Seventh Son of a Seventh Son

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Iron Maiden
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1988
Durata: 43:51
Voto: 5/5

Nel 1988 gli Iron Maiden erano all’apice della carriera, sia artistico che commerciale, e per chi li seguiva fin dagli inizi degli anni Ottanta non c’era nessuna sorpresa: dopo l’arrivo del tuonante Bruce Dickinson erano diventati in un lampo una delle band di punta dell’heavy metal dell’epoca. Il 1988 fu un anno fondamentale per loro: gli Iron Maiden ‘conquistarono’ il prestigioso festival Monsters of Rock a Donington e, poco prima, pubblicarono l’album di culto »Seventh Son Of a Seventh Son«, a oggi il loro unico progetto concettuale e uno dei traguardi più ambiziosi di tutta la carriera, con cui (di nuovo) sfondarono i confini dell’heavy metal tradizionale e (soprattutto nella title track, un capolavoro) fecero l’occhiolino a certe influenze sinfoniche da prog rock.

Il bassista e capobanda Steve Harris pescò l’ispirazione per il concept esoterico che attraversa i testi di »Seventh Son of a Seventh Son« da un libro e da una leggenda popolare sul settimo figlio di un settimo figlio, un individuo straordinario dotato di poteri soprannaturali, chiaroveggenza compresa. La profezia legata alla sua nascita nascondeva però un enigma scottante: una volta entrato nell’età adulta, questo bambino prodigio userà i suoi talenti eccezionali per il bene o per il male, sigillando con la sua scelta il destino dell’umanità? In linea con il concept, Eddie nella sua nuova reincarnazione, mostrata nella bellissima copertina di Derek Riggs, ha subìto una metamorfosi fantastica: dal cyborg futuristico di »Somewhere In Time« (1986) è diventato il settimo figlio del settimo figlio, rinato in mezzo ai ghiacciai dell’Antartide e alle immagini congelate del suo cupo passato.

A differenza del fenomenale ma spesso colpevolmente trascurato »Somewhere In Time«, che faceva un uso splendido di sintetizzatori per chitarra e per basso, su »Seventh Son of a Seventh Son« gli Iron Maiden decisero finalmente di usare dei veri sintetizzatori, dando agli arrangiamenti sinfonici un suono molto più ‘organico’, anche se il loro esperimento precedente con i synth per chitarra era stato il più riuscito della scena metal di allora (soprattutto rispetto ai Judas Priest e al loro »Turbo« (1986)). La visione ambiziosissima di Harris per il sound di »Seventh Son« chiedeva comunque una produzione ancora più magniloquente ed epica, con una spruzzata di misticismo, se gli Iron Maiden volevano davvero raccontare a dovere la storia del veggente prodigio.

Il mitico bassista è sempre stato un grande fan del rock progressivo e una volta ha perfino dichiarato di essere finito nel metal solo perché tecnicamente non era abbastanza preparato per suonare prog. Così, da anni covava la voglia di spingere gli Iron Maiden, almeno per un po’, verso acque più complesse negli arrangiamenti e nel ritmo, il che era anche la loro naturale evoluzione sonora. I primi segnali di arrangiamenti più elaborati si sentivano già in alcuni pezzi dei dischi precedenti, soprattutto nei capolavori »Powerslave« (1984) e »Somewhere In Time«, ma »Seventh Son of a Seventh Son« è stato l’album con cui gli Iron Maiden hanno influenzato di più la nascita e lo sviluppo del progressive metal.

L’idea di una nuova direzione concettuale piaceva anche agli altri membri della band: perfino il cantante Bruce Dickinson, che su »Somewhere In Time« non aveva firmato neanche un pezzo, è tornato a collaborare alla grande con Harris e con il chitarrista Adrian Smith, componendo alcuni dei brani più orecchiabili del disco. »Seventh Son of a Seventh Son« non è un concept album al cento per cento, perché non tutte le idee si incastrano come dovrebbero, cosa che alcuni membri della band, con in testa il grande appassionato di esoterismo Dickinson, ancora oggi rimpiangono, ma in mezzo a tutta questa atmosfera mistica è un dettaglio quasi trascurabile.

La maggior parte dei testi tocca i soliti temi Iron Maiden, cioè l’eterno conflitto tra bene e male, paradiso e inferno, con in più una spolverata di esoterismo. Tutti i pezzi sono costruiti attorno alla title track, che ne è il culmine epico, mentre nel disco trovi anche tre singoli di grande successo, guidati dal tormentone »Can I Play With Madness«, che per la tribù metal sono ormai diventati roba da cantare tutti insieme da una vita. In realtà quasi tutto il disco, compresa l’opener »Moonchild«, pare ispirata all’omonimo romanzo del famigerato Aleister Crowley, e si piazza tra i classici di lunga data degli Iron Maiden.

La natura concettuale dell’album più malinconico e mistico della carriera degli Iron Maiden fino a quel momento si vede anche dal verso di apertura e da quello di chiusura, con arrangiamento acustico, che consegnano una profezia misteriosa e cupa. Il catalizzatore di energia »Infinite Dreams«, incoronato da un testo filosofico-mistico e il cui impatto cresce di secondo in secondo dopo l’assolo di chitarra iniziale, per via della difficile parte vocale non è mai diventato uno standard fisso dei concerti, a differenza degli altri singoli del disco, ma è facilmente una delle composizioni migliori, con una marea di svolte inattese, armonie di chitarra squisite e un ritornello possente.

