Recycled
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Nektar
Etichetta: Bellaphon
Uscita: 1975
Durata: 36:45
Voto: 5/5
Con “Recycled” i leggendari rocker progressive inglesi Nektar, famosi tra le altre cose per aver passato gran parte della loro carriera in studio in Germania per pagare meno tasse, hanno messo a segno un’ultima grande opera magistrale, entrata negli annali del mondo prog rock soprattutto per l’uso avanzato delle texture di sintetizzatore da parte dell’unico musicista ospite della storia del gruppo fino a quel momento, il maestro americano Larry Fast (Synergy, Peter Gabriel). Fast, coinvolto prima dell’inizio del tour americano, si era già costruito la fama di innovatore dei sintetizzatori, anche grazie alla collaborazione con il leggendario pioniere dei synth Robert Moog nello sviluppo del primo sintetizzatore polifonico (la prima tastiera elettronica in grado di suonare più di una nota contemporaneamente). Le sue capacità si sono rivelate oro colato e hanno arricchito ancora di più il suono già tradizionalmente eclettico della band.
“Recycled” prosegue la loro tendenza a fare album stilisticamente piuttosto vari tra loro, ma sempre con quel suono Nektar inconfondibile. Grazie all’inserimento di arrangiamenti orchestrali sontuosi, non avevano mai avuto un sound così sinfonico, cosa che li ha avvicinati come mai prima in carriera alle band simfo prog come Genesis, Yes ed ELP. Dall’altra parte, i numerosi campionamenti elettronici dei sintetizzatori di Fast tengono il filo con il loro passato space rock. In più non mancano raffinate finezze jazz al piano, mentre le sterzate chitarristiche di Albrighton ti portano dalle parti del funk e dell’hard rock. Il mix di tutti questi ingredienti dà il disco più ricco dal punto di vista sonoro di tutta la carriera della band.
Anche stavolta i testi mantengono la loro interessante tradizione concettuale di stampo fantascientifico e raccontano il riciclo cosmico dell’inquinamento umano, di cui in futuro dovranno occuparsi strane entità cibernetiche per evitare la catastrofe finale. Il concept a tinte ecologiche, dietro cui si nasconde una critica pungente al rapporto malsano dell’uomo con la natura, oggi, in tempi di coscienza ecologica sempre più diffusa, è particolarmente attuale. A quanto pare l’ispirazione è arrivata durante il tour americano, quando rimasero scioccati dalla quantità di rifiuti di ogni tipo che si accumulavano in ogni angolo.
Invece di un unico brano spalmato sulle due facciate dell’LP come avevano fatto su “Remember The Future” (1973), il loro secondo album più apprezzato, il concept di “Recycled” è distribuito con eleganza su una serie di brani collegati tra loro, che sfumano uno nell’altro senza pause, quindi si può parlare a buon diritto anche di suite concettuale. Alcuni motivi tornano più volte nel corso del disco, il che sottolinea ulteriormente la natura concettuale dell’album. Ogni brano ha le sue particolarità, per cui è impossibile indicare i picchi del disco, anche se di sicuro con il tempo ognuno si farà i suoi preferiti. L’atmosfera è, come si addice al concept, estremamente epica, e il merito va, oltre agli arrangiamenti orchestrali pomposi, alle sterzate chitarristiche funamboliche e all’ottimo cantato, anche all’inserimento convincente di voci corali femminili nei momenti chiave dell’album.
I Nektar non girano intorno alla cosa nemmeno per un secondo e già con l’opener “Recycle” ti sparano in faccia un’orgia simfo prog rock pura, dove si fondono imponenti arrangiamenti di tastiere, riff di chitarra incisivi e il canto drammatico di Albrighton, il tutto sostenuto da una sezione ritmica altamente eclettica. Segue senza soluzione di continuità l’incredibilmente dinamico strumentale “Cybernetic Consumption”, dove i motivi sonori cambiano di secondo in secondo. Dopo un inizio quasi avanguardistico, con acrobazie elettroniche dei sintetizzatori e temperamentali passaggi di chitarra hard rock, irrompe un fantastico motivo sinfonico, che dopo brevi inserti jazz si ripresenta ancora una volta con tutta la forza e un effetto ancora maggiore. “Recycle Countdown” porta avanti il motivo dell’iniziale “Recycle” grazie al canto sorprendentemente sentito e soprattutto malinconico di Roye. “Automation Horrorscope” ha un’atmosfera davvero futuristica, merito dei meandri elettronici variopinti e della narrazione robotizzata, mentre l’unione di passaggi chitarristici scatenati, da vero hard rock, e stacchi di batteria jazzati garantisce la presenza delle classiche finezze Nektar.
