno cominciato a cedere sotto la pressione del Tempo e a ritrovarsi in massa davanti alle porte dell’auditorium; dopo l’atmosfera piuttosto contemplativa e zen che c’era in sala, secondo il principio »come sono venuti, così se ne sono andati« hanno cominciato ad annunciarsi tempi più fragorosi in compagnia degli Španski Borci e del Pero in teflon.
Il penultimo concerto della serata lo ha seguito solo metà della squadra di Rockline, perché alcuni di noi, vista l’ora davvero disumana, le due e mezza di notte sulle spalle, avevano ancora il lavoro del mattino per sopravvivere. Pero Lovšin, rafforzato negli ultimi anni dalla band d’accompagnamento Španski borci, al Bruc aveva già suonato; dopo una pausa di anni, oltre all’ultimo disco Še en krog, la valorosa leggenda del punk lubianese, volto e voce dei Pankrti, dei Sokoli e di una rivolta più impegnata, è diventata col tempo più legata commercialmente al contatto con il passato, ma la gioventù stavolta l’ha scaldata, più che la nostalgia, la buona atmosfera e l’abbraccio dei vapori alcolici che sotto il palco profumavano a pieni polmoni. Quando fiorivano i ciliegi, Čist nor, Hiša nasprot sonca, e Marija pomagej mi, e naturalmente non può mancare nemmeno Bandiera Rossa; una buona festa è garantita sia dalla buona performance di un Pero visibilmente di buon umore sia dall’affiatamento della soldataglia di musicisti che lo accompagna da qualche anno. Dopo il penultimo sfogo di voce più ruvida e di ricerca stonata della giusta intonazione, che comunque è il trademark di Pero, è arrivato il momento dello sprint, del photo finish e della chiusura con l’ultima formazione dal nome significativo, morbidamente peloso, Muff; dopo il manipolo di frontman maschili, ha mostrato il suo fascino davanti a un buon centinaio… anzi, a buoni 300 spettatori la statuaria cantante Senidah, già vista due anni fa. La formazione lubianese che ovviamente collegate alla pubblicità di POP TV, perché con il loro brano orecchiabile Naj sije v očeh sono diventati la colonna sonora della pubblicità della più grande tv commerciale slovena. Un pop melodico, con i sottofondi arpeggiati della chitarra dolce di Tadej Košir, fratello del frontman dei Toronto Drug Bust Izak, poi il basso ben dosato di Grega Robič e la batteria di Doriando Grande, e le grida di pianoforte di Miha Gorše, ha come asso principale la cantante Senidah, affascinante e, nonostante l’ora tarda, di buon umore e fresca, che con la voce tira un po’ verso Anastacia o Pink. Anche stavolta non sono mancate le cover, e davanti al palco, con il timbro femminile, un po’ cupo, della voce della cantante, sono risuonati Bruno Mars (Locked Out Of Heaven), Rudimental (Waiting All Night), Pink (Funhouse), Lady Gaga (Just Dance), Chaka Khan (Ain’t Nobody) e, come atto finale, i Kings Of Leon (Use Somebody). La domanda, nonostante un’esecuzione del tutto corretta, sorge spontanea: perché vestirsi tanto di piume altrui? Chi ha un po’ di creatività può salire sul palco a testa alta con i propri prodotti della mente, mentre i prestiti sono…
La maggior parte delle linee e dei versi intelligenti si è persa nell’eco dell’auditorium grottescamente disfunzionale, quindi uno si chiede, a ragione, perché gli organizzatori insistano così ostinatamente sull’affitto dello stesso posto, dello stesso impianto audio, perché la ricetta con cui scelgono gli assi principali sia, nonostante la buona risposta, di anno in anno la stessa. Le file sotto il palco, sempre più spennate di anno in anno, non sono il miglior biglietto da visita per un evento che non deve diventare fine a se stesso, cosa che purtroppo si ripete con insistenza negli ultimi anni. L’immagine sonora delle band è importante quanto le luci di scena e le canzoni, quindi vorrei fare un appello perché i responsabili riflettano un po’ anche su come non tutti siano d’accordo con la loro immagine sonora scenica ridotta all’osso, tra quelli a cui finisce in tasca qualche soldo dall’Organizzazione degli Studenti e da altri ancora. Tutto resta allo stesso livello, e il livello di anno in anno addirittura peggiora. Può dipendere anche dal mio punto di vista personale e soggettivo, dal passaggio a un’età di mezzo più matura, ma forse potrebbe esserci davvero un granello di verità? Comunque sia – la maratona estenuante di birrette, vapori alcolici, divertimento forzato, suono disperato e ricette collaudate si è rivelata un evento che possiamo presentare come qualcosa di megalomane, ma non certo di perfetto. Le carenze si possono individuare e in futuro persino eliminare. Non sono un disfattista e credo nelle svolte positive in meglio; stavolta però posso dire che tutto quello che si è sentito e visto era imperturbabile, senza picchi, ma con qualche aggiunta eccezionale che ha dato alla serata un suono e una nota un po’ più incisivi. Farei i complimenti a tutti i musicisti per aver affrontato il famigerato incantesimo della Kocka e averlo sopravvissuto, per aver mostrato la loro professionalità sul palco e aver fatto di quel poco in un grande spazio qualcosa che possiamo definire anche un evento, un happening, qualunque cosa fosse stavolta.
Scaletta
PREPROSTO ČRNI:
1. Peljem – PREPROSTO ČRNI
2. Stari bar – PREPROSTO ČRNI
3. I want all of you – BABICA GRE NA JUG
4. Pravljica – PREPROSTO ČRNI
7. Halleluyah i love him so – RAY CHARLES
8. Kadar sva sama – PREPROSTO ČRNI
9. Prišla je z vzhoda – PREPROSTO ČRNI
10. Mr.caB driver – LENNY KRAVITZ
11. Give me one reason – TRACY CHAPMAN
12. Ljubimec – PREPROSTO ČRNI
DA PHENOMENA:
1. Guantanamo Bay
2. Pelji me
3. Skupaj sva
4. Do sonca
5. Iznad neba
6. Punce in fantje
7. Nočem te nazaj
8. Nov dan
9. Jočem
10. Timebomb
11. Pejdap
TRKAJ:
1. Fantom iz opere
2. Dihi z mano
3. Some of them
4. Ljubljančanke
5. Nov avto
6. William Tell
7. Vse kar imam
8. Sam
9. Dobro jutro
10. Svet je moj
11. Pleš
12. Nirvana interlude
13. Outro
BIG FOOT MAMA:
1. Slab spomin
2. Iskre
3. Mala nimfomanka
4. Oklep
5. Nor sigurno ne
6. Lepa laž
7. Sam prjatla
8. Pomlad
9. Neki sladkega
10. Užitek na replay
11. Važn da zadane
12. Led s severa
13. Rola se
14. Vrn se k men
15. Črn tulipan
16. Nisem več s tabo
DAN D:
1. Voda
2. Počasi
3. Za naju punca
4. Jutranja
5. Oblaki
6. Lep dan
7. Roke
8. Moj problem
9. Love Song
10. Google
11. Plešeš
12. Čas
PERO LOVŠIN & ŠPANSKI BORCI:
Nessuna scaletta
MUFF:
1. Locked Out Of Heaven (Bruno Mars)
2. Naj sije v očeh
3. Nov dan
4. Waiting All Night (Rudimental)
5. Funhouse (Pink)
6. Povej mi
7. Just Dance (Lady Gaga)
8. Ain’t Nobody (Chaka Khan)
9. Use Somebody (Kings Of Leon)
Galleria fotografica





































































































