Sabbath Bloody Sabbath
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Black Sabbath
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: 1973
Durata: 42:35
Voto: 5/5
Con il loro quinto album in studio, »Sabbath Bloody Sabbath«, i Black Sabbath hanno spalancato le porte a uno sperimentalismo artistico di ampie vedute, di quelli che di solito non associ troppo spesso al concetto di “heavy metal”. Un ruolo chiave l’ha giocato il leggendario tastierista degli Yes e amico (di bevute) di Ozzy Rick Wakeman, ospite speciale. Wakeman, che in quel periodo era nello studio accanto con gli Yes, dove stavano registrando il capolavoro »Tales From Topographic Oceans« (1973), con i suoi arrangiamenti sinfonici su »Sabbra Cadabra« ha ispirato i membri della band ad aggiungere anche una certa dimensione orchestrale a certi standard per lo più hard rock, con quell’atmosfera ‘doom & gloom’. Così Ozzy, Tony Iommi e Geezer Butler hanno giocherellato un po’ anche con il sintetizzatore, scoperto per caso in uno studio californiano.
Ma nemmeno la tecnologia dei sintetizzatori, all’epoca rivoluzionaria, riusciva a nascondere i problemi dei membri della band con le sostanze, soprattutto l’alcol, cosa che si sente anche nei testi, che nella tradizione di Geezer sono pieni di occultismo e di questioni sociologiche e psicologiche irrisolte. Per l’atmosfera cupa, esoterica e a tratti apocalittica di »Sabbath Blodoy Sabbath« è stato decisivo, dopo una cronica mancanza di idee, il trasloco dello studio da Los Angeles di nuovo in Inghilterra, dove, tra le segrete del vecchio castello di Clearwell nel Glocestershire (che secondo le leggende locali sarebbe infestato), hanno finalmente trovato la vera ispirazione e sbloccato la creatività. Iommi, poi, girovagando per le prigioni del castello ha avuto l’idea del riff principale della title track, e da lì in poi comporre il resto non è stato più difficile: sono tutti pezzi che figurano tra i migliori momenti della loro lunga e turbolenta carriera.
Certe tendenze prog rock si erano già avvertite, in misura minore, nel precedente »Volume 4« (1972), quindi non è stata una sorpresa che abbiano proseguito su questa strada avventurosa e più complessa a livello sonoro, che alla fine ha dato frutti ricchissimi. È quasi ironico che il candidato principale al titolo di miglior album dei Black Sabbath classici sia anche il lavoro più sperimentale della loro carriera. »Sabbath Bloody Sabbath« ha avuto un’influenza importante soprattutto sull’evoluzione successiva dell’heavy metal, eppure oggi, per la sua natura avventurosa, lo apprezzano anche tanti fan del rock progressivo.
Parecchie polemiche, soprattutto nei falsamente moralisti USA, le ha sollevato la copertina, peraltro eccellente, con le iniziali del titolo dal sapore nazista, un teschio e il numero ‘del diavolo’ sopra il letto. L’immagine di copertina e quella sul retro rappresentano una schizofrenia intrisa di occultismo, quella di una persona in pieno sogno duale, cioè uno dei temi preferiti di questa leggendaria band hard rock, che per tutta la carriera è stata associata al satanismo, facendole così un’ulteriore, ottima pubblicità. Il sognatore si ritrova in pieno incubo, dove i suoi più cari, trasformati in demoni perversi, cercano di farlo fuori, mentre nell’altra immagine ha raggiunto uno stato di beatitudine e di pace, anche se la si può leggere pure così: durante l’incubo è morto di crepacuore e si è ritrovato ‘in grembo a Dio’.
La title track, che grazie a un testo cospirazionista-fatalista ha un significato ben più che simbolico, è una delle classiche più amate della loro storia e un vero standard hard rock nel senso più pieno del termine. Si apre con l’imponente riff di chitarra di Iommi e con il canto infuriato di Ozzy. Le linee di basso melodiche e ben groovate di Geezer e i crash fragorosi di Ward garantiscono un condimento ritmico possente, mentre il culmine è un ritornello melodico. Quello che la rende così particolare sono gli interludi acustici nel mezzo, che le aggiungono una dimensione sottile e più ampia. »A National Acrobat« è un pezzo interessante, dal taglio sperimentale e ritmicamente imprevedibile, in tempo medio, con tanti cambi di tempo ingegnosi e un assolo di chitarra unico di Iommi. Una dimensione in più la danno un riff di chitarra un po’ psichedelico e la voce cospiratoria e beffarda di Ozzy. »Fluff« è uno strumentale meraviglioso, dall’atmosfera magica, grazie alla bella melodia di Iommi alla chitarra acustica e a delicati arrangiamenti di pianoforte. Si potrebbe dire che, così come la title track rappresenta alla perfezione la copertina dell’album, »Fluff« simboleggia felicemente l’immagine sul retro, visto che è il vero e proprio opposto ambient dei tipici Black Sabbath cupi e spaventosi.
