Sátan festival 2026 – primo giorno

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Io e mia moglie (allora ancora fidanzata, o meglio, ehm… per l’anagrafe, la compagna, eheh) ci siamo entusiasmati dell’Islanda e ce ne siamo innamorati la prima volta che ci siamo stati, ormai quasi cinque anni fa. Da allora ci siamo tornati altre quattro volte e l’abbiamo girata praticamente in lungo e in largo. Di tutte le incredibili meraviglie (naturali) che questo splendido paese può offrire al turista non ha senso dilungarsi qui, ma a descriverla meglio di tutti è stata la conduttrice televisiva e matematica britannica Hannah Fry, che ha detto che è speciale nella sua specialità. E come darle torto. Chiedo comunque scusa qui ad amici e conoscenti per la tabella di marcia a base di Islanda, prometto che ci daremo una regolata (diciamo, eheh). Ok, basta romanticherie, passiamo ai fatti.

La quinta visita in Islanda l’abbiamo usata per unire l’utile al dilettevole, cioè un po’ di metallizzazione al Sátan festival, che quest’anno si è tenuto per la terza volta di fila nella cittadina di Stykkishólmur. No, chiarisco subito: il nome del festival non c’entra niente con il Diavolo biblico, Belzebù o Lucifero, è un gioco di parole molto furbo. Sátan (pron. sàutan) in islandese significa balla di fieno ed è legato ai miti e alle leggende che circondano Stykkishólmur. Secondo la tradizione locale, infatti, le colline intorno sono balle di fieno pietrificate, lanciate via da una trollessa del posto mentre scappava dal sole che sorgeva (se l’avesse beccata, si sarebbe pietrificata pure lei). Stykkishólmur dista circa 3 ore di auto dalla capitale, attraverso un paesaggio mozzafiato, e con poco più di 1000 abitanti è il centro più grande della penisola di Snaefellsnes, chiamata anche l’Islanda in miniatura. In un’area relativamente piccola si può vedere un’infinità di cose – formazioni rocciose di origine vulcanica, sorgenti di acqua geotermale, spiagge di sabbia nera vulcanica, montagne spettacolari, foche, balene e cavalli islandesi – e all’estremità occidentale della penisola regna in modo scenografico il ghiacciaio Snaefellsjökull, sotto il quale si nasconde il vulcano da cui Jules Verne parte per il centro della terra nel suo Viaggio al centro della Terra. Stykkishólmur ha trovato il suo posto anche al cinema: compare nel film The Secret Life of Walter Mitty (nei panni di Nuuk, in Groenlandia) di Ben Stiller.

Dalla geografia passiamo a qualche dettaglio tecnico sul festival: il Sátan è una specie di erede spirituale del defunto Eistnaflug, che per anni si è tenuto nell’est del paese. Qui a comandare sono le band islandesi: la band che chiude ogni giornata come headliner è infatti sempre e solo islandese (cosa bellissima, che dimostra il rispetto di organizzatori e pubblico per la musica di casa[1]), mentre negli anni passati sul palco sono saliti nomi come Vader, Carcass, Taake, Discharge, High Parasite (nel 2025) e Vltimas, Arcturus, Blood Red Throne (nel 2024). Il festival si svolge nel palazzetto dello sport cittadino (che condivide l’ingresso con la piscina comunale, ovviamente – la cultura islandese del mollo nell’acqua geotermale è stata non a caso inserita da poco nella lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale), che a occhio e croce, da profano, può contenere tranquillamente almeno mille, duemila teste, ma purtroppo, almeno nei primi due giorni, l’affluenza è stata piuttosto scarsa. Qui quindi un inchino profondo all’organizzatore principale Gísli Sigmundsson (tra l’altro anche bassista e cantante dei Sororicide, la prima band death metal islandese), che con una montagna di volontari riesce a fare quello che sembra impossibile. Che non ci siano equivoci, non sto sminuendo nessun altro festival, so bene quanto sia complicato, anche a livello finanziario, organizzare oggi un festival (anche e soprattutto per colpa di gente come, che so, un certo pazzo arancione) (compreso il nostro Tolminator!), ma bisogna considerare che l’Islanda ha solo 400.000 abitanti e quindi una scena metal micro, e che in più tutte le band straniere vanno portate su uno scoglio sperduto in mezzo all’Atlantico.

