Quiete post-apocalittica all’Orto (2013)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 24.10.2013
Numero di spettatori: 40 – 50
Prezzo del biglietto: 16 € in prevendita / 20 € il giorno del concerto
Sono uno selettivo e non abbocco a tutte le esche che può servire l’organizzatore del concerto o la band stessa, quindi non bevo la favola che ogni carovana di musicisti esotica e semisconosciuta, grazie alla sua oscura aria da underground, sia per forza un tesoro perduto, e che ogni disco con una sfumatura appena più intellettuale ti spedisca subito verso il Nirvana, l’Eldorado della pace interiore, della ricarica, della catarsi. Eppure l’annuncio che a Lubiana, pochi mesi dopo il Metal Days, sarebbero arrivati i provocatori progressive multigenere e ispirati ribelli sonori norveši Leprous, con a farli compagnia, per gli standard polacchi, dei sludger progressive e doomer del tutto non convenzionali, i Blindead, una formazione che mi aveva conquistato già al primo ascolto con il disco Absence – tutto questo portava a una sola conclusione: sarebbe stato quasi da stupidi, quasi un torto, non puntare i passi verso il club lubianese Orto Bar, dove si preannunciava un tuffo tutt’altro che ordinario nell’essenza di un’offerta musicale più moderna. Il fatto è che i suoni moderni del rock post-apocalittico, del metal, dell’alternative e dei loro parallelismi musicali, da questa parte delle Alpi restano un po’ trascurati e snobbati rispetto all’approccio più diretto e vecchio stampo del thrash – HC. I giovani, a parte il djent, poi i Meshuggah, ogni tanto i Tool e tutto ciò che è appena un po’ più visibile, raramente si spingono verso i derivati esotici della progressività sonora di Neurosis, Isis, Pelican, Veil Of Maya o magari Cult Of Luna, perché un’offerta del genere è tutto fuorché semplice da astrarre, consumare e capire. Non dico che la gente sia intellettualmente frigida, ma è un fatto che tutto ciò che richiede più impegno della media commerciale e stuprata non cade spesso su terreno fertile qui nel nostro angolino di universo. Per questo le aspettative di un Orto pieno fino all’ultimo angolo erano roba secondaria, finite in fondo alla lista, e verso le due band provavo già in partenza un filo di compassione.
Per primi hanno occupato il palco, stretto e zeppo di attrezzatura, i polacchi Blindead. Le assi hanno accolto la batteria dell’eccezionale ritmico Konrad Ciesielski, davanti alla quale si sono schierati con decisione i due chitarristi armati di Fender e Gibson, Mateusz Smierzchalski e Marek Zielinski, e il bassista dai capelli corti e dallo sguardo assorto Matteo Bassoli; sul lato destro del palco, in posizione strategica, svettavano le tastiere e i sampler di Bartosz Hervy, e un podio improvvisato, un pulpito, su cui è salito per ultimo, con lo sguardo assorto e distante, l’oratore della band, il cantante Patryk Zwolinski. Il gruppo, che a Danzica fa musica sotto il nome Blindead dal 2003, dopo la chiusura definitiva della precedente formazione Incorrect Personality si è già messo in cintura quattro dischi del tutto diversi: dopo Devouring Weakness, Autoscopii, ovvero un omicidio in più fasi, e poi l’ancora più sistematico e incomprensibile Affliction XXIX II MXMVI, quest’anno per il sestetto è all’insegna di nichilismo, catarsi e sogno con l’album Absence, che i ragazzi hanno deciso di presentare per intero anche nella loro tappa slovena del tour Coal. L’opening b6 parte accompagnata dalle proiezioni di un cardiogramma come un racconto estatico, una fiaba melodica di chitarre ben bilanciate e sonicamente sature, basso, tastiere ultraterrene, batteria bella pesante e la voce atipica, trasognata, di una forza contemplativa alla Maynard del grandissimo Patryk. Il contatto visivo è poco, ma il racconto di vuoto, di scorrere del tempo, di fragilità, di fine e di mortalità si spreme nello spazio dell’Orto denso e con toni risonanti che Neurosis, Isis, Pelican, Tool e gli altri giganti del metal malinconico firmerebbero volentieri come propri; i Blindead però stavolta si presentano con un repertorio tutto loro, eseguito in modo brillante, che dimostra come questi tipi siano un’élite di geni in missione per sottomettere totalmente il mondo. Ritmica stupenda e piene vignette melodiche di sludge progressivo saturo, doom e un