Rabbit Don’t Come Easy

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Helloween
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: 2003
Voto: 3/5

Dopo un breve periodo di stop, in cui ci sono stati cambi di formazione importanti, esce il disco “di transizione” ma solido della band che ha fondato il power metal e che per molti è ancora la migliore del genere. Su “Rabbit Don’t Come Easy”, successore del precedente album, il cupo capolavoro “The Dark Ride” (2000), gli Helloween tornano alle loro radici power metal allegre, uno dei motivi principali del cambio di formazione di allora: i due ex membri, il chitarrista Roland Grapow e il batterista Uli Kusch (oggi entrambi nei Masterplan), volevano ripartire da dove si erano fermati con “The Dark Ride”, cioè da uno stile e un sound più cupi e un filo più duri, cosa che al capobanda e chitarrista Michael Weikath non andava giù per niente. Ecco quindi che “Rabbit Don’t Come Easy” è di nuovo un prodotto “happy, happy” targato Helloween. Rispetto al piuttosto tenebroso “The Dark Ride”, per loro è un disco molto più riconoscibile e, come stile, sta più dalle parti dei primi due album con Andi Deris alla voce. Fin dai tempi dei “Keepers” hanno sempre amato sperimentare col proprio sound, anche se non sempre si è rivelata la mossa migliore (un buon esempio è stato il disco “Chameleon” (1993 ), comunque fantasioso, perfino un po’ progressivo e tecnicamente eccellente, ma un flop commerciale totale). Insomma, la band è già stata “punita” più volte dai suoi fan per ogni deviazione dal solito stile power metal, il che in fondo è ingiusto, ma da parte della maggioranza dei metallari comprensibile. Eppure, per me, negli Helloween proprio questo è l’aspetto più impressionante: nella loro musica provano sempre qualcosa di nuovo, nonostante la notevole “rigidità” del genere che hanno creato. Cioè, il fatto che siano ancora capaci di infilare nella loro musica qualche idea nuova, anche se con gli anni, va detto, qualche idea è un po’ venuta a mancare, e che si distingueranno sempre dalle altre copie power metal, di cui non ce n’è mai abbastanza e che sono praticamente tutte sotto la soglia del cattivo gusto, sia per innovazione musicale che per testi. In più, ciò che ha sempre distinto gli Helloween dalle altre band di metal melodico è il loro senso dell’umorismo beffardo e un po’ strampalato (le zucche umane, i testi stessi), anche a proprie spese, che non è mai mancato, come dimostra anche il titolo stesso di questo disco.

Il disco si apre con l’altamente melodica “Just A Little Sign”, uscita anche come singolo, e fin dall’inizio ci prende quella sensazione di energia supersonica che è il marchio della band, cioè il tipico sound, firma degli Helloween: un suono “pepato” sopra i riff e, ovviamente, ritornelli ultra melodici. Sugli inni power metal, come, oltre al pezzo appena citato, anche “Open Your Life”, “Hell Was Made in Heaven” e “Listen to the Flies”, si esalterà di sicuro ogni fan del periodo storico della band (la “Keepers era”). La melodia della maggior parte dei brani si fonde sempre in modo armonioso con motivi di ogni tipo. Anche alle impressionanti armonie a tre voci, uno dei marchi di fabbrica degli Helloween, i ragazzi non hanno rinunciato.

La produzione sulle pelli stavolta è davvero micidiale. Vi ricordo che durante la registrazione di questo disco hanno cambiato ben due batteristi, che non sono rimasti nemmeno fino all’uscita. Dopo l’inatteso addio, o meglio l’infortunio, di Mark Cross (ex-Metallium; batteria su “Don’t Stop Being Crazy” e “Listen To The Flies”) sullo sgabello della batteria si è seduto nientemeno che Mikkey Dee (Mötorhead, ex-King Diamond), ed è questo, ovviamente, il motivo principale della bombasticità teutonica delle linee ritmiche di base, che ti colpiscono una dopo l’altra “al primo colpo”, anche se qua e là manca la creatività che era tipica di Uli Kusch (il batterista precedente, ora nei Masterplan).

