Resurrection
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Operation: Mindcrime
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2016
Durata: 63:03
Voto: 3.5/5
Il secondo capitolo della trilogia concettuale di Tate – il nuovo album del boss della »fazione Queensryche« chiamata Operation: Mindcrime – porta (in sordina, e lo si sapeva già) il risultato atteso. Più complesso e frammentato del predecessore, il che significa che stavolta c’è più sperimentazione musicale.
È infatti un prodotto cucito addosso a quei puristi a cui va bene Geoff Tate su tutta la discografia dei Queensryche. Quindi siete in minoranza. Insieme a una squadra di collaboratori musicali di primo livello, il tipo si è tirato su di nuovo un album pieno di sperimentazione, che però non riesce proprio a centrare quella fusione riuscita di elementi di prog rock da una parte e di pop rock e perfino alternative rock dall’altra, con il heavy metal come premessa di base, in una carta d’identità musicale tutta sua, come quella rappresentata dal predecessore »The Key«.
Quindi. Con l’album non c’è niente che non vada. Cresce piano piano, ascolto dopo ascolto, perché ha una struttura complessa e prova a muoversi anche a cavallo dei generi. Bisogna solo rassegnarsi, ancora una volta, al fatto che guarda verso gli »odiati« album dei Queensryche del periodo post-Promised Land. Visto che dietro il concept c’è una storia complessa, questa apre a Tate le porte per sfide più grosse nell’uso degli strumenti della sperimentazione musicale, il che, nell’ottica di base dell’artisticità musicale, è assolutamente sano e naturalmente positivo, ma può dare risultati a doppio taglio, ed è lì che si aggancia l’etichetta art metal o art rock. L’album è pieno di dettagli, di inserti parlati e dialoghi registrati, come tipico dei lavori con i Queensryche; allo stesso tempo Tate e compagnia dosano arrangiamenti con loop programmati, perfino l’uso del sassofono, che suona lui stesso, e le voci di Tate sono a tratti fatte passare apposta anche attraverso effetti di distorsione. Poi c’è il quarto pilastro: le cortine di sintetizzatori che reggono la scenografia di un’atmosfera cupa. Tutto è dunque, ancora una volta, subordinato alla creazione di un’atmosfera marcatamente cupa. In ogni caso, come per gli ex colleghi dei Queensryche, la direzione di fondo di Tate è puntare a una grande musicalità. Solo che stavolta è più difficile da estrarre del solito. L’album »Resurrection« risulta infatti sensibilmente più frammentato del predecessore »The Key«. Per questo è più difficile da ascoltare e più difficile da conquistare. Stavolta è anche più difficile individuare i brani che potrebbero ricalcare apposta un qualsiasi format di arrangiamento del vittorioso album dei Queensryche »Operation: Mindcrine« (di cui, a dirla tutta, Tate ormai non ha più bisogno da un pezzo).
Il secondo capitolo della trilogia è piuttosto avaro quanto alla spiegazione del concept. Il personaggio principale dell’intera storia, chiamato »H«, ovvero si presume che non sia Steve »H« Hogarth (cantante dei Marillion), si ritrova all’inizio della seconda parte a vivere un’esperienza di pre-morte. Ma riesce a sfuggire dalle sue grinfie. Con una chiave miracolosa in suo possesso si prende tutto ciò che serve per realizzare finalmente i suoi sogni e con la chiave avvia un mondo diverso – un mondo di nuova creazione, che dovrebbe essere più giusto e migliore di quello in cui viviamo (noi). Insomma, nessun messaggio più profondo né niente di particolare nella premessa di base di questa storia.
Chi ascolta tutto quello che Tate ha registrato con i Queensryche dopo Promised Land non avrà nessun problema con questo album. I rigidi seguaci della vecchia scuola Queensryche lo eviteranno, ovviamente, con una certa abilità. Stavolta Tate sceglie melodie vocali più impegnative e con la voce esplora così territori che finora non aveva toccato. Spesso queste linee sono perfino volutamente dissonanti (si scostano dalla linea ideale che si inserirebbe nell’accompagnamento strumentale), e a rendere più profonda questa dissonanza ci pensano pure i suoi cori, come se Tate si fosse ascoltato parecchio di recente i lavori del compianto David Bowie.
Nonostante si tratti di un prodotto di grande qualità, non ci si toglie di dosso la sensazione che a livello di idee questo album non sia del tutto maturo e sia il frutto di un’azione rapida che (probabilmente anche in base al contratto con l’etichetta) ha preteso da Tate un nuovo album il prima possibile. Per un compositore così esperto, ovviamente, non è un problema, perché in casi del genere può sempre cancellare con disinvoltura ogni magagna a colpi di routine e mestiere. Il terzo album, quello che chiude questa trilogia, ce lo aspettiamo dunque già l’anno prossimo. »Resurrection« è quindi un album più impegnativo da ascoltare rispetto al predecessore »The Key«. Anche musicalmente si sviluppa in modo parecchio più frammentato, come segnala già la sua parte iniziale, costruita su quattro brani più brevi, e porta di nuovo con sé un’ottima produzione. Sì. La sensazione che l’album sia troppo lungo stavolta è un po’ fastidiosa: musicalmente, infatti, il discorso sarebbe stato detto più che dignitosamente in venti minuti in meno.
Operation: Mindcrime – Taking on the World (video ufficiale):
Formazione
Geoff Tate – voce, tastiere, sassofono
Kelly Gray – chitarra, basso, cori
Scott Moughton – chitarra, tastiere
Randy Gane – tastiere
David Ellefson (Megadeth) – basso
John Moyer (Disturbed) – basso
Simon Wright (AC/DC, Dio) – batteria
Scott Mercado – batteria
Brian Tichy (Whitesnake) – batteria
Tim “Ripper” Owens (Judas Priest, Iced Earth) – voce nel brano n. 10
Blaze Bayley (Iron Maiden, Wolfsbane) – voce nel brano n. 10
Mark Daily – cori
Nick Greatrex – chitarra
Produzione
Kelly Grey & Geoff Tate
Tracklist
01. Resurrection
02. When All Falls Away
03. A Moment In Time
04. Through the Noize
05. Left For Dead
06. Miles Away
07. Healing My Wounds
08. The Fight
09. Taking On The World
10. Invincible
11. A Smear Campaign
12. Which Side You’re On
13. Into The Hands Of The World
14. Live From My Machine