Sheer Heart Attack
Artista: Queen
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1974
Durata: 39:09
Voto: 5/5
Appena otto mesi dopo l’uscita del secondo album dei Queen, ci è piombato addosso »Sheer Heart Attack«. Sembrava che i ragazzi avessero una fretta del diavolo, e in effetti i soldi scarseggiavano sempre di più. Il disco ti serve qualche pezzo nato già ai tempi dei primi due album, che però per mancanza di tempo in studio non era stato possibile includere prima. Le idee, insomma, non mancavano. Basta il primo ascolto per capire che questo è un album diverso. »Sheer Heart Attack« è il primo disco con un suono davvero rappresentativo, quello che la band si porterà dietro anche in futuro e che ci aspettiamo dai “sempreverdi” Queen. Forse anche perché le registrazioni sono state più rilassate, con le sessioni in studio che si potevano incastrare meglio con la vita privata. Ci troviamo davanti a una creatura più orientata al marketing, con pezzi che ti conquistano subito. A prima vista non sono complicati e agli ascoltatori entrano in testa in un attimo. »Sheer Heart Attack« ha un nome vero e non un semplice »numero«, ed è nato praticamente senza Brian May! Lui era a letto con l’epatite, che pare avesse beccato durante il tour americano. Anche se la sua parte di registrazione è arrivata tardi nel processo, non si direbbe che abbia intaccato la qualità. L’album è eccellente. Senza dubbio uno dei loro lavori migliori. Se siete un po’ stufi di tutti i famigerati successi dei Queen, questa è una vera boccata d’aria fresca per chi cerca qualcosa di più.
Anche se la base è rimasta la stessa: batteria, basso, chitarra, piano, voci, voci e ancora voci; si sente un approccio estremamente maturo. I pezzi hanno un’adorabile aria di chiuso. Un suono catturato in studio in modo davvero unico, che non possiamo attribuire a nessun altro se non ai “Queen”. Ovviamente ci ha messo lo zampino anche il celebre produttore Roy Baker. »Sheer Heart Attack« contiene parti da ballad, ritmi rock, sfumature progressive, inserti di piano e perfino ritmi swing.
Si parte come si conviene a una rock band.: veloci e con la botta. Un fantastico intro di riff di chitarra, a cui si aggiunge il falsetto del cantante. Una dolce storiella d’amore fa venire il dubbio sul perché il pezzo si chiami Brighton Rock (il brano ha avuto parecchi altri titoli provvisori). Se lasciamo perdere il testo, il titolo è comunque azzeccato. Il pezzo è come un bel gioco arcade, dove succede sempre qualcosa. Difficile scegliere un’apertura migliore. Segue la strada di Killer Queen. Sembra scritta apposta su misura per Freddy. Con questo brano i Queen, rispetto ai due album precedenti, hanno allargato il raggio creativo e proposto una nuova sfida stilistica.. Il ritmo che saltella giocoso e il chiacchiericcio sulla reginetta evocano una bella dose di pop e rock. E ancora una volta ha avuto il suo momento anche il batterista, Roger Taylor. Tenement Funster è un bel pezzo e fa da contrappeso agli altri con il suo tempo diverso. È la prima parte di una trilogia. La seconda e la terza sono Flick of the Wrist e Lily of the Valley. Già la sola voce di Roger è fantastica. Un bel pezzo ribelle. Nel brano l’ascoltatore nota un uso per nulla fastidioso e davvero geniale, chiamiamolo così, di note sbagliate. È uno strumento che di solito può risultare molto irritante. Ma non qui. Bravi ragazzi. Poi arriva la seconda parte del cosiddetto medley. Flick of the Wrist ha un testo molto inquietante. Scorre che è una meraviglia, perché è davvero facile ascoltare l’eccezionale voce di Freddie intrecciata a cori altrettanto eccezionali. I riff pesanti portano al finale da ballad di Lily of the Valley. Un brano di struggimento che porta con sé una riflessione sulle vecchie idee della band, quando cita “seven seas” e “king of the