Saxon a Salisburgo scatenano una tempesta heavy metal: dopo, perfino il cielo è crollato in polvere

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Luogo: Salisburgo (Austria), Rockhouse
Data del concerto: 03.04.2003
Numero di spettatori: 650
Prezzo del biglietto: 24,00€

Sono sul luogo del misfatto, non so più che ore siano, e nemmeno dove sia esattamente e davanti a me ho la band di supporto, i Tanqueray. Salisburghesi, ragazzi e una ragazza. Allora, sbrigo subito la rappresentante del ggentil sesso. Oltre a smanettare con il basso in modo bravissimo e sciolto, la tipa con la sua femminilità sul palco richiamava giusto l’attenzione sufficiente a non far addormentare noi vecchi gattoni, infinitamente ottusi verso le nuove tendenze, che invece facevamo le fusa e sbavavamo allegramente davanti alla bella vista. Giusto per non sembrare di parte. Vero, il crossover di elementi folk con il classico “eighties opened rifing” metallaro non è per niente nelle mie corde, eppure i Tanqueray sono una band che mi ha sorpreso in modo estremamente positivo. Quella sera si sono sicuramente portati a casa in sala qualche fan in più di Skyclad o Fiddler’s Green, per non parlare del tifo rumoroso dei locali nelle prime file, a parte un paio di sloveni spaesati che aspettavano la tempesta cerebrale e i leggendari guerrieri sassoni che sarebbero venuti dopo. Si sono guadagnati subito anche le mie simpatie, e pensare che non avevo ancora bevuto nemmeno una birra. Il tizio col violino e l’archetto (il violinista) e l’altro tizio, il capo della band (cantante e chitarrista folk insieme), sono saliti sul palco in kilt scozzesi, mentre il chitarrista solista con la sua sei corde era vestito in modo ťlooseŤ (più alla thrasher), così che già l’immagine dei membri raccontava lo scontro frontale tra metal ed etno. Le doppie armonie di violinista e chitarrista solista? Rispetto. Il suono? Per una band di supporto, da far invidia. Non ci è toccata nemmeno una sbavatura sonora. La Gibson Flyin’ V si occupava di fondere con gusto acustico ed elettrico. Il cantante storpiava apposta l’accento nei versi, come fa uno Ian Anderson con i Jethro Tull (probabilmente ancora oggi imbattibile come umorista della scena rock mondiale). La voce però dovrà ancora limarla un po’, anche se i versi nei pezzi sa già piazzarli con successo. La band inserisce nella musica perlopiù elementi folk irlandesi e scozzesi (o anglosassoni, tanto ci arrivi da solo). Insomma, deve suonare celtico e loro sono contenti. Il gruppo è già estremamente affiatato e la musica che scrive non è certo un boccone facile. All’interno dei brani rovesciano spesso il ritmo con abilità, e intanto condiscono il tutto con una tavolozza di melodie celtiche a tre voci, immancabilmente infilate nelle parti d’apertura e di chiusura dei pezzi. A occuparsene insieme erano chitarra elettrica e violino. Ma il vero motore è un ottimo batterista, che si è dimostrato di gran lunga il più grande sgobbone della band e mi ha steso con il suo ampio repertorio di passaggi vari e con l’uso del doppio pedale inserito nella musica. Il culmine è stato il brano Johnny I Hardley Even Knew Ya, a cui hanno regalato perfino una leggera brezza di country. E non si sono vergognati nemmeno di usare ritmi di polka, tipo le loro tipiche jodlerate austriache. Insomma, i Tanqueray meritano attenzione e di certo hanno un grande potenziale per il futuro, se tireranno dritto per la strada intrapresa.

