Seasons End

0 7

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Marillion
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1989
Voto: 4/5

Nel 1989 i Marillion si trovarono a un bivio fondamentale della loro carriera. Il carismatico cantante Fish, che per molti fan era considerato il vero fulcro della band, li aveva lasciati poco prima per dedicarsi alla carriera solista. Con la perdita di quel musicista apparentemente insostituibile, il loro futuro rimase per un po’ appeso a un filo e sembrava impossibile andare avanti senza di lui. Contro ogni aspettativa, invece di cercare un clone di Fish, i Marillion optarono per una mossa coraggiosissima e per un cambio radicale, che di conseguenza avrebbe portato anche a una svolta importante nella loro direzione musicale. Come nuovo cantante scelsero Steve Hogarth, allora quasi sconosciuto, in precedenza cantante e tastierista degli oscuri The Europeans, una band pop. Per il gruppo Hogarth rappresentò davvero una svolta radicale, soprattutto rispetto al suo predecessore, perché dal punto di vista vocale tagliò definitivamente ogni paragone con i prog rocker degli anni ’70 (Genesis in testa). Hogarth era un tipo di cantante totalmente diverso dal gigante scozzese, che amava sempre guardare in fondo al bicchiere e scriveva perlopiù poesia profondamente personale. Fatta eccezione per l’affinato senso del dramma, Hogarth non aveva proprio nulla in comune con Fish (e naturalmente viceversa), ed è proprio questo che più di ogni altra cosa dimostra quanto fosse giusta la scelta. Hogarth sostituisce il carisma teatrale e la poesia personale di Fish con un’estensione vocale ampia e stratificata, spesso carica di pathos romantico. Il fatalismo e il sarcasmo di Fish, nell’espressione come nei testi, lascia volentieri il posto a una “nuova speranza” (per i testi, tra l’altro, lo aiutò anche il suo amico John Helmer). Con il suo approccio, il signor H ha senza dubbio portato nei Marillion anche più influenze pop, che la band inizierà a inserire sempre di più nei vari pezzi, facendo così il primo passo verso la rottura col sound neo progressive. Per i Marillion, “Seasons End” è stato un album di transizione stilistica, perché è insieme il primo album del nuovo periodo art rock e l’ultimo che si possa ancora definire neo progressive. Anche se fino a quel momento erano considerati la forza trainante e i “padri” di quel genere, dopo questo disco hanno cominciato ad allontanarsene sempre di più.