Rhye”. Vale la pena ricordare che i giganti del progressive Dream Theater hanno fatto una cover della tripletta, come offerta speciale del pacchetto »Black Clouds and Silver Linings«. Segue il secondo singolo dell’album. È Now I’m Here. Un piacevole pezzo rock and roll che ci ricorda che i ragazzi erano ancora capaci di sfornare un brano rock. Brian ha voluto dare parole e tono alla situazione di quel periodo, tutta a tinte live. Ancora una volta assistiamo alla stratificazione di tutto ciò che fa la band, quando alla fine ci arriva alle orecchie Lap of the Gods. Con la sua nota più progressive ci serve la fetta malinconica della torta. Sembra una specie di antenata di Prophet Song e Bohemian Rhapsody dal disco in arrivo. A prendere la parola è la voce sovrannaturale di Roger. Si fonde bene con le altre voci e tutto scivola nella malinconia della voce di Freddie, colorata da uno strano effetto. Il pezzo comincia a scorrere piacevolmente e sullo sfondo ritroviamo le voci “himalayane” del batterista. Poi arriva l’heavy metal. Stone Cold Crazy dovrebbe cantare la personalità del cantante (cosa che oggi conosciamo benissimo). È uno dei migliori pezzi che la band abbia mai pubblicato. Almeno secondo l’autore di questo articolo. Riff veloce, angolini contagiosi, assoli brevi ed efficaci. Cos’altro si potrebbe desiderare. La ninnananna Dear Friends calma l’ascolto surriscaldato e prepara bene il terreno per l’adorabile Misfire. Curioso che in questo pezzo a imbracciare la chitarra sia stato il bassista John Deacon. Proprio a questo punto dell’album ti viene da chiederti: c’è qualcosa che i Queen non sappiano fare, creativamente parlando? E il passo successivo ti toglie di nuovo il fiato. Swing! Ma certo, questo sull’album non l’avevamo ancora sentito. Bring Back that Leroy Brown segue il pezzo precedente così bene che non vorresti più che il disco finisse. Il brano dà la sensazione di una taverna londinese fumosa in un venerdì sera. Di nuovo tempo di melodie d’amore con She Makes Me. Un pezzo un filo noioso, con i suoni di New York che si svolgono sullo sfondo. Di musica ne succede poca e sembra più una confessione amorosa personale che altro. Pazienza, anche questo fa parte di »Sheer Heart Attack« ed è giusto così. Perché è espressione musicale di quel periodo della loro vita. Siamo arrivati all’ultima fermata, che si chiama Lap of the Gods (Revisited). Un bel pezzo confessionale, con quell’elemento stuzzicante che prepara e unisce la folla in un canto collettivo mentre ascolta il brano. Online i recensori lo collegano a We Are the Champions. È vero che ne ha l’odore, ma il mio modesto io non è convinto. Una chiusura perfetta per un album perfetto. Con melodie che ti fanno venire voglia di dondolare abbracciato ai tuoi cari il giorno di Capodanno. E per finire, un inaspettato gran botto. Grazie Queen.
Se non siete ancora riusciti ad ascoltare l’album, fatelo subito! È una creatura da far passare più volte nelle orecchie, perché porta con sé una marea di livelli stilistici (in termini di espressione creativa) che è davvero difficile cogliere subito. Piacerà agli ascoltatori esigenti come a chi preferisce una musica più semplice. Sembra che la frase precedente non possa stare in piedi. eppure sta in piedi.
Formazione
Freddie Mercury – voce principale e cori, piano, jangle piano
Brian May – chitarre, piano, banjo ukulele, voce
Roger Taylor – batteria, percussioni, voce principale e cori
John Deacon – basso, chitarra acustica, chitarra ritmica e solista su Misfire, doppio basso
Produzione
Roy Thomas Baker & Queen
Tracklist
- Brighton Rock
- Killer Queen
- Tenement Funster
- Flick of the Wrist
- Lily of the Valley
- Now I’m Here
- In the Lap of the Gods
- Stone Cold Crazy
- Dear Friends
- Misfire
- Bring Back that Leroy Brown
- She Makes Me
- In the Lap of the Gods … Reviseted