gioco cataclismatico da nuova era con le terminazioni nervose: la sensazione è più vicina a quella che mi prende immergendomi nell’essenza di A Perfect Circle, Ashes Divide, Tool e Isis che al satanismo invertito di certi parenti più volgari e semplici del mondo garage dei club oscuri. I Blindead hanno raffinatezza ed equilibrio interno, e il tremolio del pavimento di legno dell’Orto mostra che sanno benissimo anche un’altra cosa: per agganciarsi ai flussi cosmici servono le frequenze giuste, volume, potenza. Sotto il dettame di vuoto, nichilismo, malinconia, tristezza e dolore risonante, anche i ragazzi e le ragazze del pubblico si sono lasciati andare a uno stato di ipnosi assorta. Una quarantina di teste con gli occhi socchiusi si è abbandonata allo scivolare atmosferico lungo territori poco noti, accompagnato dai suoni di un canto sciamanico, con cui Matteo in s1 se la cava alla perfezione. La sospensione alla Maynard cola da ogni poro, mentre sullo sfondo, nella serata, si intreccia l’immagine di un corpo invecchiato. Lo scorrere del tempo, la morte, la decomposizione – tutto va a braccetto con una storia che tocca le persone in modo razionale, emotivo, sonicamente compiuto. Mateusz, con la Gibson a dodici corde al collo, si permette di aggiungere a un quadro sonoro già pieno altri brillanti sottotoni di distorsioni calde, la ciliegina gliela mette Deadman, splendido catalizzatore dei sottotoni caldi della Fender, Marek, e io la band non riesco a immaginarla senza il tocco sonico delle tastiere e delle aggiunte sonore che serve Bartosz. I Blindead non si concedono tessuti molli né mancanze: accompagnati da penombra ed esplosioni stroboscopiche di luce bianca, pilotano senza intoppi la loro maestosa composizione ininterrotta di asprezza e musica intelligente. Gli uomini si infilano sempre nuovi contorni sonori e, tra sospensioni, cambi di chitarre e strumenti sonori, la sensazione cresce di continuo; Patryk la porta a termine più che brillantemente alternando un baritono profondo e risonante, la narrazione, urla gutturali e piene da metal a sangue caldo e un tenore trasognato che si spinge nelle sfere più sensibili della melodia pura, senza alcun senso di subordinazione alle star della serata o agli sguardi taglienti di un pubblico che non riusciva del tutto a cogliere cosa di qualità gli stesse succedendo davanti. La distanza degli artisti dal pubblico è voluta, la mancanza di parole per spiegare il senso dei pezzi e i contenuti più che benvenuta. Il filo d’acciaio prosegue con il freddo industriale, più deciso, di c7, che dopo la ripetitività post-industriale intreccia con genialità nel tutto sottotoni di improvvisazione jazz e i suoni succosi di un sassofono tonalmente liberissimo, che addensa ancora di più la sensazione di claustrofobia, dolore, scossa, e nella narrazione della band mi attira ancora più magneticamente verso lo stato di fusione totale con quel qualcosa di superiore che sta nel centro gravitazionale della musica perfetta. Il canto più malinconicamente leggero di splendide chitarre in e2, alla maniera dei miei amati Opeth (non so, ma mi viene in mente la morbidezza del disco Damnation), è l’ouverture all’atto finale, in cui tutto culmina e si scioglie completamente. A7bsence chiude il racconto come una splendida rivelazione. E se tutto quello che vi immaginate fosse esattamente il contrario dei fatti? I Blindead si concedono di soffiare nell’insieme lo spirito dei sottotoni progressive dei Settanta, dove risuona l’organo, mentre tutto il nucleo a sei teste di questa soldataglia polacca di musicisti eccellenti, con collage rallentati di chitarre, basso e la voce elettrificata e carica di emozione di Nick, porta l’azione a un finale cataclismatico: tra il rullare di tamburi, chitarre e i bassi profondi di un basso tonante, l’irraggiungibile cantante lascia la sala dell’Orto, mentre gli altri cinque ospitano gli ultimi frattali, gli ultimi atomi rimasti di magnetismo energetico in una fitta boscaglia di mattoni strumentali. Lo stato di catarsi è totale, e i polacchi, splendidi e senza un grammo di debolezza, hanno dominato la prima parte della serata. Chi si è perso la prima parte del concerto ha ogni diritto di mangiarsi le mani, mentre gli appetiti dei presenti erano più che saziati sotto ogni punto di vista.