I Brainstorm sono ormai un nome piuttosto noto sulla scena, grazie al successo del loro ultimo disco “Metus Mortis”, che anche stavolta hanno promosso. Thrash. Andy B. Frank alla voce porta il classico riffing thrash impostato sui semitoni in una nuova dimensione. La voce non è brutale. Semplicemente melodica. Il che non vuol dire che non ci siano rabbia e aggressività. Andy è letteralmente esploso sul palco. Insieme al ringhio affilato delle chitarre squarciava l’aria elettrizzata della sala e in tanti si sono ritrovati presto nel vortice della febbre del venerdì sera (io i miei momenti dovevo ancora aspettarli). Il pubblico ha sostenuto la band a gran voce e ha respirato con lei, cantando i versi dall’inizio alla fine dell’esibizione. La maggior parte del repertorio era fatta di pezzi dell’ultimo disco. Ma non si sono dimenticati nemmeno di Maharaja Palace, durante la quale la gente è letteralmente impazzita. Quindi c’è poco da aggiungere. Esibizione incredibilmente compatta, i ragazzi saltellavano per il palco come se prima avessero preso,… no, non era viagra…, erano carichi e inferociti fino alla fine. Un amico è letteralmente rimasto pietrificato dalla gioia immensa che lo ha investito in prima fila ai suoni dei Brainstorm, che gli graffiavano le orecchie, mentre Andy gli scuoteva apposta la criniera sopra la testa, coprendolo con i capelli. Assoli di chitarra suddivisi in più ťlead breakŤ, eseguiti in modo perfettamente affiatato e senza errori. Headbanging perfetto. Strano che stavolta non mi sia stata versata addosso nemmeno una sola goccia di liquore di luppolo. E alla fine Milan dalla prima fila ha mostrato il passaporto a Milan sul palco: “Guarda, anche io mi chiamo Milan!” E i due hanno scoperto di essere praticamente fratelli di sangue croati (leggi: “Siete croati anche voi!”) e, senza scherzi, si sono buttati l’uno tra le braccia dell’altro in un abbraccio caloroso, con Milan Lončarić che ha sentenziato: “Mi sembrava che doveste essere sloveni!”, che suonava quasi come: “Mi sembrava che foste dei nostri!”. Ah, tanto arrivano anche i Saxon…sicuro mi verserò addosso la birra, grrrrrrr…ah, queste abitudini, sto diventando vecchio e rompiscatole.

Già, i Saxon. Stavolta c’era qualcosa nell’aria. Qualcosa che diceva che l’esibizione della band sarebbe stata tutta un’altra cosa rispetto a quella a metà strada di Monaco di Baviera. La primavera è arrivata, le giornate sono più lunghe e calde, il dinosauro si è scaldato le sue pigre ossa, è uscito rombando dalla tana e ha affilato per bene zanne e artigli. La belva chiamata Saxon aveva sete di nuove battaglie e nuove vittorie. E così sono piombati sul palco. Ci hanno colpiti “dritti in mezzo alla fronte” con Heavy Metal Thunder, e subito dopo il primo shock che non mi aspettavo, Killing Ground. Eccoci lì. A me hanno cominciato subito a tremare le suture della calotta cranica. Suono pura fantasia. E i ragazzi stavolta hanno picchiato tutti insieme a tutta forza. Biff era “dentro”, nel feeling, cantava a pieno slancio, l’esatto opposto del Biff esaltato di un mese e mezzo prima in Germania. Entrambi i chitarristi erano molto più attivi sul palco che nella sfortunata Monaco di Baviera. Dopo Still Fit To Boogie i Saxon hanno calmato le acque. E con quale pezzo? Con una cover dei King Crimson (Court of the Crimson King). Biff si è immedesimato a tal punto che il passaggio dove arrivano quegli “ah-I” voleva allungarlo di un giro in più e ripetere un nuovo “girone” dei suoi “ah”. All’ultimo momento il tipo è riuscito a trattenersi proprio prima del punto in cui Fritz squarcia il pezzo con un rullo di batteria e i due chitarristi entrano subito dopo nei loro assoli. Poi Biff ha voluto sapere se il pubblico avrebbe indovinato cosa avrebbero suonato i Saxon. E ovviamente più di una testa chiedeva Crusader e la richiesta si è ripetuta parecchie volte durante il concerto, un invasato ha perfino lanciato sul palco una bandiera con la copertina del disco “Crusasder” disegnata a mano, che Biff ha steso con successo dove era piazzata la batteria, e lì è rimasta intatta fino alla fine del concerto. I Saxon hanno sempre pronto un repertorio così ampio che l’indovinello potrebbe durare un bel pezzo, e Biff tirerebbe fuori ogni volta dalla naftalina qualche sorpresa da shock. Sì, ecco un nuovo shock. The Thin Red Line. Nessuno ha indovinato. Era davvero interessante osservare il ragazzino che poco prima era impazzito ai Brainstorm e che adesso muoveva i capelli in prima fila solo per educazione. E lui che cosa pensava di me? Probabilmente questo: “Guarda questo vecchio, come si butta su questi vecchi catorci, qui non c’è nessuna vera aggressività, nessuna velocità,…, uff, come fa a divertirsi???” A me invece è proprio partito il cervello con questo pezzo. Fritz stasera era davvero carico e incazzato! Che espressività, soprattutto nei classici, quel martellare del doppio pedale. Ma quando ci è passato sopra quel fottuto Motorcycle Man. Uff, è stata pura devastazione e la gente ha cominciato a frullare la testa tutta insieme in sala. Ah, già, il Rockhouse era stracolmo, ma non sold out. I ragazzi hanno tirato un po’ il freno con Broken Heroes. E poi è partita la cosiddetta testa pelata (Metalhead). Nuova sorpresa, che ha preso il posto di Song of Evil, suonata nella parte invernale del tour Heavy Metal Thunder 2003 nel repertorio dal disco “Metalhead”. E poi ancora un tornado da “Unleash the Beast”, cioè Cut Out the Disease. Qui Fritz Randow alla batteria era sicuramente al centro dell’attenzione, perché l’espressività del suo lavoro dietro le pelli ha davvero offuscato gli altri compagni. Ma era solo il riscaldamento. È seguita Battle Cry e, dopo il motivo inserito dal brano Warrior, il Fritz ormai ben scaldato si è dedicato al suo assolo di batteria. Stavolta Fritz si è davvero divertito. Faceva roteare le bacchette, giocolava con tre bacchette contemporaneamente aiutandosi perfino con la bocca e fino alla fine ha pestato in modo scatenato il suo set di batteria in lungo e in largo. Questi sì che erano i Saxon che desideravo, perché dopo l’incomprensibilmente mediocre esibizione di Monaco di Baviera, mi ero convinto a fatica se partire o no per Salisburgo. Cavolo, questi concerti sono un peso finanziario sempre più grave. E sarebbe stato un errore della vita, se fossi finito in crisi di astinenza. I Saxon, dopo tutti questi anni, in una forma sul palco del genere. Giù il cappello!

