Ratos De Porao e la rapsodia hardcore dei ratti a Kranj (2017)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Kranj / Transtation Subart / Slovenia
Data del concerto: 03.07.2017
Pubblico: 100
Prezzo del biglietto: 15,00€ / 18,00e

Secondo report nel giro di pochi giorni dal sottosuolo alternative rock della capitale dell’Alta Carniola, che tra le altre cose è anche il rifugio di tutti i generi estremi e anti-commerciali: parliamo ovviamente dell’inflessibile Trainstation Subart, accanto alla stazione ferroviaria di Kranj.

Già giovedì scorso lì dentro faceva un caldo della madonna, con i Dirty Rotten Imbeciles che hanno raso al suolo il locale. Ecco, la brace non si era ancora spenta del tutto e già sono piombati al Transtation Subart i veterani brasiliani della vecchia scuola HC, i leggendari Ratos De Porao. Il quartetto, in pista dal 1981, è un vecchio amico di Kranj: qui avevano suonato l’ultima volta nel 2009, all’Izbruhov bazen.

Com’è giusto che sia per un evento così, per scaldare la serata è stata invitata una band di casa, che nei primi passi ha bisogno anche di una bella spinta promozionale, »push up«. Soprattutto se è una mezza sconosciuta della scena, come in questo caso i terroristi sonori grindcore di Lubiana, i Glista. Il quintetto schiera Matija Majcen (voce), Gašper Flere (chitarra, Panikk), Alojz Rop (chitarra), Rok Novak (basso) e Jure Bućan (batteria), che però in questo report purtroppo resteranno solo una menzione al volo, perché per impegni urgenti e inderogabili siamo arrivati al locale in ritardo. Recuperiamo alla prima occasione.

Sono le dieci passate, meglio qualche minuto in più. Sul palco si riversano gli adoratori brasiliani della vita da ratti, i Ratos De Porao di San Paolo, in Brasile. Stavolta il pubblico era la metà rispetto a giovedì 29.06.2017, quando qui suonavano i D.R-I. Questo però non ha fermato, per dire, l’auto di quattro fan della band, arrivati a Kranj per il concerto direttamente dall’Ungheria. Quei tipi sono stati anche il motivo per cui le prime file, nei minuti iniziali, sono rimaste completamente vuote: hanno buttato giù chiunque, ignaro di tutto, capitasse a tiro della loro »sbornia da troll«. Ma fa parte di queste feste, è folklore senza cui non si va da nessuna parte, e nemmeno questo concerto dei Ratos De Porao sarebbe stato completo senza simili scene e usanze. I Ratos De Porao hanno spaccato. Il cantante João Francisco Benedan, un gigante dall’aspetto imponente ma incredibilmente simpatico, appena ha aperto bocca si è trasformato in una vera bestia, che ringhiava ora in stile grind, ora death metal. Un’ottima messa in pratica dell’impostazione hc di base della band. L’unico membro originale degli RDP di oggi, il chitarrista João Carlos Molina Esteves, con la sua Gibson Les Paul ha tirato fuori un suono eccellente e soprattutto minacciosamente grasso, con cui ha coperto un sacco di spazio. I Ratos facevano un casino della madonna! Con tutta la sua abilità, il tipo ha infilato assoli in praticamente ogni pezzo, a dimostrare quanto sia bravo e preciso come chitarrista. In una delle pause, quando gli RDP l’hanno sovrastato, ha buttato dentro con malizia variazioni jazz con melodie da salsa latina, e ci è mancato poco che non ci infilasse pure una A Girl Form Ipanema. La coppia ritmica formata da Maurício Alves Fernandez »Boka« (batteria) e Paulo Sergio Sangiorgio Júnior »Juninho« (basso) con un Rickenbacker bianco, dal suono quasi identico a quello dei Motorhead, aggiungeva quegli ottimi abbellimenti di passaggio con cui i Ratos De Porao condivano i loro riff, per il resto semplici, banali, basati su soluzioni a semitoni. Allo stesso tempo la musica era piena di furia e devastazione, che non sopporta giri di parole né abbellimenti. Un atteggiamento crudo, aggressivo e arrogantemente incazzato dall’inizio alla fine! Di sicuro si insinuano nel quadro anche ritmi tribali, o meglio »da tribù«. I gruppi brasiliani ce l’hanno già nel sangue, ed è questo che dà all’attitudine della band, scritta nel DNA punk e hc, quel pizzico di nobile retorica crossover.

La band non ha trascurato i momenti più grandi e memorabili di una carriera longeva, pescando brani dai suoi album più importanti, come »Anarkophobia« (1991) – la title track e Mad Society – e »Brasil« (1989), da cui hanno estratto Bebber Ate Morrer proprio negli ultimi respiri dello show. Dal debutto in studio »Crucificados pelo Sistema« è risuonata, anch’essa nella parte finale del concerto, la title track.

Insomma, sul palco la band forse sembrava un po’ grottesca, ma solo per un’dedizione incredibile, tanto che il chitarrista Joao a un certo punto tremava letteralmente sul palco. I Ratti hanno davvero spezzato ogni catena e ogni briglia, spremendo fuori fino all’ultimo atomo di energia. Per questo non stupisce che il concerto sia durato (bis compreso) appena un’ora. Una serata breve e dolce, dunque, con artigiani incredibilmente speciali dell’essenza primordiale dell’HC, gli unici e inimitabili Ratos De Porao. Speriamo di rivederli presto. 

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