Remission
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Mastodon
Etichetta: Relapse Records
Uscita: 2003
Durata: 50:26
Voto: 4.8/5
Quando si tratta di definire l’amore per quello che ascolto, non riesco e non voglio staccarmi del tutto dal fattore “mi piace” e da quello che è semplicemente questione di gusti, ma ascoltando qualsiasi cosa mi sono sempre fidato solo della sensazione nel cuore, nell’anima e nelle viscere più profonde del mio essere. Quando mi investiva quella sensazione di fusione totale con la musica, sapevo e basta che quel disco avrebbe superato lo status di meteora. Qualcosa di simile mi ha travolto nel 2003, ormai un bel po’ di anni fa, quando, incantato e rapito da quello che sentivo, ho potuto solo crollare a terra – dalla felicità che nel mondo della musica, dopo quella che per me era stata l’ultima grande scoperta e dopo anni senza una sola sorpresa sincera né scintilla di genialità, stessero succedendo di nuovo scossoni tettonici e che per la mia anima insaziabile ci fosse ancora speranza. La band che mi ha rapito e spazzato via ogni dubbio erano i Mastodon, e di questo disco ora voglio svelarti qualche riga tra le più sentite del mio modo di vivere l’amore per la musica.
La fascinazione per le fiamme della creatività ha potuto saziarsi con la stessa essenza del fuoco più puro e crudo, che Remission mostra fin dal primo pezzo. Anche se molti considerano questo disco l’unico del catalogo Mastodon a non essere stato pensato come concept, dietro c’è proprio la fascinazione per questo elemento meraviglioso e inafferrabile, in qualche modo il più libero (etere a parte, ovviamente), ma in un’intervista del 2004 il batterista Brann Dailor ha rivelato che l’album è stato un’escursione terapeutica nel mondo della musica, per poter intonare un canto alla sorella morta e alleviare almeno un po’ un’anima a pezzi. Come ha raccontato in una chiacchierata per la rivista Lollipop: “Mia sorella si è tolta la vita quando avevo 15 anni (lei era un anno più piccola), e io non riuscivo a parlarne né a cantarne da nessuna parte. Tutto quel dolore che mi portavo addosso come un peso… Tutto quell’immenso dolore era dentro la mia anima. Nei Today Is The Day ho messo nella musica tanta rabbia, e una volta cantata la rabbia non c’era più bisogno di quel sentimento primordiale. Quando ho iniziato a suonare nei Mastodon e mi sono trasferito ad Atlanta, è arrivato il momento di una grande guarigione dell’anima. I Mastodon c’entrano parecchio, e buona parte sta nel titolo stesso del disco, Remission. Remission significa perdono e guarigione, e lì i Mastodon mi hanno sicuramente aiutato: allora sono riuscito a perdonare un sacco di cose che mi erano capitate nella vita.” E l’album Remission caccia fuori questi demoni neri a gran voce e senza pietà anche dagli ascoltatori ignari!
Già dopo il primo ascolto è chiaro come il sole che il quartetto di Atlanta non si rifugia nel purismo metallico: nei suoi ingranaggi nasconde parecchi elementi di sludge e jazz, mentre gli elementi della rabbia si intrecciano in modo naturale e succoso con un senso etereo di dolore e perfino con una malinconica sosta nelle sfere dei tempi rallentati. Il mammifero estinto da tempo ha, dalla svolta del millennio, due paia di zampe in più rispetto alla forma originale, e i polmoni multitonali si riempiono e si svuotano gutturalmente attraverso le corde vocali del bassista Troy Sanders e del talentuoso chitarrista e personaggio fuori dagli schemi Brent Hinds. L’organismo si completa con il chitarrista Bill Kelliher, un po’ meno da palcoscenico ma sempre eccellente, e con Brann Dailor, talentuoso e senza dubbio magnifico domatore di tamburi. Se il suo omonimo parente estinto degli elefanti era sinistro e massiccio, la sua trasposizione sonora è più pesante di un paio di toni e devastantemente tecnica.
Il miscuglio di sensazioni che richiamano Isis, Converge, Meshuggah e Dillinger Escape Plan è una miscela reattiva di generi musicali con un forte accento sull’origine metal – come detto, con il fattore virtuosismo in primo piano e strutture dei brani tecniche, rifinite fino all’ultimo dettaglio. La prima cosa che ti punge le orecchie è la produzione straordinaria, che prosegue la serie di dischi fenomenali dei già citati Isis, dei meno noti Botch e di qualche altro cavaliere post-apocalittico del piacere puro, anche perché al mixer c’erano le dita dell’indubbio mago di questo tipo di produzione – Matt Bayles. Ma una produzione straordinaria non chiude il corpus di una musicalità straordinaria: le dà solo lo spazio per sbocciare del tutto. Stimolati dalla possibilità di articolare, vengono fuori proprio quattro sciamani del suono, già temprati in formazioni come Today Is The Day e Lethargy, e i veterani della distruzione e della musicalità pura ti portano per una cavalcata selvaggia, durante la quale raggiungerai il plateau dell’estasi e ti darai alla danza – se in te c’è almeno un po’ di vita.
