NOLA

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Down
Etichetta: Elektra Entertainment Records
Uscita: 1995
Durata: 56:33
Voto: 5/5

Gli anni Novanta sono stati senza dubbio un’epoca in cui si sono scritte un’infinità di storie di successo e di rivoluzioni musicali, ma è altrettanto vero che buona parte dello spettro musicale è stata riempita e saziata dal suono ricco di band come Pantera, Corrosion Of Conformity, Crowbar e dei un po’ meno noti, ma infernalmente sporchi Eyehategod. Un derivato della sincerità sudista, della tendenza a esagerare e a coccolare le immagini iconiche del passato ha dato vita già nel 1991 a un fenomeno che oggi chiamiamo southern metal, sludge metal, stoner metal e in chissà quanti altri modi, e tutti questi nomi richiamano alla mente i despoti indiscussi del genere: i Down.

La chimica tra il talento aggressivo del principale paroliere e voce della Pantera, il noncurante ma indubbiamente dotato Phil Anselmo, si è infatti stretta la mano, proprio all’inizio del ’91, con quella del talentuoso fondatore dei C.O.C. Pepper Keenan, a cui si è unito il duo dei Crowbar, il chitarrista Kirk Windstein e il bassista Todd Strange, mentre la ciliegina sulla torta è stata il fenomenale batterista degli Eyehategod, Jimmy Bower. Comincia così una storia di successo e di totale stacco fumato, in cui dal fumo di joint consumati nasce una serie di brani potenti, che attingono energia e messaggio direttamente dal suono di Black Sabbath e Saint Vitus. I vecchi amici si prendono prima una pausa dagli assi portanti della loro creatività, le band madri che li avevano spinti fino al limite delle loro possibilità e da cui dipendeva il loro pane quotidiano. Quattro anni dopo l’anonimato del rifugio sicuro di un garage inebriante, la voce di una nuova grande formazione, una delle prime superband metal del millennio scorso, si diffonde tra il pubblico. Dal seme della febbre creativa, dal centro e dal chakra del cuore, annuncia l’uscita di un disco che ha fatto sbavare sincere cascate di attesa e curiosità a più di un amante del metal, e ogni altissima aspettativa è stata ripagata con l’uscita di un inno alla città di New Orleans, l’album NOLA.

Dietro l’acronimo NOLA si racconta proprio la storia di questa sfortunata città del sud degli Stati Uniti, nel cui cuore è nata la storia di numerosi talenti di un metal intriso di epica cajun. Se da un lato i Pantera hanno lanciato nello spazio musicale ogni sorta di missile di rabbia, furia e melodia diluita, l’essenza principale di questo incontro con lo spettro di Anselmo pescava nel periodo creativo precedente, in cui nei condotti cerebrali nascevano soprattutto immagini melodiche. NOLA porta nella stratosfera il culto dell’elogio delle sostanze proibite, e le linee del metal ammorbidite dalla cannabis sono malinconiche, ma peccaminosamente dolci e piene. In primo piano c’è il sottotono inconfondibile delle bravate chitarristiche C.O.C. di Keenan, sature di feeling. Keenan non spara assoli a raffica e non infila riff a caso, e il senso estetico del minimalismo si fonde con quello di Anselmo per gli sfoghi spirituali sensuali di un’anima pura e di un talento, in una forma monumentale a cui non puoi resistere. L’unica chimica tra le due menti principali partorisce un disco pieno di musica che brilla ancora oggi del lustro più prezioso e nobile. E questo perché la band ha creato qualcosa di totalmente originale e slegato dai lavori o dai progetti precedenti.

I Down sono tutto fuorché un surrogato dell’insoddisfazione musicale nelle band madri, visto che già nel disco d’esordio si trovano ben tredici opere d’arte che ti portano, senza un attimo di noia, in viaggio per i prati arcobaleno di un mondo immaginario di idillio paludoso, mentre il ritmo un po’ rallentato di questo gioco sciamanico con le tue sensazioni trasuda il più puro estratto di cuore, una tintura dell’anima dalle mille sfaccettature. Il fuoco d’artificio d’apertura delle emozioni è racchiuso in Temptation’s Wings, che ti ipnotizza con un riff d’apertura eccezionale, dopo il quale comincia la permanenza nelle sfere dell’eccellenza.

 

https://www.youtube.com/watch?v=Xo2oXg2BsLw

 

Ipnotizzato, voli sulle ali della confusione, ti stacchi dal mondo della sofferenza e voli in orbita attorno al pianeta Terra. “I feel the pressure, it lightens / To judge this spirit of mine / To be like the judgement / To be the king that is left behind” Lifer canta Phil e, dopo il passaggio solista nel terzo quarto del pezzo, non puoi che scivolare sognante in uno stato di godimento ovattato. Niente può ferirti e niente può distruggere l’ondeggiare armonico, e anche il brano segue la stessa linea. Pillars Of Eternity offre una specie di profilo voluttuoso del piacere totale nell’erba blu dell’oblio. “Crumbling world falls through my hands / In my mouth taste bitter sands / Grass is burning, pulse is slow. / Drip by drip my backwards growth… crawl. / Feed my hate. / And I’ll die within my fade / Wine, song, women, birth / This deflowered mother earth / Planting, plowing, how she grieves. / The seeds that grow these dying trees / Feed my hate.”