Anche se il festival si svolge in una sala non pensata per i concerti, non si è notato nemmeno un po’: chi saliva sul palco aveva a disposizione una struttura bella grossa, con un impianto luci di alto livello, e soprattutto va lodato il suono, praticamente sempre eccellente. Quest’anno il programma si è spostato anche nel tendone davanti alla sala, dove hanno preso in mano le redini gli organizzatori di concerti ReykjaDoom. Nel tendone chiunque poteva imbracciare una chitarra o sedersi alla batteria per un po’ di improvvisazione, mentre fino a sera ogni giorno si sono esibite diverse band locali, tra cui probabilmente la più conosciuta è quella degli energici hardcorers Gaddavír. In città di alloggi e locali per i visitatori ce ne sono a sufficienza, e da quello che abbiamo visto i locali hanno già adottato il festival e i suoi frequentatori. In sala c’è il bar, mentre fuori c’è anche un baracchino di hamburger. I prezzi? Una bazzecola. Una piccola session IPA in lattina circa 11 EUR (la lager un euro o due in meno). Un burger (vegano) stile McDonald’s circa 15 EUR. Sì, al bancone in sala non c’era davvero nessuna ressa, anche i locali, all’ultima nota di ogni band, svanivano dalla sala come nebbia per andare a bere nel parcheggio. In più il Sátan ha anche un ricco programma collaterale: quest’anno c’erano Metal Bingo e Metal Pub Quiz, e per la prima volta si è tenuto anche un torneo di metal golf. Sul modello del norvegese Inferno festival, al Sátan la mattina si tengono varie tavole rotonde su temi interessanti (ne parleremo nei pezzi sul secondo e sul terzo giorno), oltre a clinic di chitarra e batteria con i membri delle band in cartellone. Il primo giorno abbiamo ascoltato una chiacchierata interessante con Nergal e Dagur (Misthyrming) su come è nata la collaborazione nel progetto Sventevith, che più tardi quel giorno è salito sul palco per la primissima volta, mentre io ho avuto l’onore e il privilegio di rappresentare, come delegato, i colori del Tolminator e di partecipare alla tavola rotonda intitolata «Getting Booked: What Festivals Are Really Looking For?»

Purtroppo, tra il lungo viaggio dal nord dell’Islanda e la stanchezza, ci siamo persi la prima band del festival, i vincitori islandesi del Wacken Metal Battle, i Sót, tra l’altro di casa a Stykkishólmur, ma abbiamo beccato i veterani del thrash islandese, i Bootlegs. La band, con qualche pausa in mezzo, va avanti dal 1986 ed è una delle più vecchie band metal islandesi ancora in attività, quindi non è sbagliato tirare un parallelo con i nostri Sarcasm. Nella loro carriera hanno pubblicato tre album in studio, l’ultimo, Ekki fyrir viðkvaema[2], nel 2015. I Bootlegs hanno servito una dose bella concreta di thrash metal classico, che oscillava da qualche parte tra Metallica e i primi Exodus, con un pizzico di thrash tedesco, e con qualche pezzo che coi suoi riff stravaganti ha ricordato anche i Voivod. Energici e rumorosi, quindi un inizio di festival più che adeguato!

Con i successivi, i Carpe Noctem, ho realizzato il desiderio di sentire e vedere black metal islandese su suolo islandese. La formazione di Reykjavik in una buona quarantina di minuti ci ha trascinati nel baratro di un black metal depresso e più lento, ma devastante, vicino a roba tipo Deathspell Omega, ma anche al culto islandese dei Svartidaudi. I Carpe Noctem ti ammorbano e ti schiacciano con pezzi ultra lunghi, che in media si fermano intorno ai nove minuti. Ti portano ovunque, dalle parti più calme e lente, piene di accordi di chitarra dissonanti, fino alle esplosioni caotiche, dove non mancano nemmeno schemi ritmici in continuo cambiamento. A comandare il tutto è la voce psicotica e belluina di Alexander Dan Vilhjálmsson, che suonava come se urlasse dal fondo di un buco di disperazione e che al pubblico, stoicamente, non ha rivolto nemmeno una parola. I Carpe Noctem musicalmente non sono di certo un boccone facile e di sicuro nemmeno un black metal da menù quotidiano, ma quando ti serve che l’abisso nietzschiano ti guardi indietro, qualcosa di simile ai Carpe Noctem ne esce di sicuro.

