Raised In Captivity
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Wetton, John
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2011
Durata: 54:44
Voto: 4/5
Che cosa potrebbe mai rendere felice John Wetton, se non pubblicare almeno un disco all’anno? Sotto il nome Asia, sotto il nome Icon, nei panni del musicista ospite e, se proprio non va nemmeno così, c’è sempre l’opzione del lavoro in studio tutto suo. Stavolta il nostro si presenta proprio con un album solista. Curioso, il sesto in tutto.
Cantante e bassista che ha respirato gli anni d’oro dei grandi exploit pionieristici, fatti di coraggio sfrenato e curiosità nello spalancare mille orizzonti musicali che hanno cambiato per sempre lo sviluppo e il volto del rock, come parte di formazioni assolutamente uniche – Mogul Thrash, Family, U.K., King Crimson, Uriah Heep, Wishbone Ash, Roxy Music e ovviamente Asia – è famoso per il suo grande fiuto nel costruire una composizione fatta come si deve. In più ha una voce carismatica e riconoscibilissima, per la quale se le sono date di santa ragione tanti artisti che volevano averlo nei propri dischi. Tra l’altro, Wetton avrebbe dovuto cantare già nel terzo album dei King Crimson, ma era legato da un contratto per due album con i Family, così nei Crimson è potuto entrare solo nel 1973 (grazie al collega di RockLine Peter per la dritta). Sì. John Wetton è senza dubbio una leggenda del rock.
Stavolta il nostro si è aggrappato al motto “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”. In una prefazione pittoresca, nel libretto del nuovo album in studio, porta chi ascolta dietro le quinte, in quello che ha dato forma a “Raised In Captivity”. Wetton si è ricordato dei vecchi compagni di merende con cui, tre o quattro decenni fa, ha plasmato il volto del rock. Così nel disco si ritrovano tre giganti pionieri della chitarra: Robert Fripp (King Crimson), Steve Hackett (Genesis), Mick Box (Uriah Heep), poi Steve Morse (Deep Purple, Kansas) e i tastieristi Geoff Downes (Asia, Yes) e Tony Kaye (Yes, Circa:). C’è anche il violinista Eddie Jobson, ex compagno di Wetton negli U.K. Curioso che a Wetton sia mancato lo spazio per invitare Martin Barre, primo chitarrista dei Jethro Tull, che aveva contribuito al suo esordio in studio, e un altro socio degli Asia: il “cupo signor gufo” Steve Howe.
John Wetton nel disco non propone nulla di nuovo né di sconvolgente per le orecchie. Il suo stile autoriale è saldamente definito da anni. Nonostante questo, “Raised In Captivity” è un album diverso nella carriera di Wetton. E se proprio vogliamo cercare dei paragoni, i più vicini sono il progetto Icon e gli Asia, ma solo in senso estremamente vago. Anche se il disco è pieno di ospiti di peso, che in altri contesti musicali possono essere il fattore base e i motori del continuo cambiamento di quegli ambienti (leggi: delle band madri), non riescono a imprimere alle canzoni di Wetton il loro marchio al punto che qualcuna ricordi qualcosa che potrebbe arrivare dalle loro band madri. In questo senso è fondamentale l’intesa tra Wetton e Billy Sherwood. È vero che Wetton è l’autore delle idee di base per le melodie, ma quando entra in gioco Sherwood, lui aggiunge all’espressività autoriale un tocco di eclettismo.Sherwood si sente in certi motivi di chitarra che non è difficile affiancare al progetto Conspiracy, ai Circa: e anche all’album degli Yes “Open Your Eyes” (1998) – il caso più lampante è il riassunto in The Last Night Of My Life.