 

https://www.youtube.com/watch?v=Y5wDGgiPHEg

 

Bicchieri e recipienti di vetro si riempiono di dolce nettare, i polmoni si gonfiano, e in bocca senti il vortice dell’ebbrezza. Dalle casse soffia il più grande e brillante tributo alle leggende del metal Black Sabbath. Non ci sono tessuti molli né punti deboli, anche se l’oratorio è dedicato all’esaltazione dell’erba inebriante e dello sballo, che prosegue con Rehab e con l’elogio più evidente al THC, il brano Hail The Leaf. Un culmine tutto suo è l’assolo di narghilè che “suona” il vecchio amico Lil’ Daddy. Un pizzico di Pantera si coglie nello sfogo di rabbia rallentata ma sincera di Underneath Everything. “Woe to me, battered man / Raise the monolith / Deities my spirit rise / Like days the world forgets – down the / Drain – laid to lame / A fool-ass hearty bliss / Borderline suicide, / Celebrate before my death / Your promised land divide, / That’s why the world lies.” Il monolito è eretto e in questa prigione terrena di sensazioni non c’è spazio per esitazioni o rimpianti, ma un momento di malinconia è concesso. Un cerotto sulla ferita arriva con la dolce elegia, di sapore blues, al sud eterno: Eyes Of The South, che si costruisce e cresce piano piano, con sentimento. L’autentico “redneck rampage” evoca tutti gli argomenti per cui il sud ribelle è di carattere solido, tenace e, nonostante le prove infernali, condannato a provare l’orgoglio più sincero. Jail, dal suono alla Led Zeppelin, ricorda la meditazione di Planet Caravan, mentre immagini morbide e tocchi di caducità regalano un senso di assenza di tempo e un porto sicuro a tutti i rapsodi sognatori del mondo, qui e ora. “One day, the strain / I’ve never felt like this before / Our lives, capsize… I’ve never been… before my god / Why must you kneel for me? / I write for sight / One day you’ll find me in the corner / More sublime, / But I still never died before…” è una meditazione completa e concentrata che, lirica e lenta, si innesta nella tua anima con malinconia e il dolore più sincero, ma ti lascia comunque respirare e fluttuare sopra il mondo fisico come in una nuvola dei sogni più puri. Poi arriva il risveglio, la sveglia! Losing All è uno dei pezzi più temperamentali del disco, in cui circola la più pura energia della vita. Il battito accelera per farti colpire ancora di più dal momento più sentito del disco, che si incapsula nel peccato acustico Stone The Crow. Un duetto di chitarre raffinate gioca anche con chi il metal non è proprio il suo pane, e la sensazione di piacere inonda l’ascoltatore con solidità e melodia dondolante. Kirk Windstein e Pepper Keenan svelano tutti gli assi nella manica e il talento, e i corvi, avvolti nel fumo denso di una permanenza oleosa, rimandano il giudizio finale e l’apocalisse a un tempo indefinito nel futuro. I Down non sono mai stati così vicini al concetto di ballata, e Stone The Crow, con sezioni ritmiche semplici alla maniera del blues, ti accende la melodia nel cervello, tanto che da ora in poi assocerai i Down proprio a questo motivo.

 

 

Dopo Swan Song le passioni si calmano piano piano. Il mondo si avvolge e si seppellisce nell’ultima salva di fumo pesante con il brano Bury In Smoke, che spegne un’ultima volta le fiamme della tua sentimentalità con sottotoni un po’ più depressi e un’aggressività nascosta, dopodiché resta solo un momento per calmarsi e confermare di aver assistito a una vera epopea musicale e, cosa ancora più importante, a un vero classico della musica (metal).

NOLA ha infatti tutti gli assi per cui un disco è, per necessità, un classico. Un suono di chitarra succoso e un’eccezionale produzione per mano di Matt Thomas sono un tassello importante nel mosaico, e sul disco non c’è nemmeno un briciolo di musica di troppo (o di troppo poca). Il punto di partenza per immergersi nello splendido paesaggio dello stoner è offerto da provare e da migliorare. Tanti cuori in un unico corpo battono come uno solo e la band, sul suo esordio, suona in un modo che qualsiasi storia successiva può essere solo un’approssimazione. Più di uno avrebbe potuto chiudere la propria strada proprio con questo lavoro maturo. I Down, dopo lunghi anni di esitazione, hanno continuato la storia e hanno avvicinato il sud degli Stati Uniti all’ascoltatore medio. Il seme del successo è stato piantato con NOLA, un inno alla città che, dopo la danza devastante di Katrina, si ricostruisce e si risveglia a nuova vita, e che resta un tassello importante dell’anima e dell’essenza della scena, un traguardo fondamentale nella vita della band. Questi talenti musicali, con questo disco, si sono legati ancora di più e più strettamente alla creazione musicale, e dal grembo di questo splendido porto hanno partorito, dopo uno straordinario esordio, già tre lavori che sono semplicemente essenziali e imprescindibili nella tua collezione musicale, se ti importa almeno un po’ di buona musica con anima e un’essenza solida!

Formazione

Phil Anselmo – voce. Chitarra su Pray for the Locust
Pepper Keenan – chitarra
Kirk Windstein – chitarra, basso
Jimmy Bower – batteria

Musicisti ospiti:

– Todd Strange – fischio e basso su Lifer
– Big Ross Karpelman – tastiere su Jail
– Lil’ Daddy e Sid Montz – percussioni su Jail
– Lil’ Daddy – assolo di narghilè in Hail the Leaf

Produzione

Down & Matt Thomas

Tracklist

1. Temptation Wings
2. Lifer
3. Pillars Of Eternity
4. Rehab
5. Hail The Leaf
6. Underneath Everything
7. Eyes Of The South
8. Jail
9. Losing All
10. Stone The Crow
11. Pray For the Locust
12. Swan Song
13. Bury Me In Smoke

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