Con l’ingresso della voce drammatica di Roye e il passaggio raffinato a “Recycling”, dove costruiscono una breve melodia acustica prima di inserire linee sinfoniche pompose, piazzano un inserto inaspettatamente spiritoso, di quelli che sul disco, del resto, non mancano mai. “Flight To Reality” è un crescendo drammatico e ritmicamente carico a mille, prima del brano chiave dell’album, dove tornano a regnare le follie sinfoniche delle tastiere e un canto da spezzare il cuore. Segue il capolavoro visionario “Unendless Imaginations”, in cui si lanciano a vele spiegate nel mondo dell’epica fantasy e delle orchestrazioni maestose. Questa vera delizia, in cui usano perfino armonie vocali corali femminili, si potrebbe definire il pezzo centrale, se non proprio quello chiave del disco, nonché la creazione più pomposa della loro carriera. Ci si sente chiaramente da dove, circa venticinque anni dopo, certe band power/simfo metal alla Rhapsody Of Fire abbiano pescato le idee per i loro pomposi gioielli, e non solo sul piano strumentale, ma anche nel prendere in prestito le maestose linee vocali corali, che creano un’atmosfera incredibilmente epica. Il canto di Roye qui si può dichiarare senza riserve addirittura il migliore della sua carriera. Alla grandiosità epico-barocca segue una seconda parte in contrasto, salata di space rock, dove si mescolano suoni elettronici dissonanti.
In “Sao Paolo Sunrise”, che parla dello smog cittadino in mezzo a una soleggiata città brasiliana, proseguono con il rilassamento ambient dei suoni elettronici, poi, grazie a un’alleanza tra un riff di chitarra spiritoso, armonie corali e decisi colpi di batteria, costruiscono a poco a poco un altro motivo sinfonico maestoso. Quest’ultimo, con l’aiuto di linee di basso scatenate, cambia gradualmente natura sonora e vira verso il funk. Come richiede il titolo del brano, comincia a regnare una vera atmosfera latina, calda e di pieno carattere estivo, che ti viene perfino voglia di ballare. “Costa del Sol” è un altro brano pieno di pregi imprevedibili e speziati in mille colori. Alle armonie corali iniziali segue una raffinata fusione di jazz e funk con ottimi assoli di pianoforte e una base di linee di basso bella corposa. Qui continua l’atmosfera latina del pezzo precedente, ma le armonie corali pompose e le esplosioni simfo-hard rock di passaggio costruiscono già quella classica drammaticità Nektar che manda in estasi i palati fini.
Il classico “Marvellous Moses” si piazza senza problemi tra i picchi dell’album ed è forse anche il brano più riconoscibile del disco. I passaggi tra crescendo ritmici funk e motivi epici abbondano, mentre il momento migliore è la parte centrale del brano, parecchio complessa, dove va in scena una vera orgia fusion, per non dire un feroce scontro tra strumenti. Il maestro Fast, con i suoi tanti assoli di sintetizzatore nel suo regno, supera ancora una volta sé stesso, mentre Freeman dall’altra parte lo segue in modo convincente sulle tastiere di supporto, un po’ più modeste, creando insieme un suono sinfonico stupefacente per ricchezza. Il gran finale, l’incredibilmente malinconica “It’s All Over”, è praticamente la chiusura ideale di questo ottimo album. Qui Roye ha un’altra occasione per dimostrare con un canto eccezionale di essere uno dei cantanti emotivamente più espressivi della sua epoca, mentre l’orchestrazione sullo sfondo alza il livello di un’atmosfera di struggente tristezza, per non dire di addio. La parte finale del brano, però, non è così malinconica, perché l’inserimento di un’elegante melodia acustica e di armonie corali “angeliche” crea un’aria rilassante, da ambient, quasi sollevante.
Con il fantastico “Recycled” i Nektar hanno toccato per l’ultima volta le stelle del rock progressivo, raggiungendo sotto ogni punto di vista il loro apice artistico, un disco che per qualità può tranquillamente stare accanto a “Remember The Future”. Il breve patto con il mago delle tastiere Larry Fast si è rivelato in tutto e per tutto una mossa da sogno, ed è un peccato che sia rimasta l’unica collaborazione. All’uscita di “Recycled” i Nektar vivevano anche l’apice della popolarità e per un breve periodo diventarono perfino più popolari negli Stati Uniti che in Germania, cosa di cui poteva vantarsi solo qualche rara band prog rock europea degli anni Settanta. Non sorprende quindi che abbiano deciso di spostare per qualche anno la sede dello studio nel New Jersey. Dopo “Recycled”, purtroppo, è arrivato l’inevitabile declino artistico e commerciale, a cui ha contribuito in buona parte la mossa avventata e, per l’epoca, senza dubbio scioccante di Albrighton, che ha deciso di prendersi una pausa dall’attività faticosa in studio e dal vivo. Più avanti sarebbe tornato, ma non prima che registrassero l’unico album in cui non compare un membro fondatore chiave della band.
Formazione
Roye Albrighton – voce, chitarra
Alan “Taff” Freeman – tastiere, voce di accompagnamento
Derek “Mo” Moore – basso, voce di accompagnamento
Ron Howden – batteria, percussioni
Mick Brockett – effetti luce e visual
MUSICISTI OSPITI:
Larry Fast – arrangiamenti orchestrali Moog e sintetizzatori aggiuntivi
Coro inglese (direttore Robert Howes, arrangiatore Christian Kolonovits)
Produzione
Nektar, Peter Hauke
Tracklist
1. Recycle (2:47)
2. Cybernetic Consumption (2:32)
3. Recycle Countdown (1:51)
4. Automation Horrorscope (3:08)
5. Recycling (1:46)
6. Flight to Reality (1:18)
7. Unendless Imaginations (4:36)
8. São Paulo Sunrise (3:05)
9. Costa del Sol (4:04)
10. Marvellous Moses (6:37)
11. It’s All Over (5:11)