Resurrection
Artista: Halford
Etichetta: Metal-Is Records
Uscita: 2000
Durata: 48:37
Voto: 4.5/5
Il ritorno tra i vivi di Rob Halford, voce dei Judas Priest, con il suo primo vero esordio solista in studio, intitolato “Ressurection”, è stato favorito, sia durante la lavorazione che all’uscita, da un clima davvero propizio sulla scena pan-metallica del pianeta Terra. In particolare la Vecchia Europa, nella seconda metà degli anni Novanta, aveva riscoperto le qualità dimenticate della raffinatezza melodica nel metal. Il boom che per un decennio aveva spedito nel sottosuolo il thrash metal, fino ad allora popolarissimo, mentre l’epoca d’oro dei Metallica tramontava, si chiamava power metal. Le band, rincuorate dagli alfieri della Nuclear Blast Records, gli HammerFall in testa, hanno messo le ali per rivitalizzare gli elementi classici della vecchia scuola heavy metal, e un sacco di gruppi leggendari, soprattutto in Germania ma anche negli USA, sono tornati con album di “ritorno” che potevano rivelarsi anche ottimi lavori. In marcia c’erano quindi giovani band che apprezzavano pure le voci melodiche, pulite ed esplosive, e prendevano a modello i cantanti dei gruppi classici come Dio, Iron Maiden, Judas Priest, Queensryche…. Insomma, in giro c’era una vera rinascita primaverile della tradizione di un tempo.
Così anche Rob Halford ha trovato nuova spinta per il suo risveglio, lui che negli anni Novanta, dopo aver lasciato i Judas Priest alla fine del tour di Painkiller, con le sue attività nei progetti Fight e Two non aveva lasciato un segno degno di nota.
Altri due fattori che spingevano Rob a buttarsi in qualcosa come l’album “Ressurection” erano la delusione dei fan dei Judas Priest per l’album “Jugulator” (1997) e l’ostinazione dei Judas Priest a restare sulla strada musicale intrapresa con il cantante Ripper Owens. Non solo, dieci anni dopo l’uscita di “Painkiller” (1990) i fan volevano a ogni costo Halford di nuovo con i Judas Priest, ma volevano, consapevolmente o meno, un album che si avvicinasse almeno un po’ all’unicità e all’irripetibilità di uno dei più grandi album metal di tutti i tempi, “Painkiller” (1990). “Jugulator” era tutto tranne che questo, e con quell’uscita i Judas Priest si erano già giocati il loro Joker. A quel punto toccava a Rob Halford rispondere.
Con il vento in poppa, Halford si è circondato di una squadra di musicisti eccezionale. In studio ha dato una mano, non solo in produzione ma anche nella scrittura del materiale, Roy Z, il chitarrista di Bruce Dickinson, mentre il brano Twist l’ha scritto per l’album addirittura Bob Halligan jr., noto per due classici contributi ai Judas Priest (Take These ) Chains e Some Heads Are Gonna Roll. A scrivere i pezzi con il MetalGod ha aiutato anche il celebre produttore Bob Marlette, conosciuto per le collaborazioni con Black Sabbath e Alice Cooper. Insomma, una bella compagnia di maestri, assortita alla grande.
Su questo album Rob Halford ha spremuto il meglio di ciò che lo ha reso immortale nei Judas Priest e l’ha combinato con efficacia con un taglio più aggressivo degli elementi heavy metal, che non gli era certo estraneo dai tempi dei Fight! Il risultato è un album eccellente, che per molti versi può rappresentare la continuità della perduta, idilliaca storia dei Priest da “Painkiller” in poi, anche se quella non è mai stata la sua intenzione. Rimpiazza infatti buona parte di ciò che i Judas Priest non sono riusciti, né hanno voluto, a dare un senso con “Jugulator”. È insomma una specie di cerotto sulla ferita dei nostalgici dei Judas Priest classici, delusi dai risultati di “Jugulator”.
L’album “Resurrection” è segnato dall’incredibile dinamica del drumming velenoso e rotolante dell’ex batterista dei Riot Bobby Jarzombek. Ogni suo colpo detona vivo e potente come un cannone nella produzione. In contrasto, su di esso si innesta da entrambi i lati una massiccia cortina di riff, ottimamente combinata con passaggi melodici e assoli. Su questo album Halford ha trovato il giusto equilibrio tra riffing aggressivo e melodia, quella che si è portato dietro dai Judas Priest. “Resurrection” è quindi tagliente, diretto, aggressivo ma allo stesso tempo melodico, con inni tradizionali che arrivano dritti dalla scuola d’oro dei Judas Priest.
La title track d’apertura Resurrection ti risucchia in un attimo con la formula vincente del modo di comporre appena descritto. Ma a tenere tutte le redini è la figura in primo piano della voce di Halford. Che combina un cantato drammatico, nelle zone medio-basse, con i celebri “scream” incenerenti che lo piazzano in un posto speciale nella musica heavy metal.