Il colpo d’apertura è il riff a dieci toni di Crusher Destoyer, in cui un muro di chitarre straordinario, i vocalizzi gutturali di Sanders e il ritmo schiacciante e inarrestabile della batteria intrecciano la loro danza brutale. Sanders canta: “listen / here lies the warning for matador / blackout / blood running the dirt floor / won’t bleed by accident”, e tu non riesci a smettere di ascoltare, perché subito dopo arriva la danza sublime di un milione di formiche di fuoco in March Of Fire Ants.
La trigonometria matematica e il matematismo del ritmo si riducono a una somma preistorica di un’unica massa compatta, in cui più strati segmentali sono fusi in un pugno d’acciaio di titanio che picchia senza pietà, e dopo che i colpi delle onde sonore ti hanno ammorbidito arriva il momento psichedelico death metal di Where Strides The Behemoth. Il temperamento sudista versa la carica sludge più pura nelle vene sporche del fango della palude, e sotto gli strati di un’enorme sporcizia si nasconde parecchia raffinatezza jazz e genialità progressiva. Che viene a galla nella forma più pura nell’intreccio sognante e complicato di Ol’e Nessie. “Sanction lived in / taught by masters / flight of giving / be mine always / here for duration / miss my sweet love / times of sailing / keep me grounded / make us sure of future sanctions,” parole che suonano come frattali di pensieri a metà e danno la risonanza più profonda di un haiku dell’anima sul dolore e sul lamento per un amore sincero che è morto e si è chiuso nel ciclo di vita e morte. Il seguito crudo di Burning Man, con la sua impronta hardcore, si prolunga in una danza nera di fatalità lacerata nel sensibile e sinistro Trainwreck. La liturgia dell’addio alla Sabbath si compie in modo eccezionale e con raffinatezza chirurgica, mentre tu, palmo dopo palmo, soccombi al senso di piccolezza e fragilità, per arrivare alla redenzione finale e alla rivelazione delle distese infinite dell’ascensione musicale. Trilobite, l’atto conclusivo del affascinante Mother Puncher e, per mettere il punto sulla i, l’esecuzione sentita di Emerald dei Thin Lizzy chiudono l’epopea d’ascolto in uno stato di fusione totale in un tutt’uno compatto, che è tutto e che è niente.
Per i palati un po’ più esigenti, la versione deluxe offre del materiale extra per verificare empiricamente la straordinarietà dei Mastodon: i ragazzi ti mostrano e ti dimostrano di saper riprodurre ciò che hanno registrato in studio anche sui palchi dei concerti, con sicurezza e senza ripetizioni né sbavature. Il DVD bonus porta infatti una gita straordinaria e intima al loro set in casa – al locale The Masquerade, ovvero nella sala del loro rifugio atlantico nativo, dove davanti ai tuoi occhi si dipana una vignetta di immagini live di cui nel dicembre del 2002 ha goduto una felice folla di centinaia di teste in questa città della Georgia. Dopo, le parole sono morte e le acque cerebrali si sono svuotate in un eiaculato di orgasmo mentale estatico totale. I Mastodon hanno confermato il primato dell’eccezionalità e dimostrato di essere una band grande – enorme – da cui dipende, fra le altre cose, tutta la futura esistenza musicale e la sopravvivenza di strutture megalomani. L’incrocio di generi ha riempito la volta celeste e il cranio si è spalancato in dimensioni più grandi delle distese infernali, per poter godere molto presto del seguito e affrontare l’apparente opposto del fuoco nel disco Leviathan, ma questo è un altro paio di scarpe, che potrai infilarti presto. Se osi, ovviamente, proseguire la danza selvaggia del miracoloso incrocio di derivati musicali ad alto numero di ottani e versarti nelle orecchie il napalm più puro di una straordinaria sconfinatezza musicale, che si condensa in vignette primordiali di geniale lunghe più minuti, e fare ancora qualche passo più in profondità nel mondo di giganti del passato solo apparentemente estinti …
Formazione
Troy Sanders − basso, voce
Brent Hinds − chitarra, voce
Bill Kelliher – chitarra
Brann Dailor − batteria
Produzione
Matt Bayles & Mastodon
Tracklist
1. Crusher Destroyer
2. March Of The Fire Ants
3. Where Strides The Behemoth
4. Workhorse
5. Ol’e Nessie
6. Burning Man
7. Trainwreck
8. Trampled Under Hoof
9. Trilobite
10. Mother Puncher
11. Elephant Man
12. Emerald (bonus track)
Deluxe Edition DVD
1. Olé Nessie (Live)
2. March of the Fire Ants (Live)
3. Hail to Fire (Live)
4. Where Strides the Behemoth (Live)
5. Battle at Sea (Live)
6. Mother Puncher (Live)
7. Burning Man (Live)
8. Workhorse (Live)
9. Crusher Destroyer (Live)