»Sabbra Cadabra« è un altro risultato interessante e sperimentale, con una frase di chitarra blues in primo piano e un ritmo accelerato, dove nel collage sonoro si incastrano bene anche i dinamici arrangiamenti di Wakeman al pianoforte e al sintetizzatore Moog. Il testo d’amore su una femme fatale è in netto contrasto con la solita tradizione Sabbath, ma il contributo vocale rabbioso di Ozzy è, come ci si aspetta, tutto fuorché lirico, tanto che invece che dell’eletta potrebbe tranquillamente cantare di un pipistrello decapitato.
»Killing Yourself to Live«, il cui testo parla dei problemi di salute di alcuni membri della band come conseguenza dei bagordi, è un’altra classica del metal pesante, che in realtà è una suite in tre parti intitolate »Killing Yourself to Live«, »You Think That I’m Crazy« e »I Don’t Know If I’m Up or Down«, altra mossa da prog rock. Il riff di chitarra pieno e corposo è intriso di linee di basso sferraglianti, mentre l’atmosfera paranoica sembra fatta apposta per la voce schizoide di Ozzy. Un assolo di chitarra da leccarsi i baffi e passaggi di batteria cataclismatici cedono col tempo il posto a un’interessante sezione strumentale, che contiene anche qualche malizioso arrangiamento di sintetizzatore.
Questi ci sono anche nell’anticlericale »Who Are You«, dove Geezer nel testo torna a toccare l’eterna e irrisolta questione dell’esistenza di ‘qualcuno sopra le nuvole’. È una creatura quasi tipicamente Sabbath, con un ritmo lento e rotolante, una voce malvagia e un’atmosfera cupa, fatalista, quasi da brividi. Del tutto atipica, invece, risulta la drammatica sezione orchestrale con inserti altrettanto drammatici di sintetizzatore Moog e mellotron, due strumenti tipici del prog rock. »Looking For Today« è un altro rocker pesante e dinamico, con un testo sulla fugacità della fama, dove i protagonisti sono un riff di chitarra sporco, linee di basso ben groovate, colpi possenti sui piatti e arrangiamenti pastorali di flauto e chitarra acustica. Il canto paranoico di Ozzy si sposa alla perfezione con l’atmosfera dualistica di questo pezzo, che per tutto il tempo naviga da qualche parte tra tensione e distensione.
Il ruolo da protagonista nel culmine di »Sabbath Bloody Sabbath« spetta però al capolavoro conclusivo, »Spiral Architect«, che grazie a una complessità ritmica spiccata e a un’orchestrazione generosa contiene numerose finezze prog rock. L’introduzione pastorale ed eterea alla chitarra acustica crea un’atmosfera misteriosa, che con un passaggio chitarristico d’impatto si trasforma in una sezione dal mood relativamente spensierato. Il testo psichedelico con elementi di metafisica è in perfetta sintonia con i possenti arrangiamenti orchestrali sotto la bacchetta di Will Malone e con l’approccio vocale furioso di Ozzy. Il finale pomposo con gli applausi del pubblico è la ciliegina sulla torta della maturità artistica, tutta alla Sabbath, conquistata negli anni.
Il capolavoro dal sapore avventuroso »Sabbath Bloody Sabbath« è il traguardo artisticamente più compiuto dell’era Ozzy: ha incoronato una volta per tutte i leggendari padri dell’heavy metal di Birmingham come la band hard ‘n’ heavy più importante degli anni Settanta ed è un pezzo obbligato di ogni collezione rock che si rispetti. L’anno dopo, nel 1974, i Black Sabbath si sono così ritrovati, meritatamente, all’apice della carriera, quando davanti a una folla di duecentomila persone al festival californiano California Jam hanno suonato insieme ad altre leggende del rock anni Settanta come Emerson, Lake & Palmer, Deep Purple, Eagles e Earth, Wind & Fire.
Formazione
1. Sabbath Bloody Sabbath
2. A National Acrobat
3. Fluff
4. Sabbra Cadabra
5. Killing Yourself To Live
6. Who Are You
7. Looking For Today
8. Spiral Architect
Produzione
Black Sabbath
Tracklist
Ozzy Osbourne – voce, sintetizzatore
Tony Iommi – chitarra, pianoforte, sintetizzatore, organo, flauto
Geezer Butler – basso, sintetizzatore, mellotron
Bill Ward – batteria, timpani, bongo in “Sabbath Bloody Sabbath”
MUSICISTI OSPITI:
Rick Wakeman – tastiere, sintetizzatore e pianoforte in “Sabbra Cadabra”
Will Malone – direttore d’orchestra, arrangiatore