Shades of Deep Purple
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Deep Purple
Etichetta: Parlophone Records
Uscita: 1968
Durata: 43:27
Voto: 3/5
La storia di come nacque l’esordio dei Deep Purple, »Shades of Deep Purple«, è legata a doppio filo a quella della nascita di questa leggendaria hard rock band britannica dalle mille sfaccettature. Con tutte le celebri imprese della formazione ‘d’oro’, la cosiddetta Mark II, che ancora oggi la maggior parte dei fan di queste leggende dell’hard rock apprezza più di ogni altra, ci si scorda spesso che un tempo esisteva la line-up originale dei Deep Purple (Mark I), che con il suo mix unico di psichedelia, sinfonismo, blues e rock ebbe un ruolo importantissimo nello sviluppo delle prime forme di hard rock e anche di progressive rock. Anche se oggi li venerano quasi in egual misura gli amanti dell’heavy metal, dell’hard rock e del progressive rock, i Deep Purple ancora oggi non sopportano di essere incasellati, il che, visto che la loro musica ha sempre sforato i confini di genere, è più che comprensibile.
Tutto cominciò quando all’ex batterista dei The Searchers Chris Curtis balenò per la testa l’idea folle di fondare un supergruppo chiamato Roundabout, in cui i membri si sarebbero avvicendati di continuo. La sua visione di giostra di superstar prese lentamente forma quando dagli The Artwoods portò come primo reclutato Jon Lord, organista Hammond di formazione classica. A Lord si unì presto quella testa dura di Ritchie Blackmore, gioiello della chitarra, che dopo un bel po’ di insistenze tornò di corsa da Amburgo per presentarsi all’audizione. Già allora Blackmore era un session man molto stimato, con alle spalle collaborazioni con band come The Outlaws, Neil Christian and The Crusaders e Screaming Lord Sutch. Il comportamento paranoico di Curtis, venuto a galla molto presto, diventava sempre più insopportabile, tanto che alla fine fu costretto a lasciare il suo stesso progetto.
Lord e Blackmore, nel frattempo accorti che i loro stili si completavano come pane e burro, decisero comunque di andare avanti a costruire il Roundabout ridefinito e portarono nella band nascente un vecchio conoscente di Blackmore, il bassista Nick Simper (ex-Johnny Kidd and The Pirates). Dietro i tamburi doveva sedersi in origine Bobby Woodman, ma durante le audizioni per il cantante, in cui fu scelto Rod Evans (ex-The Maze), le cose presero un’altra piega. Blackmore rimase infatti completamente folgorato dal diciottenne Ian Paice, che prima aveva guadagnato il pane insieme a Evans nei The Maze, e dopo l’audizione il posto di batterista fu subito suo. Paice è ancora oggi l’ultimo membro originale ad aver suonato in tutte le versioni della leggendaria band. Fu così che nacque la formazione originale, la Mark I dei Deep Purple, che si buttò a capofitto nella registrazione dell’esordio. Il nome Roundabout finì nel cestino subito dopo i primi concerti, mentre il nuovo nome della band fu scelto su iniziativa di Blackmore.
»Shades of Deep Purple«, che in patria trovò un riscontro commerciale piuttosto tiepido, mentre negli USA, soprattutto grazie al singolo »Hush«, la reazione fu tutt’altra, si collocava stilisticamente, curiosamente, più vicino alla psichedelia e al primo progressive rock che all’hard rock con cui di lì a qualche anno avrebbero conquistato il mondo. In gran parte dei brani domina la fusione del suono massiccio e stratificato degli organi Hammond di Lord, delle opere d’arte chitarristiche di Blackmore, che affondano nel romanticismo blues, e dei generosi rullate di Paice. L’approccio vocale melodico e ‘all’inglese vecchia scuola’ di Evans fu decisivo per spalancare così presto le porte d’America, mentre Simper garantiva linee di basso poco spettacolari ma solide.
»Shades of Deep Purple« conteneva quattro pezzi originali e quattro cover, tra cui spiccava la già citata cover di Joe South, intitolata »Hush«, che ancora oggi suonano dal vivo. In sostanza è un piacevole pop rocker con un ritornello bellissimo sulle ali della voce melodica di Evans e un testo d’amore, in cui si sentono senza fatica gli influssi dei Beatles. Il tutto è sostenuto dal suono scintillante degli organi Hammond e dalla voluttuosa solata di Lord nella parte centrale, tra le più pittoresche dell’intera carriera di questo leggendario tastierista. Nonostante i ruggiti chitarristici di Blackmore, »Hush« poggia per tutto il tempo su un ritmo quasi da ballo, che regala un sacco di divertimento e ha contribuito non poco al precoce successo americano.
Il pezzo strumentale d’apertura »And the Address«, in cui brillano tutte le qualità dei singoli strumentisti citate prima, fu il frutto di numerose jam dei primi tempi, pratica che per tutta la storia dei Deep Purple sarebbe rimasta il metodo preferito per creare nuovi brani. »One More Rainy Day« è un altro pezzo rilassante con un ritornello melodico e cantabilissimo che, con il sostegno dei pieni passaggi d’organo di Lord, delle frasi chitarristiche pungenti di Blackmore e delle rullate ben dosate di Paice, a sorpresa non ebbe un grande riscontro commerciale.
