Saints & Sinners

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Whitesnake
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1982
Durata: 39:16
Voto: 4.5/5

»Saints & Sinners« è stato il quinto album in studio dei titani britannici del blues/hard rock Whitesnake. Ha segnato un altro passo avanti nella loro evoluzione artistica e ha portato loro un bel successo in patria, e questo nonostante i numerosi problemi che hanno accompagnato la sua nascita. Nel 1981, tre anni dopo la nascita del gruppo, i Whitesnake erano completamente spremuti da tour senza fine e after-show selvaggi in cui scorrevano fiumi di alcol, mentre il letto del serpentone David Coverdale, in compagnia di fan di ogni tipo, non si raffreddava nemmeno per un attimo. A sentire più di tutti sulla propria pelle questo esaurimento e la mancanza di idee fresche fu il leggendario chitarrista Micky Moody, membro fondatore insieme a Coverdale, e così a fine 1981 decise di lasciare i suoi compagni di sventura. Nei mesi successivi del 1982 lo seguirono il suo vecchio socio di chitarra Bernie Marsden, il polistrumentista Neil Murray al basso e la leggenda della batteria Ian Paice. L’unico a rimanere ‘fedele’ a Coverdale fu il leggendario maestro delle tastiere Jon Lord.

La situazione era davvero piuttosto triste, perché anche Coverdale stesso era sempre più insoddisfatto del fatto che la band, nonostante il bel successo sul suolo europeo, dopo ambiziosi lavori in studio e lunghi, faticosi tour continuasse a restare senza grandi benefici economici, che sparivano ‘chissà dove’. Così licenziò l’allora manager John Coletta, con cui lavorava dai tempi in cui era ancora nei Deep Purple, e prese personalmente in mano le redini della gestione. Coletta, scomparso da tempo, era stato dal 1968 al 1976 il manager dei Deep Purple e oltre ai Whitesnake ‘si occupava’ anche dei Rainbow, ma questo non lo salvò dall’ira di David. La strada per la trasformazione di Coverdale in un dittatore a tutti gli effetti era così spianata, ma era proprio quello di cui i Whitesnake avevano bisogno in quel periodo se volevano finalmente conquistare il successo commerciale internazionale.

Verso la fine del 1982, quando »Saints & Sinners« stava ormai prendendo la sua forma definitiva, riuscì comunque a convincere Moody a tornare nel gruppo, che aveva ricominciato a mutare in una nuova versione di sé. Paice a gennaio del 1982 aveva deciso di unirsi a Gary Moore. La stessa scelta la fece anche Murray, che però nel 1984, su invito di Coverdale, tornò dai Whitesnake. Coverdale trovò in fretta il sostituto di Paice in Cozy Powell (ex-Rainbow, Jeff Beck), un’altra leggenda della batteria, ma su »Saints & Sinners« usò comunque le parti di batteria già registrate da Paice. L’ex chitarrista/cantante dei Trapeze Mel Galley arrivò come sostituto di Marsden, ma su questo album diede solo i cori, mentre vennero usate le linee di chitarra del suo predecessore. Lo stesso vale per le linee di basso di Murray, che il nuovo bassista Colin Hodgkinson (ex-Alexis Corner, Back Door) non toccò nemmeno. L’album fu quindi registrato da una formazione che, al momento della sua uscita, era già passata.

»Saints & Sinners«, che ha proseguito in modo convincente il fortunato racconto blues/hard rock dei Whitesnake, è noto soprattutto perché conteneva due grandi hit: »Here I Go Again«, in assoluto il loro classico più famoso, e »Crying in the Rain«. Entrambi i sempreverdi furono re-incisi nel 1987 per il loro album di maggior successo commerciale, »Whitesnake«, commercializzati e adattati al ‘gusto americano’, ma questo avvenne quando Moody e Marsden, che non l’avrebbero mai permesso, non facevano più parte della band da un pezzo. L’eccellente »Crying in the Rain« nella sua forma originale, quella di »Saints & Sinners«, è un blues rocker d’impatto a tempo un po’ più lento, con potenti passaggi di chitarra. In primo piano c’è lo sfogo vocale incazzato di David, con il culmine ambientale in un ritornello maestoso, perché si tratta di un altro brano della serie ispirata dalla separazione di Coverdale dalla prima moglie. Qui entusiasma anche Murray con una combinazione di succose linee di basso, mentre Marsden, con l’assistenza armonica del suo vecchio socio di chitarra, serve en passant anche un assolo iconoclasta.