Il già citato »Can I Play With Madness«, il pezzo più famoso dell’album e un gran successo, si regge su un ritornello allegro che ti si appiccica subito alle orecchie, quindi nessuna sorpresa che abbia fatto un successo del genere. Anche perché, dal punto di vista degli arrangiamenti, rispetto alla maggior parte degli altri brani di »Seventh Son of a Seventh Son« offre un ascolto piuttosto semplice e diretto. E ovviamente non dimenticare l’indimenticabile video, con il compianto comico dei Monty Python Graham Chapman nel ruolo principale. »The Evil That Men Do«, avvolta da passaggi di chitarra malinconici e dedicata all’antichissima verità sulla cattiveria umana, all’uscita era uno dei pezzi migliori di »Seventh Son of a Seventh Son«, ma con gli anni, a furia di essere suonata troppo spesso dal vivo, ha perso una bella fetta del suo fascino ambientale originale.

Il pezzo migliore e insieme più ambizioso di »Seventh Son of a Seventh Son« è la title track, un capolavoro epico che con la sua atmosfera marcatamente malinconico-drammatica, tra un uso vario delle tastiere, galloni di armonie di chitarra drammatiche e insoliti cambi di tempo in cui prendono vita varie cupe immagini del folklore, è stata una breve gita nel territorio del progressive rock sinfonico, ovviamente a propulsione metal. Un capitolo a parte è la prova vocale di Dickinson, che col suo tipico stile tonante evoca un ambiente esoterico, senza farsi mancare una breve parte narrata poco prima del climax di questo possente poema. La ricetta vincente dell’uso epico dei sintetizzatori gli Iron Maiden l’hanno poi ripetuta su »No Prayer For the Dying« (1990) con il gioiello »Mother Russia«, che ha un’atmosfera melodrammatica simile, grazie ai synth, e visioni cupe di figure mistiche nel mezzo della tundra siberiana. Su »The Prophecy«, una delizia malinconica un po’ trascurata, con un ritornello trionfale e un finale celtico-trovadorico eccellente, ha lasciato la sua firma da compositore, insieme a Harris, anche il chitarrista Dave Murray.

Un altro singolo celebre, »The Clairvoyant«, è, insieme a »Moonchild« e alla title track, il brano concettuale centrale di »Seventh Son of a Seventh Son«: pare sia stato ispirato dalla morte di una (presunta) veggente, e poi si è fuso alla perfezione con il concept del settimo figlio del settimo figlio chiaroveggente. All’assolo di basso iniziale segue un passaggio possente verso la sezione epica, con Dickinson al massimo delle sue capacità vocali, armonie di chitarra in terze e rullate di batteria spietate firmate dal ‘vecchio, caro’ Nicko McBrain. L’inno »Only the Good Die Young«, spesso sottovalutato, è la chiusura epica del disco nella migliore tradizione Iron Maiden, con Dickinson in forma fenomenale e i due chitarristi che si ‘sparano’ di nuovo come si deve, e ha anche uno dei testi migliori di tutta la loro carriera: applaude alla verità triste ma spesso vera che le brave persone di solito muoiono giovani, mentre le canaglie arrivano spesso a un’età avanzata, a meno che per caso non si tolgano la vita.

Questo capolavoro a tinte progressive, »Seventh Son of a Seventh Son«, è stato il finale della trilogia epica di album degli Iron Maiden aperta da »Powerslave« e »Somewhere in Time«, un successore all’altezza dei due predecessori vincenti, con le tastiere che aggiungono ai singoli pezzi una dimensione completamente nuova. La formazione degli Iron Maiden tra il 1983 e il 1988 è ancora oggi, a ragione, la più apprezzata, e alla fine degli anni Ottanta erano davvero all’apice della carriera. Mantenere una qualità simile a quella degli anni Ottanta era ovviamente durissima, e dopo l’addio di Smith nel 1989, conseguenza logica del fatto che gli altri non volevano proseguire l’ambiziosa evoluzione sonora di allora, le cose dal punto di vista artistico hanno iniziato a scendere lentamente per un po’, anche se nemmeno nei ‘difficili’ anni Novanta, quando la loro popolarità si scioglieva a vista d’occhio a favore dell’ondata metal/rock ‘brutal-depressiva’ dall’America, hanno fatto un solo disco davvero brutto (»The X Factor« del 1995 è addirittura uno dei loro lavori più sottovalutati).

Formazione

Bruce Dickinson – voce
Steve Harris – basso, synth bass
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra, sintetizzatore
Nicko McBrain – batteria, percussioni

Produzione

Martin Birch

Tracklist

1. Moonchild (5:38)
2. Infinite Dreams (6:08)
3. Can I Play With Madness (3:30)
4. The Evil That Men Do (4:33)
5. Seventh Son of a Seventh Son (9:52)
6. The Prophecy (5:04)
7. The Clairvoyant (4:26)
8. Only the Good Die Young (4:40)

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