Nei ritornelli non mancano le armonie a sostegno della voce principale di Wetton, che creano gli standard noti, quelli che accompagnano certi momenti indimenticabili della sua discografia in modo decisamente più massiccio (Icon, Asia); a riportare più di tutti al feeling degli Asia è il ritornello di The Devil And The Opera House. Il brano ha un bel salto d’atmosfera grazie all’assolo di violino di Jobson, con i suoi elementi pastorali. Si sente poi che negli arrangiamenti delle armonie multivocali ha messo le sue linee anche Billy Sherwood, che rievoca di nuovo le sensazioni dei progetti e delle band citati, dove Sherwood ha contribuito o contribuisce ancora a plasmare il suono e lo stile complessivi; allo stesso tempo, nel caso di John Wetton le armonie vocali stavolta funzionano un filo diversamente da come siamo abituati.
Ciò che sorprende in questo disco è l’attitudine rock “affilata”, rispetto alla melodiosità ormai proverbiale delle melodie di Wetton, che in produzione mantiene un suono vivo, a tratti quasi leggermente ruvido, nelle frasi di chitarra (l’iniziale Lost For Words, o subito dopo la title track, poi The Human Condition e/o New Star Rising). Tra gli ospiti illustri non è difficile cogliere il carisma del suono e dello stile di Robert Fripp (sì, ci sono anche i soundscape), gli assoli di Mick Box, tipici e conditi di wah-wah, e le note eteree e dolenti che escono dalle dita di Steve Hackett; tutti e tre però si limitano a soli e, al massimo, a qualche abbellimento di passaggio (i soundscape di Fripp in entrata e in uscita nella title track), quindi a dettare davvero le regole del gioco nel disco sono solo Wetton e Sherwood.
Brani come Steffi’s Ring e Mighty Rivers sono una mossa di troppo. Due pezzi tranquilli: il primo si tiene ai collage organici, il secondo si appoggia alla programmazione e alla voce femminile angelica di Anneke Van Giersbergen – una ripresa della sua ospitata nel progetto Icon di Wetton e Downes (nei brani To Catch A Thief e Tears Of Joy) – e riprendono quello che Wetton aveva già detto più di una volta negli arrangiamenti per il progetto Icon, quindi non si sentirebbe la loro mancanza se fossero stati lasciati fuori da questo lavoro solista. Tra i pezzi più tranquilli (dal suono organico, con l’acustica in primo piano), invece, a prendere l’iniziativa è l’ottima Goodbye Elsinore, impostata su un motivo guida di stampo folk celtico e dove la sensibilità di Wetton si esprime in modo particolarmente efficace, con il culmine nel ritornello. L’eclettismo del brano si approfondisce anche con il breve ma dolce tocco, inconfondibile, dell’assolo di Hackett.
“Raised In Captivity” è un album eccellente, speciale nei contenuti, che dimostra l’ottimo funzionamento del sodalizio Wetton – Sherwood e mette in luce le note eclettiche, ma in tutto respira anche un’aria rustica! Per questo accontenterà senza dubbio, come felice mix di stili, sia chi ama la maggior parte della ricca discografia di Wetton sia chi segue l’attività di Sherwood negli Yes “tardi”, nel progetto Conspiracy e nei Circa:. “Raised in Captivity” è un album che sul piano dell’espressione autoriale funziona in modo autonomo e particolare, ma anche molto più forte e convincente di qualsiasi disco degli Icon, e anche delle ultime due uscite in studio degli Asia.
Formazione
John Wetton – voce, basso, chitarra acustica, tastiere
Billy Sherwood – chitarra, tastiere, batteria
Produzione
Billy Sherwood
Tracklist
1. Lost For Words (featuring Steve Morse)
2.Raised In Captivity (featuring Robert Fripp)
3. Goodbye Elsinore (featuring Steve Hackett)
4. The Last Night Of My Life (featuring Alex Machacek)
5. We Stay Together (bonus track)
6. The Human Condition (featuring Tony Kaye)
7. Steffi’s Ring (featuring Geoff Downes)
8. The Devil And The Opera House (featuring Eddie Jobson)
9. New Star Rising (featuring Mick Box)
10. Don’t Misunderstand Me (featuring Tony Kaye)
11. Mighty Rivers (featuring Anneke Van Giersbergen)