To Kill A King
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Manilla Road
Etichetta: Zyx Music
Uscita: 2017
Durata: 61:04
Voto: 4/5
Mark »The Shark« Shelton e la sua ciurma di oscuri cantori dell’epic pagano, di origine cult della scuola rock e metal americana, insomma gli inimitabili Manilla Road, non conoscono riposo! Così, a soli due anni di distanza, è sbarcato sul mercato un nuovo album in studio. Se ho ancora il conto giusto, »To Kill A King« è il 21° album in studio di questa band longeva, che arriva da Wichita (nello stato americano del Kansas).
Il personaggio senza tempo che sta dietro all’eccellente e imponente opera di questa band va avanti. Non solo sui palchi, ma anche in studio. Cioè con musica nuova. Con il predecessore »The Blessed Curse« (2015) Shelton, primo e principale compositore della band, dopo il noioso »Mysterium« ha finalmente ritrovato il filo diretto con le radici e con l’età dell’oro, quella in cui i Manilla Road sfornavano album come »Crystal Logic«, »The Deluge«, »Open The Gates«, »Mistification«,… Quegli anni sono passati e dai Manilla Road non possiamo né esigere né aspettarci un ripasso dei bei tempi andati. Possiamo però pretendere un album carico di energia e ispirazione, in cui brulicano riff eccellenti e marcati e in cui il materiale è pervaso da un’atmosfera cupa ed epica, piena di misticismo e di dramma teatrale occulto e rovinoso, un terreno in cui i Manilla Road sono sempre stati grandi maestri.
»To Kill A King« è così non solo un successore davvero convincente del bravo predecessore »The Blessed Curse«, ma anche un album che sa ancora un filo più di retrò e cerca un contatto ancora più intenso con l’età dell’oro della band.
La produzione, naturalmente, è vecchia scuola, d’altri tempi, e Shelton non si adeguerà nemmeno di un millimetro. Il suono resta comunque estremamente vivo, organico, a tratti sembra una registrazione demo dal vivo. Al suono del rullante dovrete farci l’orecchio. Di nuovo suona sottile, come se uscisse da una scatoletta, ma a quanto pare a Shelton va bene così, e così dev’essere.
»To Kill A King« è di nuovo pieno di fantasia e misticismo. È un album dagli orizzonti cupi, in cui l’eroe protagonista è dilaniato tra follia e dolore, tormentato dagli spiriti maligni e spinto verso tentazioni peccaminose. Le frasi di chitarra e i ritmi sono molto simili da un pezzo all’altro. È un disco nato in tempi relativamente brevi e registrato anche molto in fretta. I Manilla Road hanno sempre affrontato così la creazione di nuovo materiale. La maggior parte dei brani resta incollata a un mid-tempo. Nei passaggi strumentali centrali regna Shelton con i suoi assoli pittoreschi, suonati di getto, molto istintivi e con un feeling primordiale, che non ha subito alcuna lucidatura in studio a posteriori. Anche stavolta questo omone prende il ruolo centrale pure con la sua voce inconfondibile. Hellroadie lo supporta, più che altro, solo con i cori e non si prende il ruolo di cantante principale, che spetta a Shelton. E lui non è mai passato per un gran cantante. A dirla tutta è un cantante scarso, e anche stavolta non faticherete a scoprire che lo zio nasale ama sbandare fuori dalle linee vocali ideali. Ma non è una novità, e così dev’essere. Il timbro »cavo« di Shark però è davvero particolare, marcato, riconoscibile e, a dirla tutta, unico nel mondo dell’hard rock e del metal. È anche il poker d’assi vincente dei Manilla Road, con cui si sono guadagnati un posto speciale e uno status di culto sulla mappa della vecchia scuola del metal.
I brani sono tutti, senza eccezione, conditi da un’elevata musicalità. Pieni di estetica cupa ed epica, di pompa e bombast da dark metal. Tra tutti i pezzi del nuovo album, per quanto riguarda pompa ed epicità, si porta a casa la vittoria la title track in apertura, una mini suite epica che supera i dieci minuti .Subito dopo ci scontriamo con l’unico momento davvero accelerato del disco. È il brano Conqueror. Per il resto si susseguono una marcia epica dopo l’altra, compresa la conclusiva Blood Island. Da qui la sensazione che l’album sia forse un filo troppo lungo e che sarebbero bastati dieci minuti di musica in meno.
Ciò che conta, quindi, è la constatazione che Shelton e compagni hanno ancora trovato abbastanza ispirazione per un solido malloppo di materiale nuovo. Per un’ora buona i Manilla Road mantengono un’energia genuina (leggi: vecchia scuola), ottanica e cruda, e quel tocco possente di misticismo occulto e rovinoso che tiene l’ascoltatore in tensione, anche se, come detto, l’album avrebbe potuto essere un po’ più corto. “To Kill A King” funziona in ogni mossa e in ogni ingrediente come qualcosa di »già collaudato« e »già sentito«, ed è quindi la prova che nei tempi di oggi i Manilla Road non sanno registrare un album diverso. Per fortuna »To Kill A King« è un lavoro molto bello e ancora di qualità, e il materiale che contiene farà la sua porca figura anche sui palchi, quando terrà compagnia ai classici più vecchi nel repertorio della band. Con »To Kill A King« i Manilla Road hanno dimostrato di non essere ancora da buttare, anche se i tempi d’oro sono passati.
Formazione
Mark “The Shark” Shelton – chitarra, voce
Bryan “Hellroadie” Patrick – voce
Phil Rose – basso
Neudi – batteria
Produzione
Mark “The Shark” Shelton
Tracklist
01. To Kill A King
02. Conqueror
03. Never Again
04. The Arena
05. In The Wake
06. The Talisman
07. The Other Side
08. Castle Of The Devil
09. Ghost Warriors