L’antipasto è stato abbondante e sostanzioso, non c’è che dire, ma il piatto forte doveva ancora arrivare. I fenomeni norvegesi Leprous, con il loro navigare fuori dai confini di genere prevedibili, sono tutto fuorché un esemplare convenzionale di metal, perché con le etichette e simili stronzate non vanno d’accordo in nessun caso. Il disco Coal, che sono venuti a presentare e difendere a Lubiana, è il seguito ideale dell’album Bilateral, che aveva sorpreso con la sensazione di prog rock puro; Mars Volta e sottotoni dei Muse si mostrano già con l’opener Foe come il primo vero proiettile nella canna del quintetto. La pressione megatonica di chitarre, basso e tastiere atonali si costruisce sul tenore cristallino del biondo Einar Solberg, in cravatta e abito elegante. L’eleganza si può attribuire a tutta la band; oltre alle chitarre sistematicamente contenute di Tor Oddmund Suhrke e Øystein Landsverk, la serata è stata all’insegna anche del battesimo del nuovo bassista, il vichingo rosso di capelli e dal taglio un po’ strano Martin Skrebergene, ma più di lui mi hanno colpito le straordinarie triple voci eseguite alla perfezione dai due chitarristi e dall’Einar totalmente concentrato. Insahn ed Emperor come elementi collegati alla sensazione di progressione e sperimentazione totale, King Crimson, Muse e Mars Volta sono solo punti d’appoggio, davanti ai quali una bella erezione se la procurano anche tutti i fan del geniale Devin Townsend o degli Opeth. Il gruppo funziona con sicurezza, ma almeno all’inizio non mi cattura come i predecessori, perché il piatto forte stavolta è un po’ più chic e sostanzioso della solita offerta culinaria: serve pazienza, che poi viene ricompensata più che generosamente. I due chitarristi si mettono al collo le Ibanez a otto corde e il gioco di bellezze atonali può andare avanti. Dopo The Valley esplode il bellissimo colpo distorto di Chronic, in cui Einar dimostra l’estensione completa, dai toni puliti alla brutalizzazione totale, e un meraviglioso intreccio di melodie striscianti e peso di piombo prosegue, con gioia del pubblico un po’ più numeroso, nel modo concreto, sudato e della verifica empirica delle frequenze giuste di una scaletta dedicata all’ultimo disco. La sfida all’ascolto che i Leprous, con la loro elevazione operistica a un livello di totale liberazione dagli imperativi di genere, rappresentano senza dubbio per i metallari di sangue puro e giurati al purismo è, per quanto mi riguarda, un invito perfetto a resistere, perché qui di ricette prevedibili non ce ne sono! The Cloak, eseguita splendidamente, è ancora più piena di nero e sinistra che su disco, e i Leprous con una costruzione di falsetti di altissimo livello dominano soprattutto con un’esecuzione vocale perfetta, anche se alle chitarre mancano un paio di grammi di peso, che sarebbero stati più che benvenuti. La djentosa Restless riporta in bocca il sapore della resa perfetta dell’album Bilateral; ai suoni prog rock si mescola un po’ di sporcizia e ritmica alla Korn, e i Leprous la sparano in modo del tutto rilassato e dediti alla missione «dominazione della Slovenia». Il gioco è perfetto, il modo di giocare con i sensi della folla vicino allo stato di estasi, e poi i ragazzi mescolano nell’insieme un po’ di psicogenia e la ruvidezza dell’album Tall Poppy Syndrome con la giocosità di Dare You. La prova di capacità e senso del ritmo si costruisce con Einar che intreccia nel gioco di chitarre, basso e batteria i suoi suoni «strani» di tastiera, mentre i ragazzi giocano sia con l’intensità sia con la ritmica, il climax alla Opeth si ispessisce solo con un kitsch barocco, e nel subconscio si insinuano perfino pattern della conta dei Meshuggah, sinistra e splendidamente coperta da svolazzi più leggeri, se si può dire così, di un prog più vecchio stampo. Sexy, insomma! Dopo