“The King Of Sunset Town”, che parla del massacro di Tiananmen (da noi Piazza della Pace Celeste), quando il Partito comunista cinese soffocò con i carri armati le manifestazioni pacifiche degli studenti e Deng Xiaoping diventò definitivamente il “re della città del sol levante” (e per di più fa pure rima!), è il brano d’apertura che segna la svolta, introduce l’ascoltatore a questa nuova fase della loro musica e presenta Hogarth in modo maestoso come nuovo cantante. Si parte con un’intro sommessa su effetti elettronici, che costruiscono piano piano un’atmosfera ambient. Va avanti così fino al momento in cui entra in grande stile tutta la band, creando un’atmosfera magnifica. Rothery brilla con un riff eccellente che ti trascina subito dentro e ti convince che il gruppo è più vivo che mai e determinato ad aprire un nuovo capitolo. Il momento chiave arriva a 2:30, quando il vero “king of sunset town”, Hogarth, irrompe con sicurezza e una convinzione incredibile, e soprattutto con i suoi ottimi ritornelli dimostra che razza di cantante sia e che i Marillion, scegliendolo, hanno fatto centro. La bellissima ballata “Easter”, che parla della lotta per l’indipendenza dell’Irlanda (del Nord), è senza dubbio il brano più grandioso e più emozionante dell’album, nonché uno dei migliori della loro storia. Qui brillano in tutto il loro splendore Rothery, con il suo tocco delicato alla chitarra acustica e un uso brillante degli arpeggi, e Hogarth, che canta con un pathos indicibile. A innalzare ulteriormente il pezzo c’è lo straordinario assolo di Rothery, uno dei migliori della sua carriera. Segue un finale eccellente, con una voce drammaticamente maestosa, riff meravigliosi e profondi strati di tastiere che creano un’atmosfera da sogno, capace di portarti subito sopra le nuvole e di darti nuova carica anche quando sembra che niente giri per il verso giusto. Senza dubbio una delle ballate più belle della storia del rock. “The Uninvited Guest” è il primo brano dal sapore pop dell’album, dove si alternano un ritmo pacato e uno incalzante sostenuto da possenti riff di chitarra, e l’espressività drammatica di Hogarth, che attraverso il testo sarcastico entra alla perfezione nei panni dell'”ospite non invitato”. Alla fine Rothery ci regala di nuovo uno dei suoi assoli brillanti e inconfondibili, portando questa solida composizione alla sua conclusione. La title track “Seasons End” è un pezzo di sensibilità ecologista, che affronta il riscaldamento dell’atmosfera, già allora di attualità, e la fine degli inverni britannici tradizionalmente freddi, ed è il primo dei due epici più lunghi dell’album. Un pezzo estremamente malinconico, intriso di un canto raffinatissimo, riff delicati e possenti strati di tastiere, in cui spicca il pianoforte. La malinconia si scioglie con un assolo di chitarra sottile e con l’ottimo contributo dei sintetizzatori ambientali di Kelly. Con questo pezzo i Marillion hanno dimostrato di essere ancora maestri di epici progressive grandiosi ed espressivi, come quelli che creavano con Fish. Di nuovo più orientata al pop, “Halloway Girl”, ispirata a una detenuta, è un’altra delle loro canzoni “risvegliatrici”, pompose e malinconiche, diventate tipiche dell’era Hogarth. La pervadono passaggi spiritosi del basso di Trewavas, tastiere ricche, passaggi malinconici di chitarra e ritornelli drammatici con una voce eccellente. L’estremamente malinconica “Berlin”, dedicata alla città allora ancora divisa e con un ottimo contributo del sassofono, lascia già intravedere le loro future direzioni artistiche e l’esplorazione di nuovi territori. Dopo un’introduzione tranquilla, da ballata, arriva un passaggio deciso di chitarra e sassofono, a cui si unisce una voce potente, da “risveglio”. Nella parte centrale arriva una sezione un po’ più oscura e pacata, piena di suoni diversi in crescendo, che portano piano piano il pezzo al passaggio finale, uno dei migliori dell’album, di cui si occupano in abbondanza i capolavori chitarristici di Rothery (un mare di riff ingegnosi e un altro assolo superbo) e la voce spiegata di Hogarth. “After Me” è una ballata acustica semplice ma molto bella, che per espressività non raggiunge “Easter”, ma resta comunque uno di quei pezzi che sembrano fatti apposta per la voce di Hogarth. Anche Rothery non scherza: sulla chitarra acustica dimostra con eleganza di non essere un maestro meno grande che sull’elettrica e propone una serie di riff energici ed emozionanti. In chiusura sfodera di nuovo un assolo succoso, che porta il pezzo al settimo cielo. Segue la carica e la botta di “Hooks In You”, uno dei tre singoli dell’album. Qui i Marillion si mostrano ancora una volta sotto un’altra luce, perché si tratta di un efficace mix di hard e pop rock, decisamente più vicino all’hair metal che al prog. Ciononostante contiene un ritornello eccellente, un ritmo possente e una serie di passaggi di chitarra golosissimi. È un catalizzatore di energia che dimostra la loro versatilità e la loro libertà dai generi. L’album si chiude con l’imponente epico “The Space…”, dove si fondono con grande efficacia tutte le qualità dei Marillion di un tempo e di quelli “nuovi”, regalando il culmine del disco. Un eccellente epico neo progressive, intriso di arrangiamenti orchestrali magnifici, possenti passaggi di chitarra e espressioni vocali drammaticamente pompose, che ti spediscono davvero nello spazio, anche se il testo parla di vuoto interiore. Qui si può ammirare soprattutto la straordinaria estensione vocale di Hogarth con un dramma che non cala mai, qualcosa in cui ha di sicuro superato il suo predecessore.