Segue l’ibrido progressive rock »Prelude/I’m So Glad«. La sezione introduttiva è un’orgia strumentale basata sull’arrangiamento della prima parte della suite Shéhérazade del classico compositore russo Nikolaj Rimskij-Korsakov, che Lord trasforma con grande abilità in un vero duello tra gli Hammond e la chitarra elettrica di Blackmore. Quest’ultima già allora tagliava l’aria con una nitidezza insolita, perciò la successiva svolta stilistica verso l’hard rock non fu affatto sorprendente. Nella seconda parte di questo divertente esperimento si passa alla cover di »I’m So Glad« (originariamente di Skip James), che prima erano già stati i Cream a reinterpretare. Evans e Paice l’avevano già rifatta nella loro precedente band, i The Maze. I Deep Purple si ispirarono alla versione dei Cream, alla quale la loro è per molti versi affine, con la differenza importante che è più lunga e nell’insieme suona decisamente più ruvida, mentre gli Hammond scatenati aiutano ancora una volta la batteria di Paice a dettare un ritmo spiccatamente temperamentale.
La orgia progressive rock »Mandrake Root«, segnata da imprevedibili meandri strumentali, è un altro amatissimo classico dei Deep Purple, nato da una lunga jam collettiva e forse, tra tutti i brani del disco, quello che meglio testimonia la qualità della formazione originale Mark I. La jam strumentale della parte centrale si distingue soprattutto per il gustosissimo assolo d’organo di Lord e per la sfrenata doma della batteria da parte di Paice. Anche Blackmore, con la sua offerta di riff vertiginosi, dimostra perché presto sarebbe stato considerato uno dei migliori chitarristi di tutti i tempi. Nei concerti successivi divenne uno di quei classici dei Purple che avevano l’abitudine di dilatare anche oltre i 20 minuti.
La riuscitissima cover del classico dei The Beatles »Help«, che a quanto pare piaceva persino agli stessi Beatles, trovò a sua volta un bel riscontro commerciale tra gli americani. L’approccio vocale melodico e classicamente inglese di Evans era come nato per cantare i classici dei Beatles, mentre l’organo di Lord regala a questo evergreen un calore in più, di tipo tutto speciale. I Deep Purple non sarebbero stati dei grandi innovatori se non avessero condito il tutto con un breve inserto strumentale, in mezzo al quale svetta un assolo di chitarra corto ma possente. Lo standard psichedelico »Love Help Me« è il tipico rappresentante dello stile Mark I, allegro e dai toni positivi, con ritmi esuberanti e l’approccio vocale dolcemente melodico di Evans sotto la forte influenza dei The Beatles. Eppure, nonostante un testo d’amore piuttosto trasparente, non c’è traccia di alcuna ingenuità strumentale.
L’ibrido conclusivo e malinconico tra prog rock e blues »Hey Joe« (autore originale Billy Roberts) è un altro classico istantaneo dei Deep Purple, che nell’introduzione strumentale contiene una marcia militare di batteria, una sequenza di frasi chitarristiche rabbiose e un rombante strato di organi Hammond. Le acrobazie d’organo di Lord si incastrano alla perfezione con le sregolate escursioni chitarristiche di Blackmore e portano il tutto a una parte di taglio blues rock, in cui entra anche la voce di Evans. Il cantante originale dei Purple, schiacciato dal peso dell’inatteso successo americano, qui con un approccio speziato di blues dimostra per la prima volta in modo più netto la sua variabilità vocale, spesso trascurata. Il tutto è accompagnato per tutto il tempo da massicci strati di Hammond, mentre l’assolo di chitarra di Blackmore stavolta è forse addirittura il migliore dell’intero album. Anche se il creatore originale di »Hey Joe« fu Billy Roberts, la fonte d’ispirazione principale della band per l’adattamento fu la versione dei Jimi Hendrix Experience del 1966.
L’esordio dei Deep Purple, dalle tinte psichedeliche, è uno specchio fedele della formazione originale, la Mark I, che si distingueva per il fatto di crescere a passi da gigante a ogni nuova uscita, e oggi è interessante soprattutto per chi va a caccia delle radici di heavy metal, hard rock e progressive rock. Nonostante non rispecchi l’approccio ben più hard rock che li avrebbe resi riconoscibili in seguito, »Shades of Deep Purple« è un esordio migliore di tanti traguardi di band leggendarie paragonabili, e dal punto di vista dell’evoluzione stilistica sorprendentemente rapida dei Deep Purple è un documento preziosissimo dei loro primi giorni.
Questa recensione è dedicata a Jon Lord (1941-2012).
Formazione
Rod Evans – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Jon Lord – organo Hammond, tastiere, cori
Nick Simper – basso, cori
Ian Paice – batteria
Produzione
Derek Lawrence
Tracklist
1. And The Address (4:37)
2. Hush (4:25)
3. One More Rainy Day (3:39)
4. Prelude: Happiness / I’m So Glad (7:20)
5. Mandrake Root (6:08)
6. Help (6:00)
7. Love Help Me (3:48)
8. Hey Joe (7:32)