L’onore di salire sul palco come prima band straniera è toccato ai britannici Tailgunner, speranze dell’heavy metal, che sul palco del Sátan sono arrivati con un suono eccellente e il singolo Midnight Blitz, title track del disco uscito lo scorso febbraio e prodotto niente meno che da K.K. Downing. Appena una settimana buona prima dell’esibizione in Islanda era rimbalzata la notizia che, a causa di accuse di presunti abusi sessuali, finché le circostanze e le accuse non saranno chiarite il membro fondatore, il bassista Thomas Hewson, lascia la band (magari anche i nostri politici anticorruzione, di principio, immacolati e oh e tutto il resto si comportassero così…), e in relazione a questo ha lasciato la band anche la chitarrista Rhea Thompson. I Tailgunner si sono quindi esibiti al festival con un chitarrista e un bassista session, cosa che nel suono però non si è sentita per niente, perché i ragazzi hanno fatto il loro lavoro alla grande e hanno messo un po’ più in movimento anche il freddo pubblico islandese. Il merito è soprattutto del carismatico cantante Craig Cairns, che non si è distinto solo per una prestazione vocale di altissimo livello, ma anche per come ha legato con il pubblico. I Tailgunner hanno dedicato più attenzione all’album attuale, da cui spiccavano soprattutto l’epica Tears in Rain e la ballad War in Heaven, mentre nel finale sono tornati al primo album con Guns For Hire, caricata a molla e suonata ancora un paio di marce più veloce che su disco.  

La band straniera successiva, i Cadaver, la conoscevo solo di sfuggita, per il nome e per l’anzianità sulla scena death metal norvegese, visto che sono tra le band metal norvegesi più vecchie. Vanno avanti dal 1988 e sono guidati dall’indistruttibile capo Anders «Neddo» Odden. Il trio norvegese ha conquistato palco e pubblico già con il primo pezzo, che offriva esattamente quello che ci si aspettava dai Cadaver – death metal veloce e semplice, ma «catchy», che come genere ricordava gente tipo Autopsy o addirittura il Carcass del periodo di mezzo, senza inserti melodici. L’acqua calda (geotermale, eheh) i Cadaver non la scoprono di certo, ma l’eventuale mancanza di originalità la compensano con un approccio sincero, un’esecuzione eccellente e il carismatico Neddo, che ha legato il concerto con un efficace umorismo nero. Già dopo il primo pezzo ha punzecchiato il pubblico a scandire «Norge, Norge!» Quello che è senza dubbio originale nei Cadaver è lo strumento del bassista Eilert Solstad, che non suona un classico basso, ma direttamente un contrabbasso decorato con la lama di una falce. Un colpo d’occhio impressionante e raro (se non unico) nel metal, che però dal vivo, purtroppo, non ha avuto a livello sonoro un’espressione forte come quella visiva. Da quel che si è visto e sentito, i Cadaver sono riusciti a lasciare una forte impressione sul pubblico islandese, la più forte con Decomposed Metal Skin e il suo ritornello semplice e facile da ricordare: «Jesus- Jesus- Jesus- Jesus is dead!»

I pesi massimi canadesi e stravaganti del thrash Voivod sono ospiti fissi sul suolo del continente europeo, ma in Islanda hanno suonato per la primissima volta e, a sentire i locali, erano una delle band più attese in assoluto. Per questo faceva quasi ridere vedere con quanta stoicità e freddezza li seguiva il pubblico (anche se credo che in realtà non fosse così). I Voivod, guidati dal capo Alieno, il cantante Denis «Snake» Bélanger, hanno preso il palco come un tornado (il pezzo con questo titolo l’hanno suonato pure) e hanno conquistato il pubblico in un attimo con la loro energia contagiosa. Al concerto efficace dei canadesi hanno dato lustro le proiezioni dei disegni di Away e soprattutto lo scatenarsi sul palco di Chewy e Blacky, che sembrava non finire mai, con le due criniere ricce che ruotavano senza sosta dal primo colpo in poi. La band era più che evidentemente di buon umore, e Snake carismatico e loquace come sempre. Prima dell’unico pezzo dell’era Eric Forrest, Nanoman, Snake ha ricordato che E-Force sta combattendo contro un cancro e che i fondi donati tramite GoFundMe gli fanno un gran comodo, mentre il classico Warriors of Ice l’ha dedicato al pubblico islandese. I Voivod si sono congedati ovviamente con l’inno Voivod, lasciando di nuovo un’ottima impressione.

