Reb Beach: A View From The Inside
Etichetta: Frontiers Music Srl
Data di uscita: 6. 11. 2020
Produzione: Reb Beach
Durata dell’album: 42.10 min
Genere: Instrumental / Jazz Rock Fusion / Progressive Rock
Voto: 9.0/10
Reb Beach è un virtuoso della chitarra, compositore e produttore americano. È considerato il membro fondatore originale dei Winger, hard rock band fantastica quanto clamorosamente sottovalutata a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, mentre da 18 anni è un elemento fisso della line-up delle leggende hard rock Whitesnake. È noto anche per le collaborazioni con Dokken, Alice Cooper e Night Ranger, e di recente, insieme a Jeffa Pilsona (Foreigner), Matta Starra (Mr. Big) e Robina McAuleya (MSG), ha dato vita ai Black Swan, che nella prima metà di quest’anno hanno pubblicato il loro album di debutto in studio. Tra i suoi modelli Reb cita, tra gli altri, Montrose e Aerosmith, mentre per quanto riguarda la chitarra si è sempre esaltato per musicisti che gravitano nelle sfere del progressive rock e anche del jazz, come Allan Holdsworth, Steve Morse e Larry Carlton. Nella sua carriera Reb Beach ha collaborato con grandi nomi del rock and roll, come Eric Clapton, Bob Dylan, Roger Daltrey, Chaka Kahn, Howard Jones e Twisted Sister.
Chi tra il 2006 e il 2019 è andato ai concerti dei Whitesnake sulla tratta Lubiana – Zagabria, ha quindi già incrociato Reb più di una volta. E chi era al concerto dei titani hard rock tedeschi Scorpions a Zagabria, ormai lontano 2. 12. 1990, ha visto Reb sul palco già con i Winger, che quella sera aprivano la serata.
I ricordi sono belli. Anche quelli del lontano 2001, quando Reb pubblicò il suo secondo album solista in studio «Masquerade», sostanzialmente diverso dal nuovissimo «A View From the Inside». Nel nuovo disco Reb non si mette più alla prova nel ruolo di cantante, ma consegna un album puramente e totalmente strumentale. Nonostante Reb citi come fonte di ispirazione la figura e il lavoro di chitarristi come Steve Morse (Dixie Dregs, Deep Purple, Kansas), Larry Carlton e Allan Holdsworth, l’album «A View From the Inside» sarà sempre più accattivante per gli amanti dello «shred» chitarristico che per i puristi del jazz rock fusion.
L’archiviazione delle nuove idee da parte di Beach è stata davvero lunga. Il disco mette in risalto un perfezionismo straordinario, che incarna l’artigianato artistico e la grande flessibilità di sensibilità estetica di questo brillante mago della chitarra. Non stupisce che vada così d’accordo con Kip Winger, soprattutto ultimamente, ora che i Winger sono cresciuti fino a diventare una band art rock e si sono lasciati alle spalle da un pezzo il loro periodo glam. Anche se lo stile chitarristico è ormai cementato e fa da piattaforma a un’eclettismo ben riconoscibile in questo lavoro solista, Reb Beach è riuscito su questo album a bilanciare la sostanza musicale con grande abilità, in modo da portare uno sviluppo dinamico in una sequenza di motivi guida di grande varietà di idee. I momenti di perversioni chitarristiche sfrenate, di cui il disco pullula e in cui l’ultravirtuoso della chitarra lascia a bocca aperta con la sua precisione tecnica, la velocità estrema ma anche lo spirito, non sopraffanno il solido filo rosso musicale che accompagna le composizioni dell’album a ogni passo. Spicca anche Hawkdance, furbacchiona funky blues groove con una chiara integrazione di fusion jazz rock, in cui Reb Beach mette in mostra alcune virtù del suo modo di suonare la chitarra che, per esempio, con i Whitesnake non può permettersi. Questa lucidità sbarazzina era già annunciata nella prima parte del disco con Little Robots. L’album parla anche il linguaggio del progressive. In questo senso Reb Beach sfrutta in modo molto intelligente le parti di passaggio e i passaggi mid-eight, dove ribalta di scatto le modulazioni dei brani, portandoli verso altri orizzonti musicali che sorprendono, divertono e tengono impegnato l’ascoltatore in modo piacevole. A questo si aggiunge la fluttuazione degli stati d’animo (dell’atmosfera). Tutto questo non fa che riflettere ulteriormente la solida costruzione musicale a più strati di questo musicista perspicace.