»Here I Go Again« nella sua forma originale non era ancora il successo più celebre e commercialmente più riuscito della loro carriera, ma in compenso, nella sua incarnazione originale, rispetto alla successiva versione ‘metal’ era senza dubbio suonata con molto più cuore, soprattutto per quanto riguarda il suono delle chitarre. Tutto in questo sempreverde è ancora oggi un vero balsamo per le orecchie: dall’assolo d’organo iniziale di Lord, alle armonie vocali, fino all’epico ritornello in cui l’incorreggibile edonista del microfono, per cambiare, si squarcia il cuore e se ne va per la sua strada da solo, raggiungendo per lui note vocali insolitamente alte. Le armonie di chitarra, con in testa l’assolo di Marsden, sono brillanti e approfondiscono ulteriormente l’atmosfera melodrammatica generale. Quale versione di »Here I Go Again« sia migliore, quella blues rock o quella hard rock/metal, è ovviamente questione di gusti musicali, ma i chitarristi successivi di David non sono mai riusciti a catturare l’eccezionale profondità emotiva che emanava dal contributo originale del duo Moody e Marsden. Il cambiamento più vistoso lo ha subito il testo originale, perché nella versione rielaborata è sparito il verso con la parola ‘hobo’ (vagabondo/lavoratore stagionale), dato che Coverdale temeva che qualcuno potesse sentirla male, come ‘homo’.

»Young Blood«, che porta un titolo ben più che simbolico, è una maestosa apertura d’album, che esplode di potenza hard rock e di massicci passaggi di batteria, mentre le drammatiche armonie vocali, sotto la patronato appassionato di Coverdale, sono accompagnate da succosi strati di organo hammond. Il cantante, unto con tutti gli unguenti, ancora una volta non ha potuto fare a meno di mettere nei testi le sue fantasie erotiche più profonde, che descrive in modo molto esplicito nella saltellante »Rough an’ Ready«, un altro brano che contiene tutte le tipiche finezze blues rock dei Whitesnake, con in testa un pittoresco intreccio di linee di chitarra energiche, in mezzo alle quali non mancano le improvvisazioni dei due maestri della chitarra. Il signor Coverdale, con un canto tagliente, prova di tutto per appagare le sue selvagge fantasie erotiche, che a volte rasentano il limite del buon gusto.

Il suo sognare edonistico continua anche in »Bloody Luxury«, poggiata su ritmi boogie semplici ma efficaci, sotto la guida energica del pianoforte da saloon di Lord e dei passaggi di batteria indomabili di Paice. »Victim of Love«, dove la voce di David, per via delle pene d’amore che gli ha inflitto la sua ultima ‘vittima’, è di nuovo incazzata nera, contiene una fraseologia di chitarra rabbiosa, uno strato di organo hammond maliziosamente ben oliato e un ritornello melodico messo in primo piano. »Love an’ Affection« è un blues rocker malizioso con frasi di chitarra sporche, la voce di Coverdale in vena di birichinate e un ritmo saltellante, a cui non mancano massicci passaggi di batteria e appassionate finezze d’organo.

»Rock an’ Roll Angels« è un’esaltazione, condotta su ritmi quasi da ballo, delle fan di David sotto e dietro il palco, con scatenati passaggi di pianoforte e licenziosi passaggi di chitarra in primo piano. »Dancing Girls« è una carica di energia dall’impatto spiccato con un ritornello possente, mentre il testo è così banalmente scemo da risultare divertente. Per un’infusione di una sofisticatezza maledettamente necessaria ci pensa l’eccezionale e succoso assolo d’organo di Lord, mentre Paice è di nuovo senza compromessi nel maltrattare la batteria. La chiusura dell’album, dal sapore festaiolo, »Saints an’ Sinners«, si basa su frasi di chitarra bellicose, massicci passaggi di batteria e la spavalderia vocale di Coverdale, che non è mai riuscito a decidersi del tutto se cantare le sue donne come oggetto sessuale, origine di tutti i guai e le sofferenze o fonte di struggimento amoroso. L’atmosfera enigmatica e insieme appassionata si sposa piuttosto bene con la pittoresca copertina dell’album, con Psiche e il suo amante Eros in compagnia di un misterioso serpente bianco, che nell’Antichità veniva spesso usato come animale di Afrodite.

»Saints & Sinners«, in cui nella versione originale si trova il lavoro più celebre della loro carriera, è stato uno dei momenti migliori dell’era blues rock dei Whitesnake e rappresenta un saluto quanto mai azzeccato alla formazione più stabile della loro storia. La vita all’interno del collettivo Whitesnake, sotto il dettato sempre più autoritario di Coverdale, non fu più la stessa, soprattutto dopo l’addio di Moody e Lord nel 1984, perché i seguaci del gruppo facevano sempre più fatica a stare dietro ai continui cambi di formazione, mentre d’altra parte dopo »Saints & Sinners« cominciava ad albeggiare il loro periodo di maggior successo, ma anche il più controverso.

Formazione

David Coverdale – voce
Micky Moody – chitarra, cori
Bernie Marsden – chitarra
Jon Lord – tastiere
Neil Murray – basso
Ian Paice – batteria, percussioni
Mel Galley – cori

Produzione

Martin Birch

Tracklist

1. Young Blood
2. Rough an’ Ready
3. Bloody Luxury
4. Victim of Love
5. Crying in the Rain
6. Here I Go Again
7. Love an’ Affection
8. Rock an’ Roll Angels
9. Dancing Girls
10. Saints an’ Sinners

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