La ristampa dell’album contiene anche un CD extra con qualche chicca minore. La versione 12 pollici di “The Uninvited Guest”, che suona ancora più pop rock, come espressività resta un po’ indietro rispetto all’originale, mentre “The Bell In The Sea” e “The Release” sono due brani che faranno sicuramente felici tutti i fan della band. “The Bell In The Sea” per ritmo è già una specie di anticipazione dei loro successivi esperimenti pop rock. Lo stesso vale per “The Release”, un classico catalizzatore di energia pop rock, che ha molto in comune con alcuni pezzi dei Pink Floyd dell’era Gilmour e con i primi U2. Entrambi indicano chiaramente la direzione pop rock del loro album successivo. Gli altri extra sono demo di alcuni pezzi dell’album, registrati nello studio musicale Mushrom Farm. Questi ultimi saranno interessanti solo per i fan più fedeli della band, perché nella maggior parte si sente che erano ancora prima del perfezionamento e che il gruppo non era ancora pronto al cento per cento.

“Seasons End” per i Marillion rappresenta senza dubbio l’album più importante della loro carriera, perché con questo disco hanno compiuto la svolta stilistica decisiva, che ha portato loro tantissimi nuovi fan ma ne ha anche fatti scappare parecchi dei vecchi, che non riuscivano ad accettare l’addio di Fish e il cambio di rotta. Parliamo di un album eccezionale, pieno di dinamica, varietà stilistica, melodie ipnotiche e visioni avanzate, quindi non esagero affatto se lo definisco un capolavoro. Anche se il sound neo progressive costruito con Fish ci domina ancora, i numerosi elementi pop e le ricche cortine ambientali segnano già l’inizio di una nuova fase, ancora più sperimentale. Con Hogarth, che ha portato a termine con lode un compito difficilissimo, dimostrandosi sia ottimo cantante sia visionario musicale, i Marillion hanno ritrovato slancio e aperto un nuovo capitolo, fatto di nuove sfide sperimentali, che li ha scolpiti come la vera definizione di versatilità mentre si allontanavano sempre più dai limiti dei generi. È un po’ ironico che con Hogarth, la cui voce sembra fatta apposta per il pop, non abbiano mai più ripetuto il successo commerciale ottenuto con Fish, anche se creeranno alcuni pezzi (a partire dall’album successivo) che con una promozione più efficace sarebbero finiti di sicuro in cima alle classifiche; invece resteranno per sempre “England’s best kept secret”. La loro musica continuerà a evolversi artisticamente anche nel nuovo secolo, mentre i loro coetanei neo progressive degli anni ’80 sono rimasti più o meno nei confini del genere.

Formazione

Steve Hogarth – voce
Steve Rothery – chitarra
Pete Trewavas – basso
Mark Kelly – tastiere
Ian Mosley – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Jean-Pierre Rasle – flauto (2)
Phil Todd – sassofono (6)

Produzione

Nick Davis

Tracklist

1. The king of Sunset town (8:02)
2. Easter (5:57)
3. The uninvited guest (3:52)
4. Seasons end (8:07)
5. Holloway girl (4:27)
6. Berlin (7:43)
7. After me (3:19)
8. Hooks on you (2:54)
9. The space… (6:14)
Durata dell’album: 50:41

CD bonus della ristampa del 1997:
1. The uninvited guest (12″ version) (5:03)
2. The bell in the sea (single) (4:19)
3. The release (single) (3:44)
4. The king of Sunset town (Mushroom Farm demo) (5:32)
5. Holloway girl (Mushroom demo) (4:47)
6. Seasons end (Mushroom demo) (8:01)
7. The uninvited guest (demo) (3:53)
8. Berlin (Mushroom demo) (8:02)
9. The bell in the sea (demo) (4:52)
Durata dell’album: 48:30

Durata totale: 99:11

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie