Wolverine Blues
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Entombed
Etichetta: Earache
Uscita: 1993
Durata: 35:10
Voto: 4.9/5
Già l’EP Hollowman aveva fatto capire che gli Entombed hanno la tendenza a mettere alla prova i confini del lecito e del prevedibile, e il nome Entombed attirava e riuniva sotto lo stesso tetto sia i fan del sound sporco da biker, di jeans consumati e giubbotti decorati con toppe dei Black Sabbath, sia i più estremi amanti di un death metal succoso e carico di adrenalina. Wolverine Blues è un disco che sazia anche l’ascoltatore più esigente: sul loro terzo lavoro in studio gli Entombed, nelle piastre di Petri della creatività, alzano le dosi della ruvidezza death metal di allora, dell’HC, del derivato punkeggiante del metal e di un’originalità testarda e unica nel suo genere. La formula del mix nei barili di metallo ricrea un cocktail mortale di piacere totale, in cui gli strati di sonico saturano chitarre apparentemente scordate, riffose da dipendenza e mostruosamente succose, vocal rauchi e urlati come ossessi e passaggi di batteria devastanti, impregnati di un basso ronzante. Una stampede di ossessione, di satanismo anarchico e nobile, di volgarità, malvagità e misantropia ti inchioda davanti alle casse per una buona mezz’ora, in cui ogni inutile ristagno e ogni perdersi in passaggi complicati di folle padronanza cercano la via d’uscita in deviazioni alternative meno cariche.
L’immaginario di ciò che si sente è sinistramente ascoltabile, un oratorio primordiale di resa dei conti gutturale con la fede istituzionale che, uscendo dalla gola di Lars-Göran Petrov, suona davvero come una copia credibile di Araya – con un bel ascesso purulento alle corde vocali, ovviamente. LG Petrov, icona vocale svedese con radici macedoni, mostra l’intero spettro di brutalità e aggressività spietata, e un disco che altrimenti starebbe tranquillamente sullo scaffale accanto ai brillanti classici degli Hellacopters si avvicina agli ideali di un death metal svedese a tinte thrash che, nonostante gli anni, è ancora vitale e splendido senza tempo!
Andiamo con ordine. L’ottima produzione di Tomas Skogsberg (titolare dei sinistri Sunlight Studios), che tra l’altro ha “colpa” anche dei dischi dei Disfear, intesse una serie monumentale di dieci pezzi in un insieme per niente monotono o noioso. La dissezione dell’eccezionalità può quindi partire già dall’eccezionale pezzo d’apertura Eyemaster. Dopo il fischio delle chitarre si spalancano le porte del sottosuolo infernale, e dopo la penetrazione gutturale iniziale di Petrov nella volta del tuo cranio ti tuffi, con accelerazioni da razzo, in un mare di fiamme e sciagura. I ritornelli sono fatti per l’evocazione collettiva e per brindare al grande sfuggente, Belzebù in persona. Il death metal di solito non è fatto per cantare in coro, ma affascinato dalla leggerezza e dall’unione naturale di ciò che prima era inconciliabile, mi lascio andare con facilità a sorseggiare il nettare nero anche a quasi vent’anni dalla prima esposizione al tornado di puro godimento. La prosecuzione sludge e sporca del pezzo Rotten Soil porta avanti il massacro appena cominciato.