È seguito il concerto probabilmente più atteso del primo giorno, se non addirittura di tutto il festival. Il palco era infatti pronto per la primissima esibizione del progetto Sventevith, in cui Nergal dei Behemoth ha unito le forze con la potenza black metal islandese dei Misthyrming, con l’obiettivo di suonare per intero il primo album dei Behemoth del 1995, Sventevith (Storming Near the Baltic). Nell’intervista della mattina Nergal ha spiegato che l’idea di suonare il primo album in questo modo gli è venuta quando ha visto dal vivo Proscriptor (Absu), che per suonare l’album The Sun of Tiphareth per il suo trentesimo anniversario era stato raggiunto dalla band black metal greca Zemial. Ha detto anche che i Misthyrming sono una delle poche band che dal vivo lo convincono così tanto da non riuscire a immaginare di realizzare il progetto con nessun altro (dei Behemoth ha detto che eseguirebbero l’album in modo troppo perfetto, mentre il suo desiderio è che la cosa suoni più naturale, primordiale e selvaggia). Visto che si trattava della primissima esibizione, ovviamente non era del tutto chiaro cosa aspettarsi. Era chiaro però che, rispetto alla pomposità dei Behemoth di oggi, sarebbe stata una versione molto più «spogliata» di Nergal, come lasciava intendere già il palco decorato in modo semplice, nemmeno lontanamente agghindato come con i Behemoth. Ammetto che non sono proprio un fan dei Behemoth, né di quelli degli inizi né dei successivi, e anche Sventevith, almeno alle mie orecchie, non è invecchiato proprio benissimo, quindi mi sono avvicinato al concerto con relativa freddezza e senza grandi aspettative. Ma i ragazzi mi hanno zittito già nei primi istanti, che botta! Porcodio, direbbero nel Litorale! La «tempesta» dal Baltico fino al Nord Atlantico non si è placata dal primo secondo di Chant of the Eastern Land fino agli ultimi secondi di Transylvanian Forest, e come ciliegina sulla torta i ragazzi hanno aggiunto anche Pure Evil and Hate dall’EP And the Forests Dream Eternally. Nergal, di buon umore, non si è messo in primo piano, e nemmeno ha parlato granché, ma a parlare è stata la musica, che i Misthyrming hanno portato a un livello completamente diverso. Con un suono eccellente ha brillato la prova vocale, quella di Nergal dal vivo ovviamente molto diversa da quella del Nergal diciassettenne dell’album, più bassa ma comunque convincente, e soprattutto quando si sono uniti a lui ben tre cantanti dei Misthyrming, il tutto suonava maestoso ed epico. Un concerto così intenso non lo vedevo da un bel po’ e per i fan dei Behemoth (e dei Misthyrming), ma anche in generale, sarebbe un peccato perdersi questi nove o dieci concerti che il progetto ha in programma per quest’anno.

Il primo giorno l’hanno chiuso le leggende islandesi dell’horror/shock rock Stripshow, ma la stanchezza ha fatto il suo e così noi la prima giornata l’abbiamo chiusa con una passeggiata verso l’hotel sotto il sole di mezzanotte.

P.s.: le foto di scarsa qualità servono solo da campione e per dare un’idea approssimativa di cosa offre il Sátan


[1] L’orgoglio nazionale islandese si manifesta così anche nella musica in modo simile a come succede nello sport – vi ricordate i simpatici tifosi islandesi ai campionati di calcio (e anche di basket) di qualche anno fa?

[2] Giusto per curiosità: in copertina c’è Svarti Álfur del museo punk islandese, che è uno dei musei più simpatici della capitale Reykjavik – ricavato in un ex bagno pubblico;

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