L’apertura dell’album va quindi a caccia con successo dell’energia di Painkiller. Nei riff, negli assoli, in pratica in tutto, e nell’attrazione principale: lo strillo velenoso di Halford, che come la punta di una lametta taglia l’etere. Dopo la corsa che non rallenta nemmeno con Made In Hell, le cose si calmano un pochino con la cupa Locked And Loaded, mentre il primo momento drammatico dell’album si deve al cantato di Halford sulle note medie, con quel timbro di voce inconfondibile. Praticamente allo stesso ritmo segue Night Fall, che si apre su una melodia simile all’introduzione del classico dei Priest Sentinel, mentre il fuoco nel cuore gelido del pezzo divampa nel ritornello, con “halfordate” melodiche che ti lacerano le orecchie.
L’atmosfera dell’album viene ribaltata in modo struggente dal suo brano di punta. Si tratta dell’ottima ballad Silent Screams, dall’essenza drammatica e rovinosa, che ti rievoca senza fatica il classico dei Judas Priest Prisoner Of Your Eyes e, sul piano esecutivo e compositivo, non gli è inferiore nemmeno di un soffio per qualità. La parte centrale accelerata che si inserisce più avanti avvicina il pezzo, nel risultato finale, per forma al classico dei Priest Beyond The Realms Of Death. L’album continua a entusiasmare quando arriva l’esempio tipico di brano (The One You Love To Hate) in cui Roy Z, coautore della maggior parte dei più celebri brani solisti del cantante degli Iron Maiden Bruce Dickinson, ci ha messo senza dubbio lo zampino. Lo segnala già l’apertura, con la tipica armonia a tre voci dei Maiden, mentre i punti vincenti li porta a casa il duetto tra Bruce Dickinson e Rob Halford, con un’azzeccata funzione di reciproca amplificazione. L’album prende velocità vertiginosa con un’altra seducente canzone heavy metal di impostazione classica, Cyber World.
Dopo Cyber World, però, il livello qualitativo del resto dell’album cala un po’. La prima cosa meno riuscita è il ritornello di Slow Down, che in qualche modo soffoca il riff iniziale, per il resto estremamente incoraggiante. Twist, come c’era da aspettarsi, è la più grande deviazione stilistica dell’album. È costruita in tipico stile Halligan e la sua impostazione melodica più “morbida”, in altri tempi, avrebbe potuto partorire un altro classico alla “Defenders Of The Faith”, senza nascondere nemmeno il potenziale da hit hard rock (ovviamente nelle mani di una classica band hard rock). Come la sua predecessora, anche questa canzone continua a scaricare la tensione carica dell’inizio dell’album. Anche Into Temptation è per molti versi un classico “perduto” di “Defenders Of The Faith”, ovviamente prodotto in modo pregiato e vivo, con una dose più alta di atmosfera tragica catturata. Drive è di sicuro l’altro pezzo meno interessante dell’album, mentre la conclusiva Savior, per impostazione, è una ripresa di Resurrection, praticamente la sua seconda parte.
“Resurrection” è quindi un album che non può vantare al 100% una coerenza qualitativa né una pari qualità tra i brani. Però i pezzi, nei motivi di fondo, sono chiaramente diversi tra loro, e questo mantiene la dinamica eccezionale che l’album possiede. Un fattore che contribuisce a far sì che l’interesse per un album come “Resurrection” non cali lungo i minuti è la varietà degli autori di tutto il materiale, che nel dare forma alle idee di base sono riusciti a far stare nello stesso album 12 brani heavy metal ben limati.
Suma sumarum, si tratta di un album che si merita il soprannome “Painkiller II.” solo nella misura in cui riesce a consolarci della delusione per “Jugulator”. Per stile ed energia, su “Resurrection” gli si avvicina davvero solo la title track d’apertura, mentre per il resto Halford pesca ispirazione dal periodo più vecchio della sua convivenza con i Judas Priest e lo incrocia con maestria con il veleno e l’aggressività delle visioni alla moda dell’artigianato produttivo metal, il che nel risultato finale colloca “Resurrection” tra gli album di un genere a sé. È l’album che ha riportato Rob Halford tra i vivi. Dopo l’uscita, il tipo è partito per un tour mondiale a sostegno della promozione, che ha avuto un grande successo. Resurrection è un esempio di album che, oltre al desiderio di base di Halford, è stato catalizzato soprattutto dai desideri degli altri, per non dire di buona parte della massa metallara della seconda metà degli anni Novanta. Un fattore importantissimo in tutto questo sono stati gli ottimi musicisti e produttori che hanno dato a Rob un sostegno sia in studio sia nella promozione dell’album. “Resurrection” è l’album di Halford che per qualità è l’unico a potersi mettere alla pari con i classici dei Judas Priest.
Formazione
Rob Halford – voce
Patrick Lachman – chitarra
Mike Chlasciak – chitarra
Ray Riendeau – basso
Bobby Jarzombek – batteria
Produzione
Roy Z
Tracklist
1. Resurection
2. Made in Hell
3. Locked And Loaded
4. Night Fall
5. Silent Screams
6. The One you Love to Hate
7. Cyberworld
8. Slow Down
9. Twist
10. Temptation
11. Drive
12. Saviour