Sheik Yerbouti

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Zappa, Frank
Etichetta: Rykodisc Records
Uscita: 1979
Durata: 70:22
Voto: 5/5

Nell’oceano di risultati brillanti dell’immortale Frank Zappa, geniale compositore, chitarrista, cantante, satirico, produttore, regista americano e chissà cos’altro ancora, ci sono ben pochi lavori che a livello mondiale abbiano avuto un’eco e un’influenza paragonabili a quelli dell’irripetibile capolavoro “Sheik Yerbouti”, il suo primo album uscito per la sua etichetta indipendente, la Zappa Records. Il titolo scherzoso dell’album nasce da un colorito gioco di parole che Frank ha tirato fuori con grande abilità mescolando la parodia dell’hit disco dei KC and the Sunshine Band intitolato “Shake Your Booty” con la sua trasformazione nei panni di uno stravagante sceicco arabo che ama fumare sigarette con il bocchino. E ancora più volentieri, sotto il tradizionale copricapo arabo e con un sorrisetto enigmatico, immortalato sulla copertina dell’album, fissa gli ascoltatori con aria sfrontata, in un modo che sembra voler chiedere loro “che fine ha fatto tutto il divertimento di questo mondo”.

“Sheik Yerbouti” ha rappresentato una svolta importante nella carriera di Frank, dopo la fine della tormentata collaborazione con la Warner Bros e il ritorno all’indipendenza discografica. La maggior parte dei brani dell’album è stata registrata durante i concerti del 1977 e del 1978 e in seguito, tra sovraincisioni e vari piccoli ritocchi, ha ricevuto un acuto trattamento in studio. Con gli anni questa è diventata la pratica di registrazione preferita di Frank, con cui riusciva ad aggirare con astuzia eventuali lungaggini in studio da parte di musicisti fissi e occasionali, che faticavano a stare al passo con le sue esigenze strumentali e tecnologiche estremamente impegnative. La formazione con cui ha lavorato a “Sheik Yerbouti” è senza dubbio tra le più pregiate e affiatate di tutta la sua carriera, anche se è durata appena un anno.

Oltre ai collaboratori di lunga data, con in testa il carismatico cantante e occasionale sassofonista Napoleon Murphy Brock, che stavolta ha cantato la maggior parte dei cori, il bassista Patrick  O’Hearn e il batterista prediletto di Frank, Terry Bozzio, vorrei mettere in risalto la stella allora nascente Adrian Belew (poi nei King Crimson), chitarrista ritmico e cantante, che completava alla grande il maestro tenendo il ritmo e cantando i cori. Il poliedrico Belew, ex membro dei Sweethearts, è stato una delle più grandi scoperte di Frank e col passare degli anni è salito da un pezzo allo status di leggenda. Dopo che Frank lo aveva scoperto del tutto per caso durante un concerto a Nashville, i due si sono accordati con una stretta di mano simbolica per una collaborazione di un anno. Quella collaborazione breve ma straordinariamente fruttuosa ha prodotto uno degli allievi più diligenti di Frank, che ancora oggi non fa fatica ad ammettere le influenze compositive, strumentali e liriche del grande maestro. Ade ricorda ancora quella sua indimenticabile esperienza, faticosa anche per via delle esigenze sonore altissime di Frank, di una musica tecnologicamente molto impegnativa e di regolari ore di teoria musicale specifica, con le parole “sono andato alla scuola di rock di Frank Zappa”. L’altra novità strumentale di rilievo è stata l’ottimo tastierista Tommy Mars, che è riuscito a restare con Frank per ben cinque anni, anche perché il suo regno di sintetizzatori lo capiva a fondo e lo teneva sotto un controllo disciplinato.

Il risultato principale del fatto che la grande maggioranza dei brani sia stata registrata dal vivo è un suono eccezionalmente pieno e un’energia spiccatamente spontanea, che si avverte in tutti gli strumentisti coinvolti, da cui Frank è riuscito a tirare fuori il meglio. Rispetto alla maggior parte dei suoi esperimenti precedenti, che si piegavano sotto il peso di approcci avanguardistici di ogni tipo e altamente sperimentali, “Sheik Yerbouti” è un album piuttosto accessibile, con abbondanza di brani più compatti basati su strutture melodiche e sugli immancabili arrangiamenti scherzosi “zappaisti”. Il risultato finale è un prog rock socialmente provocatorio e dal tono comico, secondo l’inconfondibile ricetta di Zappa, dentro il quale si trovano parodie di alcuni generi musicali popolari dell’epoca, come il punk e la disco. Stavolta gli elementi d’avanguardia sono solo un assaggio, anche se in certi punti, dopo tanto tempo, si è divertito di nuovo con alcune forme della cosiddetta musique concrete, con cui amava tanto sperimentare negli anni sessanta. Nonostante le strutture marcatamente melodiche della maggior parte delle composizioni, tutte quante sono ritmicamente molto complesse. Non mancano nemmeno improvvisazioni drammatiche, lunghi assoli di chitarra di Frank e una marea di cambi di tempo del tutto inaspettati e spontanei. Ogni singola creazione si basa sulla tecnica di produzione e sulla tecnologia sonora più avanzate dell’epoca.