l’eccezionale sinfonica di Thorn i ragazzi si aprono la strada fino al centro confuso del vostro cuore smarrito e dei vostri pensieri con Forced Entry, e la danza schizofrenica continua con la title track dell’ultimo album, che porta nei Leprous un po’ più di polvere di multigenere miracolosa, su cui possono divertirsi tutti – metallari, rocker, amanti della sperimentazione jazz, del pop o, come dicono loro stessi, tutti quelli che stanno sulla tavolozza tra Miles Davis, Meshuggah, Michael Jackson e chi più ne ha più ne metta. Con l’accento sul fatto che i Leprous non possono e non riescono a restare fedeli a una sola ricetta, per cui il collage sonoro è molto strappato e maledettamente complesso, ma allo stesso tempo anche sorprendentemente godibile! Un po’ di gusto la gente ce l’ha, no? Anche Acquired Taste segue questa prova bilaterale dei confini del (pos)sibile, e lo sforzo di sfuggire a ogni cornice di convenzionalità viene ripagato a ogni nota da ovazioni, applausi e grida di entusiasmo sempre più forti, che come eco ai sottotoni militanti di Echo tornano dal palco al centro dei cuori del pubblico e viceversa. La sognatezza e l’accelerazione giocosa dei cicli di giri di estasi si addensano fino a uno stato di violenza grottesca totale e di esplosivo desiderio di superare i limiti del corpo. I corpi sono calici in cui stavolta si versa il perfetto nettare di miele di una follia densa e inafferrabile, e con il fremito sui brutali suoni aritmici del conto alla rovescia verso lo stato zero del nichilismo totale, dopo la contagiosa Contaminate Me arriva il prevedibile seguito sudato e il premio per la perseveranza. I Leprous, fradici di sudore, spremono dalle viscere ancora l’eccezionale Passing e, con il racconto disarmonicamente accelerato della lepre o del cappellaio matto di Alice nel Paese delle Meraviglie, il finale asfittico di Waste Of Air. I Leprous sono fuori serie e, dopo aver avvitato assordantemente tutti i parametri oltre il limite del rosso e del consentito, il finale si scioglie come si poteva solo desiderare – nell’abbandono totale a ritmo e melodia, con cui spazio e tempo, almeno per quei pochi momenti prolungati di incantesimo sciamanico, diventano del tutto irrilevanti.
Leprous trasferiscono il loro incantesimo sul pubblico lubianese, e uno straordinario spettacolo di rivolta, inafferrabilità e fuga da ogni concettualizzazione raggiunge il suo scopo. Mi azzardo ad affermare senza problemi che il concerto di giovedì è stato una delle cose migliori che ci capiteranno quest’anno da questa parte delle Alpi. Il doppio piacere è stato stavolta così atipico che in tutta la fiaba, nel racconto di un mondo di tenebre, crepuscolo, dolore e liberazione catartica, ciascuno ha trovato qualcosa per sé. Io personalmente i Leprous li avrei visti meglio abbinati, che ne so, ai Fair To Midland o a una qualche band prog rock o prog metal di simile sensibilità, ma è anche vero che i Blindead mi hanno reso la serata più bella con il loro spettacolo davvero magico di dominazione, tristezza, disperazione e vuoto pieno, che rispecchia sia il nostro mondo sia i nostri cuori segnati da crisi e recessione. I polacchi mi hanno scosso e saziato del tutto, i norvegesi mi hanno dato in pratica tutto quello che da uomini della loro risma mi aspettavo – un’eccedenza avanguardistica di cui si potrà giustamente parlare ancora per un po’ come di un evento che in Slovenia, beh, non capita tutti i giorni! Grazie agli dèi per sorprese così rare, ma tanto più dolci!
Scaletta
BLINDEAD:
1. b6
2. s1
3. e5
4. n4
5. c7
6. e2
7. a7bsence
LEPROUS:
1. Foe
2. The Valley
3. Chronic
3. The Cloak
4. Restless
5. Dare You
6. Thorn
7. Forced Entry
8. Coal
9. Acquired Taste
10. Echo
11. Contaminate Me
12. Passing
13. Waste Of Air
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