https://www.youtube.com/watch?v=BJp6cfXHXsY
Il sangue cola lungo la nuca e il cervello che brulica fuori dal cranio e scappa ronza calibrato su una dose ben dosata di tempo rallentato e di colpi di granito di un’organicità spietata. Senti già l’evocazione satanica e il sussurro del triplo sei demoniaco? Sul disco ti becchi la rielaborazione di due pezzi già sentiti – Hollowman e Wolverine Blues – e con quest’ultimo ti ritrovi nella sfera della tenebra e della demenza totali. “What u believe / is the vanity u conceive / What u love u don’t pen / to put in a cage is to put to an end / Enamoured of the passion / life-sucking lust / u will never gain my trust” – parole che scivolano inarrestabili nei tuoi canali uditivi. Il riscaldamento, che il culinariamente rifinito Demon nobilita con il meglio e il più nobile dell’artigianato scandinavo, mentre i colpi lenti di batteria ti inchiodano a una croce di metallo, ti rigirano e ti marchiano a fuoco un pentagramma rovesciato in fronte, sul culo e non solo. Il pezzo Contempt offre un’alternativa con la convivenza equilibrata di un death metal atmosferico tradizionale e disturbato. A questo si unisce l’imperativo melodico convenzionale di un hard rock pretenzioso, e una nuova dose di cherosene viene iniettata nelle vene con il pezzo Full Of Hell. “I’ve got sympathy for the devil / and demon is in my vein / I’m organized chaos / but don’t call me stupid I’m insane” – versi che non richiedono di sprecare tempo prezioso a sprofondare nel simbolismo delle metafore, perché non ce ne sono! La trasfusione sabbathiana di vecchio suono in un nuovo organismo in Blood Song rafforza il discorso sporco di distorsioni succose e dell’oscuramento totale della compagnia da parte di Petrov con un dominio vocale completo, e dopo il già citato Hollowman ti è chiaro che o hai ceduto del tutto al fascino impregnato di sudore e sangue, o hai vissuto i traumi incurabili di una resistenza a lungo negata. “My hollow eyes / are staring down the hole/Jesus, Satan, Hitler / bought my soul / It’s rotten and sour / but it’s inside of me / I’ve got faith in the end / but you just can’t fuckin’ see” risuonano prima dell’ultimo ritornello, per far precipitare il tutto in un finale demoniaco.
Heavens Die e l’atto conclusivo, il pezzo Out Of Hand, non mollano la presa d’acciaio, che con una frantumazione pacata finisce gli ultimi eventuali pezzetti sopravvissuti di quell’antico dubbioso ribelle, autoctono e scettico, rimasto nella tua anima. Petrov prosegue la sua resa dei conti con le stupidaggini cristiane a modo suo, che si distingue per l’immediatezza, una semplicità persino grottesca e la ricerca dei segni più puri e originari di una grave allergia anti-Gesù. Il pezzo Out Of Hand si apre con una citazione: “I am Jesus Christ!”, a cui Petrov risponde senza pietà: “No you are not! You are fucking dead!” Dal finale ti separano meno di tre minuti, e con i medi alzati e le fiamme dell’ira nel cuore alla fine anche tu annuisci mentre si dà una strigliata alla stanza della falsa religiosità. “Jesus Christ / lord of flies / in disguise / FUCK!” Non c’è altro da aggiungere! L’inferno può essere ancora più vicino di così?
Wolverine Blues si colloca, come terzo atto nella storia degli Entombed, tra i migliori prodotti del genere musicale estremo. Gli ideali non sono traditi, l’estetica non è violata, non mancano giocosità e critica diretta, e sul piano me(n)tale ricevi un pasto ipercalorico di suono sopraffino da garage intriso di sudore. L’amore e la sincerità per il genere restano vivi anche grazie a dischi come questo, che hanno segnato un’epoca che non c’è più e si sono intessuti in una storia che possiamo seguire fino a oggi. Il DNA è quindi ancora più nobile e la bestia tanto deliziosamente attraente anche dopo decenni di crescita! Se sei abituato anche solo un po’ al metal vero, questo ascolto semplicemente non puoi rifiutartelo!
Formazione
Lars-Göran Petrov – voce
Nicke Andersson – chitarra, batteria
Uffe Cederlund – chitarra, tamburello
Lars Rosenberg – basso
Alex Hellid – chitarra
Produzione
Tomas Skogsberg
Tracklist
1. Eyemaster
2. Rotten Soil
3. Wolverine Blues
4. Demon
5. Contempt
6. Full of Hell
7. Blood Song
8. Hollowman
9. Heaven’s Die
10. Out of Hand