Sagacity
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Saga
Etichetta: Ear Music Records
Uscita: 2014
Durata: 51:24
Voto: 3.5/5
I Saga, maestri canadesi del rock progressivo, dopo il ritorno del cantante originale Michael Sadler, che ha dato loro nuova linfa e fatto felici tanti fan di lunga data della band di culto con ‘un migliaio’ di idee interessanti, continuano a correre a tutta velocità. La polvere sollevata dall’ottimo album »20/20« (2012) non si era ancora posata che i campioni canadesi del prog erano già tornati con un nuovo lavoro in studio dal titolo piuttosto insolito: »Sagacity«. Si tratta di una rara parola inglese che indica allo stesso tempo una percezione acuta, intelligente, e la capacità di giudicare bene. Ma il bello, nel contesto di questo disco, è che in realtà è una parola macedonia: Saga + city = Sagacity. Logico e pure divertente, no? L’umorismo canadese a tratti è davvero difficile da cogliere, comunque non è affatto la prima volta che i Saga scelgono un titolo strano per un disco (l’esempio più bello era »Heads Or Tales« del 1983).
La copertina, già molto prima dell’uscita di »Sagacity«, lasciava intuire la natura musicale potenzialmente ambiziosa del nuovo album: sono tornate infatti le cavallette cibernetiche che tutti i fan storici conoscono bene, e che di solito comparivano solo sui lavori migliori dei Saga. Ma si sa, le copertine possono ingannare. Dopo i tour di grande successo con il rientrato Sadler, le aspettative e l’appetito dei fan dei Saga per della nuova musica erano comprensibilmente altissimi, e in tanti speravano che i Saga almeno ripetessero la qualità del precedente »20/20«, se non addirittura un ritorno al livello del primo periodo (1978-1983) o a quello della ‘resurrezione’ (1999-2007).
Purtroppo »Sagacity«, pur essendo uno dei loro lavori in assoluto più grintosi, non è un album che entusiasma quanto la maggior parte probabilmente si aspettava. Nemmeno dopo numerosi ascolti di fila »Sagacity« si ‘assesta’ bene nelle orecchie, come invece riusciva a quasi tutti i loro album usciti nell’ultimo decennio, anche se per approccio compositivo e struttura dei singoli arrangiamenti è un tipico prodotto Saga. Il problema principale, il motivo per cui i pezzi non riescono proprio a ottenere l’effetto desiderato, sta in una produzione davvero impastata e del tutto atipica, che a questa band non si addice per niente. Nell’evidente desiderio di suonare il più ‘moderni’ e potenti possibile, le linee di basso del bassista, tastierista di supporto e produttore occasionale Jim Crichton stavolta sono spinte molto in primo piano, cosa che si nota soprattutto nel pezzo d’apertura »Let It Slide«, che non raggiunge affatto l’effetto d’atmosfera di cui erano capaci la maggior parte delle precedenti aperture targate Saga, mentre gli arrangiamenti sinfonici, di cui si occupa perlopiù il maestro delle tastiere Jim Gilmour, nella maggior parte dei brani si sentono a malapena.
Il tentativo in sede di produzione di far evolvere il sound tradizionale dei Saga e renderlo ‘moderno’ è quindi risultato piuttosto forzato e sfortunato. Su vari pezzi si dà molto spazio al geniale chitarrista Ian Crichton, che si prende una bella fetta di spazio per delle improvvisazioni brillanti. Da un lato è un bene, ma a farne le spese, a causa della produzione, sono le loro celebri linee di sintetizzatore, che stavolta a tratti passano quasi inosservate. Di conseguenza su »Sagacity« ci sono pochissimi brani che si possano ricordare a lungo. Inoltre, tra di loro non si avverte nessuna vera coesione e scorrevolezza. Il pezzo »Vital Signs«, che segue la già citata apertura scialba, promette molto, perché ha un bel ritornello, armonie vocali compatte e una sequenza di riff di chitarra di gusto, ma viene tirato giù da una produzione impastata, in cui nel mix è piuttosto difficile distinguere i singoli strumenti.
Un po’ più riuscito è il nostalgico »It Doesn’t Matter (Who You Are)«, dove la voce principale passa al tastierista Gilmour, che negli ultimi anni ha di nuovo più momenti cantati come questo, ma anche qui resta la sensazione che manchi qualcosa. Chitarra a volume alto e linee di basso pompose tornano in primo piano nel rapporto sonoro con i sintetizzatori, mentre una struttura ritmica poco creativa e un testo al massimo nella media, se non proprio banale, vengono salvati solo da linee vocali di qualità.
