Schizophonik
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Miladojka Youneed
Etichetta: Dallas Records
Uscita: 1998
Durata: 44:26
Voto: 4/5
Quando una band raggiunge il suo plateau più alto, si siede e fa una fatica del diavolo a salire ancora di un gradino. Eppure, dopo il passaggio alla Dallas Records, nel 1998 ai Miladojka Youneed è successo proprio questo: con lo splendido Schizophonik si sono costruiti un epitaffio che noi, quelli che si lasciano scorrere libero nelle vene il nettare del cuore, sangue saturo di adrenalina e spinto a tutta velocità per il corpo dalla fame di buona musica, ci portiamo dietro nel ricordo più bello. Dall’ultimo disco Liberta Bloo sono passati cinque anni, e nella formazione Mario Marolt, sassofonista e voce di accompagnamento ma soprattutto mente creativa dei Miladojka Youneed, e lo straordinario bassista e cantante, co-autore della storia fin dal primo giorno, l’imprevedibile Miroslav Lovrič, hanno fatto entrare nella loro cerchia musicisti eccezionali. Il basso se l’è messo a tracolla Jožef Sečnik, dietro i tamburi si è seduto quel fenomeno di Roman Ratej, enfant prodige della batteria, mentre alle chitarre, a giudicare dalle rivelazioni scritte sul disco, c’è N.K. 1400 (all’anagrafe, per gli amici, Nenad Krsmanovič); e siccome in studio i musicisti si danno sempre una mano a vicenda quando meno te lo aspetti, nella lista dei “colpevoli” finiscono anche il chitarrista Boris Romih e, per loop e finezze elettroniche, sempre pronto, Neil Conti. E il risultato? Un disco del tutto degno di essere confrontato con Bloodylon, che per me rappresenta il picco creativo dei poliglotti musicali di Lubiana di allora, quando l’underground era ancora non domato e non appesantito dalle aspettative del pubblico!
Ma passiamo al bottino musicale di questo quarto lavoro, che alza lo standard per tutta la concorrenza: un disco dal titolo eloquente, Schizophonik. Già al primo ascolto è chiaro che la produzione è rifinita alla perfezione e che il suono della band è spaccato a metà tra gli sfoghi grezzi del secondo disco Bloodylon e la morbidezza danzereccia di Liberta Bloo. Schizophonik è un disco tessuto con grande raffinatezza, ma nella sua esitazione tra il lanciare a manetta tutte le turbine e aprire tutte le valvole oppure restare nella zona sicura delle vecchie ricette collaudate lascia sensazioni un po’ miste. L’iniziale, caoticamente ordinato Turning Lathe ti sbatte il cuore in una marcia più alta, perché con i richiami agli assoli del compianto Cavazza riesce a evocare l’illusione che i Miladojka stiano tornando sui vecchi, sexy binari di una musica più organica, scrollandosi di dosso gli orpelli elettronici, e che la disco cibernetica sia tornata più rudimentale, ma già la prosecuzione elettronica dell’intro di I’m A Fire risponde a tutte le speranze nate troppo presto. Il tempo è andato avanti, e con lui anche il suono della band. Di sassofoni succosi non ne mancano, ma al posto dei bassi massicci e delle ritmiche selvagge della batteria a prendersi il piedistallo centrale è la voce ipnotica e sicurissima di Miroslav. »I’m a fire, you’re ice / Have we I future?« è la ciliegina su un testo che parla dei misteriosi legami invisibili tra le persone, che gridano il bisogno dell’altro ma intanto, nella lotta fra i contrari, combattono contro la propria vera natura, e così la scomparsa dell’uno o dell’altro diventa inevitabile. Miroslav annunciava la fine ineluttabile con un tono quasi profetico, mentre il pubblico si abbandonava, sulle note di un sassofono, di una batteria e di chitarre incredibilmente velenosi, alla danza imparata con i Demolition group; sulle somiglianze tra i Miladojka e questi ultimi oggi non mi addentro, perché il dibattito è sterile, buono quanto spremersi le meningi per capire se sia nato prima l’uovo o la gallina …
Do You Love è la prosecuzione più funkeggiante del ballo, e ai versi d’amore carichi di fisicità si addicono parole più sporche, piene di sex appeal, ma di buon gusto e per niente oscene; invece di cantare ideali platonici, i Miladojka si buttano su terreni più solidi delle loro magie di idee, ma svuotano tutta la loro forza in una musica che avrebbe potuto essere ancora più selvaggia e sfacciata. Una calma più contemplativa in un mondo di ideali evidentemente oscurati, e il desiderio non più così giovanilmente slanciato di penetrare più a fondo nell’universo, arrivano con Goddesses. Una sospensione quasi malinconica tra gli echi del pianto e dei singhiozzi di un sassofono sensibile, una batteria jazz lounge funk, una chitarra salata al punto giusto con delicate distorsioni, un morbido sottofondo di bassi e voci cristalline: il treno dei pensieri viaggia tra l’indugiare assorto sul posto e la voglia di liberare le grida strozzate in gola. I Miladojka Youneed sono maestri nel giocare con le emozioni, e come una specie di unguento, in questa storia si insinua il sussurro sensibile di Expect. Davanti agli occhi si fanno strada le nebbioline serali nel bagliore al neon e nella luce arancione dei lampioni di una Lubiana avvolta nella notte; in questo viaggio onirico, o volo dell’anima sopra le strade della città, la pace è solo apparente. Sullo sfondo muoiono gli ideali e i sogni d’infanzia, e sorge la domanda di dove stia sputando una generazione X senza centro; i Miladojka la vestono con delicatezza di sfumature un po’ più morbide. Con la stessa maniera, abbandonandosi a contorni più morbidi, il disco prosegue con Blues My Way, e in questo torpore io personalmente sento la mancanza della scintilla di passione ed energia: la parte centrale, da ballata, è di qualità, ma ammazza maledettamente lo slancio iniziale con cui gli ingranaggi dell’incantesimo di Schizophonik si erano messi in moto.
