Relayer
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Yes
Etichetta: Atlantic Records
Uscita: 1974
Durata: 40:31
Voto: 5/5
A differenza di ‘Tales From Topographic Oceans’ (1974), ‘Relayer’ ha molte più sfuriate rock vere e proprie. È il disco in cui Steve Howe comincia a portare nel sound degli Yes, per la prima volta in modo più marcato, le sue acrobazie chitarristiche a base di ‘glissando’. Per la prima volta si sente come la steel pedal guitar passi davanti agli assoli del primo grande amore di Steve, la chitarra Gibson ES 175. Steve, notoriamente poco amante degli accordi, li porta nel nuovo sound degli Yes più spesso che mai. Sullo sfondo c’è un sipario sonoro costruito sugli accordi, in primo piano melodie geniali di steel pedal guitar, con vere e proprie fughe multiarmoniche, usata in un modo che il mondo non aveva mai assaggiato prima. Rick Wakeman, finito il tour di ‘Tales From Topographic Oceans’, lascia gli Yes per la prima volta. I ragazzi scelgono come sostituto il virtuoso svizzero Patrick Moraz. ‘Relayer’, con tre soli pezzi in tutto, per la band è una storia nuova.
The Gates Of Delirium, fantastico epico di venti minuti, è il cuore del disco. Un poema epico che ancora oggi, per la sua attitudine così diretta e rock, è per molti fan l’ep preferito degli Yes, e che richiama in pieno l’assoluta assurdità della guerra in tutte le sue forme: dal litigio verbale in apparenza innocuo tra due individui in strada fino all’estremo in cui dei pazzi usano l’arma nucleare. Insomma, l’esatto contrario di tutto ciò che rappresenta la vera pace (purtroppo illusoria – ehi, quante generazioni ancora!!!). Nei testi ‘Relayer’ è molto più immediato, diretto e incisivo rispetto al predecessore. The Gates Of Delirium è avvolta per tutto il tempo da vibrazioni di follia e dal vagare disperato di un’umanità che si è dimenticata da un pezzo del proprio scopo. Moraz e Howe, nei loro duelli solistici, ridanno vita alla paura della morte, alla rabbia, alle urla, all’orrore, alla sofferenza dell’umanità e al fischio delle schegge di shrapnel che squarciano senza pietà l’aria e trasformano il verde in grigio e l’azzurro intenso in rosso sangue. Quando Squire e White, scatenati, evocano con la ritmica una vera marcia militare, una marcia dritta all’inferno da cui non si torna indietro! Eppure, come è ormai consuetudine nei testi di Anderson, alla fine del brano, nella sua parte conclusiva Soon, la luce risplende attraverso la musica in tutta la sua intensità. Sarà il raggio della nostra rinascita? Presto, presto arriverà il momento della fine, raggiungeremo la nostra apocalisse. Poi potremo guardarci di nuovo intorno, con i cuori aperti, capiremo il nostro scopo, qui sulla Terra, uno scopo affidatoci tanto tempo fa: vivere l’armonia della melodia della vita, il Sole ci guiderà nel realizzarlo e nel godere di questa armonia attraverso la melodia di un amore e di una pace senza confini.
Sound Chaser è un momento di fantastica fusione tra rock e jazz. Il motivo di base si appende a ogni giro in un vero ‘drn in strn’ e in uno stacco folle della band. Un pezzo che gli Yes hanno scritto sotto l’influenza delle mode di allora, la fusion rock-jazz alla Mahavishnu Orchestra, Miles Davis (il suo periodo ‘elettrico’ anni Settanta) o Return To Forever. Un nuovo esperimento, con un momento psichedelico di Howe a metà brano e una prova audace e saporita di tutto ciò che la sua ‘quattro corde’ e la steel pedal guitar riescono a tirar fuori. Un equilibrio perfetto di tutto. La linea ritmica uccide, la velocità è supersonica: fino al 1974 su questo pianeta non c’erano ancora stati degli Yes così veloci. In Sound Chaser anche Patrick ha il suo momento e con bravura rovescia e fa girare l’assolo finale attraverso il suo Hammond. Probabilmente la canzone più insolita della loro storia. Ma, visto il coraggio di provare tutte le dimensioni musicali possibili, dagli Yes in fondo un ‘colpo’ più che atteso.
Il drumming di Alan White, che come musicista è votato in fondo al rock, qui è ancora più espressivo. Il suo siluramento ha portato ancora più grinta e immediatezza nel suono di ‘Relayer’ rispetto al predecessore ‘Tales From Topographic Oceans’.
To Be Over è senza dubbio una delle canzoni meglio composte della storia della musica degli Yes, con Steve in assoluto al centro della scena. È un vero abecedario della steel pedal guitar. Praticamente tutta la melodia l’ha costruita Steve; nella fase finale si è aggiunto Jon, che ha contribuito con una linea di versi incredibilmente coerenti. Straordinaria la parte strumentale centrale, che fa venire i brividi in modo particolare. Tutta la squadra che galleggia verso chissà dove, ma sempre con un obiettivo chiaro. Essere gli Yes. Essere una flotta di esplorazione intergalattica. Delicato, tenero e raffinato fino alla sofisticazione. Gli altri tre seguono in perfetta sintonia la morbidezza della chitarra di Howe e la voce angelica di Anderson.
Vi ricordate il ‘Silmarillion’ di Tolkien? Gli Ainur, angeli spirituali ovvero frutti della mente di Illuvatar, crearono Arda (Middle Earth, la Terra di Mezzo). Cantavano canti di armonia perfetta e con la melodia crearono il mondo. Ma in mezzo a loro spuntò il buono a nulla Melkor (il nostro primo officiante, monsignore e metropolita esclamerebbe: ‘Angelo caduto!’), il più potente degli Ainur. Questo penitente cantò apposta in disarmonia e nacque il male. Ci volle un’apocalisse perché il mondo tornasse all’armonia dell’amore e della pace. Ed è più o meno così che è tracciato tutto il destino umano. La copertina di ‘Relayer’ segue i versi dell’apocalisse (proprio come il messaggio degli Yes) che trovate sulle pagine del libretto, opera di Donald Lehmkuhl, che furono evidentemente fonte d’ispirazione per ‘Relayer’. Roger Dean ha messo in scena cavalieri armati (i cavalieri dell’apocalisse), grasse serpi velenose e unte, avvolgendo tutto in un grigio assoluto. Un grigio di pietra da cui si innalzano le mura di una città stregata. Insomma, ancora una volta Roger e gli Yes hanno trovato il loro linguaggio comune.
Il suono è pieno, Patrick ha messo la firma su arrangiamenti di tastiere fenomenali e gli Yes suonano ancora una volta come un’orchestra. Quasi incredibile, ma Rick Wakeman nel disco proprio non si sente la mancanza. ‘Relayer’ è un capolavoro sotto ogni punto di vista. Un’altra prova di quanto fossero potenti gli Yes, di quanto fossero avanti rispetto alla scena rock di allora. Dal punto di vista del suono e, ovviamente, come esempio. Un esempio di tutto ciò che si può fondere nella musica, di come non fermarsi mai, andare avanti, creare. Con ogni disco proponevano un suono nuovo, un linguaggio nuovo, erano un cambiamento continuo e ancora avanguardia.
Formazione
Jon Anderson – voce
Chris Squire – basso e voce
Patrick Moraz – tastiere
Alan White – batteria
Steve Howe – chitarre e voce
Produzione
Eddie Oford
Tracklist
1. Gates Of Delirium (22:55)
2. Sound Chaser (9:25)
3. To Be Over (9:08)