Nonostante la copertina col coniglietto bianco (tenuto per le orecchie dalla mano dura del sistema), la poesia non è affatto da bambini: ci si nascondono tanti messaggi di vita e frecciate alla società, una delle qualità sempre più rare del (power) metal di oggi. Curioso: su “The Tune” la voce di Andi ricorda un po’ quella del cantante originale e fondatore della band Kai Hansen (Gamma Ray, ex-Iron Savior), mentre la rassegnata “Never Be A Star” fin dall’intro ricorda Perfect Gentleman di “Master Of The Rings” (1994). Gli arrangiamenti orchestrali si incastrano alla grande in alcuni brani e Jørn Ellerbrock, da anni una specie di membro della band nell’ombra, ha fatto anche stavolta un lavoro splendido alle tastiere.

L’indemoniata “Liar”, uno dei pezzi più duri della loro storia, mostra la band anche sotto un’altra luce. Una linea ritmica thrash non è proprio roba di tutti i giorni nella loro musica. Anche “Back Against the Wall”, dove Andi suona davvero cattivo, ci riporta all’atmosfera cupa del disco precedente. Hanno usato pure una melodia orientaleggiante nel fantastico “Sun 4 The World”, scritto dal nuovo chitarrista di allora Sascha Gerstner (ex-Freedom Call). Già al debutto si è dimostrato un compositore strepitoso, visto che proprio lui e Deris sono gli autori dei pezzi migliori del disco. Anche i suoi assoli confermano che era la scelta giusta. Andi conferma ancora una volta il suo status di uno dei cantanti più validi e riconoscibili del power metal. La ballad “Don’t Stop Being Crazy” è un altro suo pezzo tipico, sentito e cantato col cuore. “Listen To The Flies” è un altro bell’inno nello stile di “Eagle Fly Free” (Keeper of the Seven Keys-Part II, 1988. Il brano più lungo del disco, la progressiva “Nothing To Say”, è di nuovo qualcosa di fresco e sorprendente, e a scriverla è stato Weikath. Con il suo beat funky bello groovoso verso la fine sfocia in un’ottima armonia col flauto ed è di sicuro il più grande capolavoro dell’intero disco. L’edizione limitata contiene anche la bonus track “Far Away”, che però non è niente di speciale.

La produzione è eccellente e moderna, e ci ha pensato di nuovo il rinomato produttore tedesco Charlie Bauerfeind, che gestisce la produzione della maggior parte delle band simili.

Anche se “Rabbit Don’t Come Easy” non raggiunge capolavori come il tenebroso e drammatico predecessore o il perfettamente rodato e sonoramente piuttosto crudo “Better than Raw” (1998), è composto senza dubbio secondo i gusti della maggior parte dei fan degli Helloween anni Ottanta, ma allo stesso tempo contiene abbastanza idee nuove e fresche da non annoiare nemmeno gli ascoltatori più esigenti. Un disco solido, insomma, dopo i parecchi problemi della band prima della sua uscita, e un antipasto di uno dei loro dischi più controversi, ma anche di maggior successo.

Formazione

Andreas “Andi” Deris – voce
Michael Weikath – chitarra
Sascha Gerstner – chitarra
Markus Grosskopf – basso

Mark Cross – batteria (su 7 e 11)
Mikkey Dee – batteria (altri brani)

Produzione

Charlie Bauerfeind

Tracklist

1. Just A Little Sign
2. Open Your Life
3. The Tune
4. Never Be A Star
5. Liar
6. Sun 4 The World
7. Don’t Stop Being Crazy
8. Do You Feel Good
9. Hell Was Made In Heaven
10. Back Against The Wall
11. Listen To The Flies
12. Nothing To Say

Durata dell’album: 61:13

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