Saturday Night Wrist
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Deftones
Etichetta: Maverick Records
Uscita: 2006
Gli ex delinquenti ed eterni fattoni sono finalmente tornati quest’anno con un album nuovo, e non di nuovo con una raccolta dei pezzi migliori o con gli scarti che non hanno trovato posto in nessun disco serio. Tre anni dopo l’album omonimo, che pure ha servito del materiale da infilare nel best of dei Deftones, ma è ancora lontanissimo dal loro meglio, visto che White Pony aveva fissato standard totalmente nuovi su cosa siano il massimo, il superamento e l’avanguardia metal, i pupilli di Madonna tornano con un nuovo tentativo di convincerci della loro grandezza. Nel frattempo è cambiato parecchio.
Le mode hanno ridisegnato del tutto i confini di ciò che è estremo. Ma la bellezza e il fascino, il sognare cavalcando le onde di statica cosmica e di sballo essenziale riportano almeno un pizzico di nostalgia in un mondo altrimenti piuttosto meccanico. Con Saturday Night Wrist i Deftones hanno servito ciò che sanno fare meglio – abbiamo davanti un disco solido, fatto di emotività, deliri, allucinazioni in mille metafore, e che sul piano stilistico vola dalla calma ambient agli estremi dello scream. Dalla pace al caos totale. Qui c’è di tutto.
L’album si apre con il primo singolo, su cui puntano fin dall’inizio. ‘Hole In the Earth’ dà un senso di maturità, quella a cui sono arrivati musicalmente fin qui. La ricetta del suono Deftones è lì, sul palmo di una mano. Ondeggiare e piantare aghi freddi ma morbidi direttamente nel nostro cervello. ‘Rapture’ affonda le punte più in profondità. Con urla e senza compromessi. Poi arrivano l’ammorbidimento e la meditazione. Da ‘Beware’ in avanti prevale un sentimento malinconico post-Depeche Mode, che non molla fino alla fine. ‘Rats!Rats!Rats’ spezza la continuità di malinconia di finora con un ruggito di nuovo solcato e quasi un po’ forzato, nelle urla dell’intro. Non so, ma mi sembra che con l’asprezza non convincano più come sul primo Adrenaline, dove la ruvidità e l’assenza di compromessi si fondevano organicamente in un tutt’uno. Ora suonano quasi troppo vecchi per questo. Evidentemente se ne rendono conto, perché nei brani successivi tornano a orge elettronico-chitarristiche più sballate, fatte di ombre rallentate. Chino Moreno rivela i suoi pensieri lentamente, con la raffinatezza tipica dei Deftones e con un’estrema dose di sensibilità. L’argomento per cui il disco è bello è ‘Kimdracula’, un mix sexy di tutti i trucchi da stregone che i Deftones hanno al momento in magazzino. Il finale al pianoforte di ‘Riviere’ porta invece il disco, con calma, allo stadio finale di dissolvenza.
In realtà farei fatica a dire che qualcosa disturbi l’ascolto. Se non conosci il resto dell’opera dei Deftones, è un’ora d’apertura splendida, adatta a tutti i sentimentali e alle anime delicate, ma in nessun caso a chi tende all’autoaggressività, al suicidio, alla tristezza profonda. I Deftones non offrono consolazione, anzi ti piantano il coltello nel cuore ancora più a fondo. Dal punto di vista sonoro il disco è molto più digeribile del predecessore, l’album Deftones. Anche perché, a livello di idee e di rapporti personali, si sono separati definitivamente dal mago della produzione Terry Date, che aveva prodotto le loro cose più grandi. Ma lo scambio di linfa vitale tra loro si era fermato. La tecnologia di registrazione Pro Tools ha reso più facile il brainstorming. Bastava solo ripulire il superfluo e il fastidioso e intrecciare nuove reti per catturare chi finora era sfuggito ai loro tempi e ai loro incantesimi. Bob Ezrin ha fatto i compiti con raffinatezza e ha vestito la band di quelle sfumature dello spettro sonoro in cui si trovano da sempre – a casa. La passione da una parte e la routine dall’altra sono qui una specie di gemelli siamesi inseparabili. Nessuna deviazione verso l’ignoto. Suonano sicuri, bene, ma manca la sensazione di qualcosa di senza tempo, perché ci sono troppi schemi già collaudati e già sentiti. Nella loro carriera hanno ricevuto parecchi elogi, ma anche critiche spietate o, peggio ancora, alcuni tentativi di convincerci della propria potenza sono passati piuttosto inosservati o sono stati addirittura ignorati. È vero anche che tanto tempo fa, più di dieci anni fa, hanno trovato la loro identità e inventato il loro suono. Hanno contribuito a fissare una tendenza musicale allora completamente nuova e fresca, che è diventata anche una linea guida di moda e un criterio per stabilire cosa è ‘cool’ e cosa no. Se siano per questo leggendari e indimenticabili, lo dirà il tempo. Con questo lavoro i Deftones dimostrano ancora che il loro tempo non è finito, sono solo maturati un pochino. Saturday Night Wrist è senza dubbio un ottimo tentativo di superare l’album della loro carriera, ma stavolta il lancio è stato corto di mezzo metro.
Formazione
Abe Cunningham – batteria
Chi Cheng – basso
Chino Moreno – voce, chitarra
Frank delgado – tastiere, campionamenti
Stephen Carpenter – chitarra
Produzione
Bob Ezrin & Deftones
Tracklist
1. Hole In The Earth
2. Rapture
3. Beware
4. Cherry Waves
5. Mein
6. U.U.D.D.L.R.A.B.SELECT.START
7. Xerces
8. Rats!Rats!Rats
9. Pink Cellphone
10. Combat
11. Kimdracula
12. Riviere
DURATA DELL’ALBUM: 50:30