Dopo l’irritazione mattutina della sveglia elettronica arriva il momento di darsi una scossa e del caffè del mattino, e a far montare la schiuma di quest’ultimo ci pensa il brano più vivace e più sfacciato, Goodmorning. È evidente che i ragazzi si svegliavano spesso con James Brown: un ballo funkeggiante pieno di sample che gioca con i suoni del colpo di tosse quotidiano del mattino e dell’uscire di routine, per la millesima volta, verso la strada già battuta del lavoro, mentre i Miladojka, con la loro ripetitività, danno alla noiosa monotonia il loro marchio umoristico e un’acidità sarcastica. Come viatico alla danza robotizzata dei nuovi robot dell’era postindustriale, dopo l’inno al risveglio arriva il decisamente inorganico Disco Boy, polo estremo di una musica privata dell’organicità: giocando con gli standard della disco a giri un po’ più bassi, i ragazzi riescono a irritare leggermente il condotto uditivo e a far venire voglia di una breve pausa. Grazie a dio si trattava evidentemente di un atto sperimentale mirato, e per fortuna piuttosto isolato, perché il flusso dei pensieri e quello della libido musicale si sciolgono completamente con Eternity. Il gioco con gli schemi energici del funk è incoronato da assoli di chitarra di una bellezza velenosa, che fanno uscire il brano dalla cornice del funk per riportarlo in acque rock più rilassate, mentre i Miladojka spingono la loro macchina al massimo dei giri, e abbandonarsi alla danza diventa una conseguenza del tutto logica. Ed eccoci già alla fine! Il brano Underground chiude il cammino con toni più pacati, e sul cielo serale oscurato di un gruppo di entusiasti, viaggiatori della musica e ribelli si accendono, non a caso, le stelle che aiutano a far navigare le barche delle anime tra gli scogli di un futuro nero.
A Schizophonik si può rimproverare di ripetere ricette già sentite, ma, a dirla tutta, era impossibile aspettarsi che i Miladojka Youneed continuassero a crescere, a completarsi, a evolversi e a migliorare da un disco all’altro, perché il livello qualitativo del collettivo di Lubiana era evidentemente già stato raggiunto da un pezzo. Andare avanti sarebbe stato solo questione di routine, e quando si spegne la fiamma della passione la prossima sul letto di morte è la musica; per questo, nonostante il vuoto che l’addio della band ha lasciato nella scena musicale slovena, sono contento che abbiano scelto in tempo la forza e il coraggio dell’autoscioglimento. Così l’immagine della musica è rimasta nel ricordo bello, e il nome della band pulito, onorevole e avvolto nei veli del mistero. Io mi chiederei solo che cos’altro avrebbe potuto aggiungere e articolare musicalmente la band in questa sua ultima incarnazione. Il sacco delle meraviglie si era evidentemente svuotato, ma l’atto conclusivo, il disco Schizophonik, merita comunque tutti i complimenti: l’album è saturo di suono di prima classe e di musica splendida, e tra i pilastri della perfezione estetica è di troppo solo il ricordo di un passato più fecondo e del creare correnti tempestose insieme agli ex compagni d’arme. I tempi sono cambiati, ma i Miladojka sono rimasti, a modo loro, giovanilmente immutati, e nel corpo di un collettivo giovane, sempre rinato da capo, il vecchio cuore della formazione originale ha cominciato a perdere la sua forza originaria. Se Schizophonik fosse l’unico contatto che avessi con i Miladojka Youneed, potrei dire che qui si ha davvero tutto quello che i ragazzi hanno mai rappresentato. C’è tanta malizia funkeggiante, un atteggiamento ribelle alternativo con un tocco commerciale, sarcasmo, amarezza, e il disco ha registrato tutte le crepe e le ferite che i Miladojka, negli anni della loro esistenza, hanno rimarginato da eroi e preso sul proprio corpo collettivo. Ed è proprio per questo che restano uno dei nomi più importanti nel piccolo cielo stellato della Slovenia, cosparso di rare perle, che ancora oggi ascolto con piacere …
Formazione
Miroslav Lovrič – basso, voce
Mario Marolt – sassofono, voce di accompagnamento
N.K. 1400 – chitarra, voce di accompagnamento
Roman Ratej – batteria
Musicisti ospiti:
Jožef Sečnik – basso nei brani 1, 3, 4, 5 e 9
Boris Romih – chitarra nel brano 6
Neil Conti – loop (brani 1, 4 e 10)
Produzione
Iztok Turk, Mario Marolt
Tracklist
- Turning Lathe
- I’m A Fire
- Do You Love
- Goddesses
- Expect
- Blues My Way
- Goodmorning
- Disco Boy
- Eternity
- Underground