Durante il concerto Biff si è scusato con il pubblico perché sul palco non c’era l’aquila, dato che il palco era troppo piccolo per un’aquila. Biff ha promesso che l’aquila sarà inclusa nello show dei Saxon come headliner al festival (24. 8. 2003) all’Arena di Vienna. Evidentemente per Biff l’aquila significa davvero tanto. La parte principale dell’esibizione si è chiusa con Princess of the Night. La band è tornata sul palco dopo il rumoroso coro: Saxon, Saxon!Ť Nel primo bis hanno infilato Denim And Leather e Wheels of Steel, nel secondo Strong Arm of the Law. Insomma, classici immortali.

Se la band era di umore così ottimo, ha contribuito di sicuro da una parte il repertorio un po’ più corto e probabilmente anche il fatto che non c’erano l’aquilotta e quelle immancabili recinzioni d’acciaio e scalinate sul palco. Quindi la dimensione da club alle leggende sta evidentemente più che bene. A dire il vero, nemmeno io ho sentito la mancanza dell’aquila. I Saxon? Ah, quelli andremo di sicuro a vederli ancora, come ho fatto a dubitare di loro. Stavolta Nibbs Carter non era l’unico vivo sul palco. Suono fantastico, esibizione sentita e repertorio eccellente. Grazie ragazzi, è stato davvero uno dei migliori concerti che abbia visto in vita mia. Come mandare la gente in delirio, o come essere parte di un delirio generale? Vai a vivere un concerto dei Saxon! Obbligatorio! Una voce così spaccata dopo un concerto, come l’avevo stavolta, non me la ricordo da un pezzo. Le conseguenze del colpo di fulmine le ho sentite ancora per una settimana intera.

Scaletta

Tanqueray:
1. Intro
2. Tanqueray
3. With a Smile
4. Matty Groves
5. The Beggar
6. Keeping ‘em Rolling
7. Johnny I Hardley Knew Ya
8. Babylon Burns
9. Sympathy for the Devil (orig. Rolling Stones)

Brainstorm:
1. Metus Mortis (intro)
2. Blind Suffering
3. Crush Depth
4. Shadowland
5. Maharaja Palace
6. Checkmate in Red
7. Hollow Hideaway
8. Under Lights
—bis—
9. Meet Me in the Dark

Saxon:
1. Heavy Metal Thunder
2. Killing Ground
3. Still Fit to Boogie
4. Court of the Crimson King
5. The Thin Red Line
6. Motorcycle Man
7. Broken Heroes
8. Metalhead
9. 20.000 ft
10. Cut out the Disease
11. Battle Cry (con inserto del motivo di Warrior)
12. Assolo di batteria (F. Randow) e finale di Battle Cry
14. Solid Ball of Rock
15. Crusader
16. The Eagle Has Landed
17. Requiem (We will Remember)
18. Princess of the Night
—primo bis—
19. Denim and Leather
20. Wheels of Steel
—secondo bis—
21. Strong Arm Of The Law

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