In »Go With The Flow«, un altro scivolone in produzione, si sente anche un po’ di chitarra acustica, cosa che nel caso dei Saga non capita proprio spesso e che quindi, da questo punto di vista, è un esperimento più che gradito. Le sezioni calme e quelle potenti si alternano di continuo, mentre Gilmour condisce il tutto con una possente improvvisazione alle tastiere. Delle sfumature ritmiche frusciate è meglio però dimenticarsi. Il nuovo batterista Mike Thorne, che ha fatto un ottimo lavoro su tutti i brani, non ha colpe se i suoi passaggi di batteria a tratti suonano del tutto indistinti.
La ballata malinconica »Press 9« è un altro strano esperimento a impronta sinfonica, basato su linee vocali eteree tra Sadler e Gilmour e su una melodia pastorale di chitarra acustica. Anche qui i Saga volevano offrire qualcosa di nuovo, ma il risultato finale non è un granché impressionante, anche se è ben lontano dall’essere un brutto pezzo. Il titolo di esperimento più bizzarro del disco spetta invece senza dubbio a »Wake Up«, che a tratti contiene pattern ritmici elettronici compressi, e non è stata proprio la mossa più azzeccata. In tutto questo fruscio ritmico e questa elettronica la voce di Sadler si distingue a malapena, quindi qui il problema non è solo la produzione sbagliata, ma anche la mancanza di idee compositive.
»Don’t Forget To Breathe« raddrizza un po’ l’impressione, perché è un pezzo dei Saga molto più tradizionale, grazie a un interessante riff di chitarra di Ian, un po’ imparentato con quello del classico »You’re Not Alone«. È anche uno dei rari brani del disco che non finirà nel dimenticatoio alla prima occasione. »The Further You Go« ha un’intro interessante, malinconica ed eterea. Peccato che le armonie vocali commoventi, a causa della produzione sbagliata, (di nuovo) non raggiungano l’effetto desiderato, mentre l’appassionato assolo di Jimbot al mini moog è tra i rari momenti spettacolari di »Sagacity«. Tra i momenti migliori dell’album rientra senz’altro »On My Way«, che contiene una lunga introduzione strumentale con ondate eteree di sintetizzatori, mentre più avanti si impone un motivo melodico con armonie vocali drammatiche. In condizioni di produzione diverse sarebbe stata un’altra leccornia dei Saga e un classico immediato (da concerto), così invece è solo una delle composizioni migliori di »Sagacity«, che soffrono tutte, nessuna esclusa, di un approccio produttivo sbagliato.
Funziona bene anche »No Two Sides«, che, soprattutto grazie all’arrangiamento centrale, ricorda a sua volta alcuni standard del passato ed è uno dei pochi momenti del disco in cui il carisma vocale così particolare di Sadler può esprimersi appieno, mentre altrove è quasi ‘sovrastato’ dai fruscianti risvolti ritmici. Sembra quasi che la qualità dell’album migliori un po’ alla volta verso la fine. »Luck« è una creatura potente e ambiziosa, in cui la voce di Sadler brilla a pieno regime, cosa che vale anche per la caratteristica frase di chitarra di Ian. Meritano un plauso anche l’ottima chiusura del disco, »I’ll Be«, che si apre con arrangiamenti drammatici e pastorali di chitarra acustica e raggiunge il culmine in un ritornello epico, dove prende vita con tutta la sua forza la capacità di Michael di creare sfumature vocali il più possibile emozionanti. Gli amanti dei virtuosi della chitarra si godranno ancora una volta un altro assolo bravuroso di Ian.
»Sagacity« nel complesso è una delusione per chi magari sperava in un altro capolavoro dei Saga, ma resta un lavoro comunque più che solido per i fan che stavolta non nutrivano aspettative enormi, forse persino irrealistiche, e si accontentano del fatto che la leggendaria band, dopo tutti questi decenni, sia ancora in grado di sfornare un album in studio di qualità. Questi ultimi perdoneranno alla band parecchie cose, per esempio il fatto che per qualità »Sagacity« non arrivi al livello della maggior parte della loro produzione in studio dell’ultimo decennio, anche se non si può negare l’ambizione e la qualità dei singoli brani. Stavolta i Saga hanno voluto sperimentare con un nuovo approccio produttivo e con alcune idee compositive che alla fine non sono state realizzate al meglio, e nel complesso non è che gli sia andata benissimo. Per il prossimo album in studio, con un cambio di strategia in produzione che a questo punto è indispensabile, sarà comunque meglio se nel frattempo passerà più tempo di un solo anno.
Formazione
Michael Sadler – voce
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso, tastiere
Jim Gilmour – tastiere, voci di accompagnamento
Mike Thorne – batteria
Produzione
Saga
Tracklist
1. Let It Slide (4:49)
2. Vital Signs (3:27)
3. It Doesn’t Matter Who You Are (3:59)
4. Go With the Flow (5:26)
5. Press 9 (3:48)
6. Wake Up (2:34)
7. Don’t Forget to Breathe (3:24)
8. The Further You Go (4:04)
9. On My Way (5:15)
10. No Two Sides (3:58)
11. Luck (3:39)
12. I’ll Be (6:21)