Senza titolo

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Deca Debilane
Etichetta: Radio Študent
Uscita: 2010
Durata: 39:42
Voto: 0.3/5

Avanguardia? Arte? Pura fuffa? A volte le strade del rock e dello snobismo musicale sono davvero stranissime, e non voglio buttarmi subito su ipotesi ad hoc e giudizi di valore negativi. La storia dei Deca Debilane ha infatti la stessa età del nostro paese, e quei due decenni sono stati dannatamente lunghi. Soprattutto per i maestri del dadaismo e dell’insubordinazione musicale, che ora hanno finalmente partorito il loro primogenito senza nome. Potreste consolarvi pensando che difficilmente qualcosa riesca a scioccarvi, scuotervi e darvi la carica, e sareste in errore. Il calvario dell’attesa era solo un dolce preludio rispetto a ciò che la vostra amante vendicativa o il vostro amante manesco possono comprarvi per il compleanno, per Capodanno, per l’onomastico o per qualche altra festa. Ma cosa sono, in fondo, i Deca Debilane? Sono radicali e scienziati pazzi. Sono rumorosi e in giro da un tempo dannatamente lungo. Al tempo stesso non sono per niente musica da matrimoni o funerali, e non sono certo uno stimolo positivo se vi siete sparati qualche funghetto allucinogeno o avete buttato giù un’altra sostanza psicogena. Non sono nemmeno dei virtuosi dei loro strumenti, però la provocazione mentale, sonora e visiva la padroneggiano eccome. E non è finita! La loro musa musicale, in salsa post-punk, rotola per i canali di scolo delle fogne dell’idiozia universale e vi sbeffeggia se pensate di averla letta fino in fondo.

Io sono entrato in contatto con questi guerriglieri dell’avanguardia musicale per puro caso, grazie a una presentazione niente male di un concerto qualunque dell’inizio degli anni Novanta, quando occuparono il palco di uno dei localacci di Domžale. Un pugno di gente assetata di alternativo si accalcava sotto il palco, con orecchie e anima spalancate per una nuova rivelazione e magari per la versione slovena dei Nirvana. Invece si è beccata 15 minuti di sfregamento di un unico accordo, fischi e un attacco brutale all’unica parte forse ancora sana di un cervello già bello provato. Nomen est omen: dopo il primo, chiamiamolo così, brano la sala si svuota, e davanti al palco del rito sacrificale restano solo un paio di anime perse, ubriache e intossicate oltre ogni limite, che con loro grande orrore non trovano l’uscita, i camerieri con i tappi nelle orecchie e un cartello solitario: “le lamette sono purtroppo finite: al suicidio pensate da soli!” Le premesse sono quindi fenomenali, e di conseguenza anche la preparazione psicofisica a farsi spremere l’essenza del disco. L’apertura, ovvero l’iniziazione al mondo delle immagini storpiate, parte con uno stridio che ricorda l’apertura e chiusura difettosa di un cancello arrugginito sul cortile di un manicomio. Tribal è un tentativo di ouverture danzereccia, mentre le sfuriate vocali brontolanti alla Adolf sembrano il discorso di un decerebrato sconnesso. Che tenerezza! Segue la rivelazione: scoprite che i ragazzi, ormai uomini fatti, hanno anche gli strumenti, una spina dorsale ritmica affidata al batterista e una poetica noise. Pet (Droga) è una parte ancora dannatamente orecchiabile del disco e dopo due minuti passa pure in fretta. Segue il trattato delle anime abortite, a cui prima della nascita è stata risparmiata la sofferenza nelle sfere dell’aldilà. Fetus Abortus è come un lento taglio nel tessuto più sensibile del vostro sé, e tutto il dolore è condensato nell’invettiva vocale. Sotto l’egida di un amore apparente e di una scopata spensierata e nonchalante arriva il postmortem. La nuova vita indesiderata viene uccisa a sangue freddo e dannatamente lentamente. La rivelazione dura sinfonici 13 minuti e rotti. Niente è sacro e il nichilismo totale continua anche nel frastuono del brano Gravitacijski val nevtronskih zvezd, che spreme la voglia di comprendere, mentre dal corpo floscio riesce a uscire solo l’urlo di un’agonia totale. Improd non porta nemmeno un grammo di conforto, e la militaresca Prisega calpesta anche gli ultimi brandelli di bellezza che covano nel cuore. Una coorte tenebrosa di sadici musicali strofina nelle ferite aperte solo sale e spessi strati di rumore. Il monumento al fatto che la scena underground e garagista di Lubiana sapeva davvero esprimersi con un hardcore punk brutale e incisivo è ora un mostro geneticamente modificato, che a suon di steroidi, rumore totale e anticonformismo strappa via tutti i comandamenti musicali. Dopo Bog črne luknje e Smrt črnega moža l’introspezione si chiude nella farsa chitarristica di Tanov, dopodiché siete di nuovo lasciati unicamente a voi stessi.

Lo shock per l’organismo è totale. Dalle vene aperte e dalle orecchie sanguinanti colano secrezioni corporee, e non va meglio nemmeno agli orifizi di solito piuttosto docili e nascosti agli occhi altrui. Il calcio in faccia in più è che non vi hanno dato nemmeno una sigaretta d’addio da fumare prima di spingervi, o prima che vi buttaste da soli, davanti al plotone d’esecuzione sonico. Io, nell’involucro del CD, ho trovato un mozzicone fumato fino in fondo, e come vi annuncia con simpatia l’avviso sul sito dell’etichetta madre, potreste ricevere anche qualche altra schifezza, o addirittura un cotton fioc usato. Come una forchetta nel nervo oculare si pianta anche la grafica piuttosto spartana, che non vi svela i titoli dei brani e non vi aiuta certo a decifrarli. Il tocco estetico sono le svastiche e delle illustrazioni malatissime di storpi umani abbozzati in modo schematico. Pesanti da guardare e da ascoltare, questi tizi, vero? E come se fosse il capolavoro di bambini con problemi di sviluppo, qui si tratta solo di un’allegoria del mondo in cui viviamo. I Deca Debilane si possono leggere anche come critici rumorosi che, col dito medio alzato, sfidano l’istinto da gregge della feccia consumista che li circonda. Sono così pieni di odio verso questo mondo che è già una provocazione il fatto che il disco si possa davvero comprare e ascoltare più volte. Hai abbastanza masochista dentro di te?

Formazione

666 – batteria, sintetizzatore, voce
Hruki – chitarra, voce, sintetizzatore
Katabrank – chitarra, voce
Strup – basso, voce

Produzione

Sašo Kalan

Tracklist

1. Tribal
2. Pet (Droga)
3. Fetus Abortus
4. Gravitacijski val nevtronskih zvezd
5. Improd
6. Prisega
7. Bog črne luknje
8. Smrt črnega moža
9. Tanov

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