Attack of the Massive è il brano più lungo dell’album e ha anche più di tutti vivacità progressive, oltre a qualche amoreggiamento tra generi. Allo stesso tempo strizza l’occhio al fascino del jazz rock fusion, mentre le escursioni sperimentali lasciano spazio sia alla sezione ritmica, che sfrutta con abilità lo spazio in cui si lancia in improvvisazioni, sia alle tastiere, dove Paul Brown mette un’eccezionale spezia solistica. Anche The Way Home ha un letto di jazz rock fusion. Ma come detto, non è marcato, o per dirla in altro modo, parla dalle retrovie. Perché lo sviluppo del lavoro chitarristico all’interno delle strutture compositive è abbastanza eclettico. Per questo lungo tutto il disco il jazz rock fusion è «mascherato» alla grande, anche se per lo più si percepisce. L’album ha anche qualche miccia che versa benzina ad alto numero di ottani sul disco. L’avventurismo fantasioso e perspicace dentro le fughe a velocità ultrasoniche trova il suo apice soprattutto in Cutting Loose, che potrebbe tranquillamente fare da colonna sonora a una corsa di auto da rally. Questo brano si porta dietro qualche birichinata che farebbe alzare le sopracciglia anche a Paul Gilbert. In pezzi come la giocosa e sbarazzina Aurora Borealis, e ancor più nella conclusiva e mistica Sea of Tranquillity, Beach mostra il suo lato sensibile e sensuale, dove dosa le note suonate in modo particolarmente morbido e sofisticato. Nella scherzosa Aurora Boreallis ha un ruolo importante nella costruzione dei motivi alle tastiere il compagno di Beach nei Whitesnake Michelle Luppi.
È interessante che Beach usi sempre esattamente lo stesso gear chitarristico. Il suono, il tipo di distorsione. Eppure il disco non diventa rigido nell’espressione, ripetitivo nelle idee o addirittura prevedibile nemmeno in un singolo punto. Semplice. La varietà di idee dei brani è straordinaria e allo stesso tempo Beach lascia sempre un sacco di spazio alla sezione ritmica e anche alle tastiere, il che contribuisce a rendere ancora più mossi i contenuti delle composizioni. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza l’integrazione di alcuni virtuosi eccezionali che hanno collaborato con Beach all’esecuzione dei brani in studio. Tra loro spicca anche il nome del bassista Philip Bynoe, che ha collaborato con Steve Vai.
«A View From the Inside» è sotto ogni aspetto un eccellente album di rock chitarristico interamente strumentale. Sviluppa eclettismo. Cioè, questo disco è un riflesso sincero dell’unicità chitarristica di Beach e della sua sbalorditiva acutezza espressiva, che entusiasma a ogni passo dell’album. «A View From the Inside» è un risultato lucido, luminoso, esuberante ma anche espressivamente audace, che in questi tempi strani e cupi di tutti i giorni arriva come ordinato per riempire l’anima e il cuore dell’ascoltatore di serenità e gioia. Questo album è esattamente ciò che dice il suo titolo. Richard Earl Beach con testa e barba. Per finire, torniamo alle due band con la «W» maiuscola per cui lavora Beach. La sua avventura artistica va ben oltre ciò per cui è conosciuto soprattutto il suo modo di suonare nei Whitesnake, e allo stesso tempo dà, dall’altra parte, una risposta del tutto logica sul perché i Winger negli ultimi 15 anni siano cresciuti fino a diventare una delle più pregevoli band art rock della galassia solare.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Black Magic
2. Little Robots
3. Aurora Borealis
4. Infinito 1122
5. Attack Of The Massive
6. The Way Home
7. Whiplash
8. Hawkdance
9. Cutting Loose
10. Sea Of Tranquility
Formazione:
Reb Beach – chitarra, basso nei brani n. 4 e 9, tastiere nei brani 4 e 6, arrangiamenti d’archi nel brano n. 10
David Throckmorton – batteria (tutti i brani tranne il n. 6)
Robert Langley – batteria nel brano n. 6
Michele Luppi – pianoforte nei brani 3 e 10
Phillip Bynoe – basso nei brani n. 1, 2, 3, 8 e 10
John Hall – basso nei brani n. 5, 6 e 7
Paul Brown – tastiere nei brani n. 1, 2, 5 e 7