Dal punto di vista dei testi, “Sheik Yerbouti” è una delle satire più intransigenti di Frank sulla società americana. Nei testi regola i conti, in modo intelligente e acuto, con alcuni tipici stereotipi e pregiudizi sociali, spesso con il suo inconfondibile umorismo da latrina, che da sempre dava sui nervi agli ultradestri americani e ai sedicenti custodi della morale pubblica. Alcuni testi, con in testa “Bobby Brown Goes Down” e “Jewish Princess”, all’epoca dell’uscita furono provocazioni coraggiosissime, che hanno punzecchiato senza pietà la brace ultraconservatrice e messo a nudo l’ipocrisia della società americana. Entrambi i classici di Zappa sono stati banditi dalla maggior parte delle radio americane, ed era solo il preludio delle famose “guerre del porno” con i cagnolini abbaianti dell’amministrazione Reagan, che sarebbero seguite negli anni successivi e si sono concluse con una deposizione davanti al Congresso americano.

Per la sua grande risonanza l’album deve in effetti molto ai testi pruriginosi, ma il suo fascino centrale è ovviamente il contenuto musicale. Da questo punto di vista ci sono un sacco di composizioni eccellenti. Alcune sono addirittura tra i migliori risultati della carriera di Frank. Su ognuna si potrebbe scrivere un romanzo, ma io mi concentrerò solo su alcune delle loro principali caratteristiche sonore e componenti comiche. Nella satira in forma di ballata che apre il disco, “I Have Been in You”, Frank e compagnia, con l’aiuto di armonie vocali beffarde, parodiano in modo simpatico il brano “I’m in You”, che la maggior parte degli appassionati conosce come mega hit del popolare cantante e chitarrista Peter Frampton, mantenendone al tempo stesso la struttura sessualmente carica. In questo modo, senza lesinare allusioni sessuali sul “ficcarlo di nuovo dentro”, nella sua carriera Frank si è preso più volte gioco delle ballate d’amore sdolcinate all’eccesso, che spesso non hanno alcun contatto con la realtà.

Il pezzo prog rock a incastri “Flakes” è una parodia simpatica dell’eterno eroe poetico americano Bob Dylan, in cui assistiamo a un dialogo succosissimo tra Frank e un “Dylan” fumato. Nella sezione centrale ci troviamo davanti a uno dei momenti più comici dell’album, quando Belew mette in scena un’ottima interpretazione vocale del leggendario poeta, con tanto di battute all’armonica. Alla parodia del country seguono frasi di chitarra hard rock, ornamenti pomposi di sintetizzatore e armonie vocali “alla Heep”. “Broken Hearts Are For Assholes” è una delle composizioni più sarcastico-provocatorie, che prende in giro la proverbiale patetica ignoranza americana. Qui Frank e la sua spiritosa compagnia si cimentano per la prima volta anche col punk, a cui pensano una serie di passaggi di chitarra distorta e l’uso di moduli ritmici primitivi. I monologhi sardonici nel mezzo tra Frank e Ade, in cui non mancano riferimenti a buchi del culo e tettine, sono accompagnati da suoni comici di xilofono. Nelle acque del punk naviga anche la schizoide “I’m So Cute”, con Ade nel ruolo di cantante principale. La chitarra distorta all’estremo è affiancata da un classico ritmo punk, mentre gli elementi comici stavolta sono affidati a cori sfacciatamente acuti, che ricordano il verso di criceti siberiani. Questa composizione spiritosa serve in molti sensi da presa in giro dell’aggressività punk stereotipata, dell’autoconvinzione e della ribellione senza motivo.

“Jones Crusher” è un collage monello tra hard rock, rock’n’roll e blues con la voce di Ade quasi irriconoscibile. Alcuni assoli di Frank sull’album sono nati come improvvisazioni su certe creazioni precedenti della sua carriera. Un esempio del genere è lo strumentale “Rat Tomago”, che in sostanza è una versione accorciata del suo classico “The Torture Never Stops”, dall’album “Zoot Allures” (1976). Nel mezzo ci sono anche due pezzi di musique concrete, composti da un dialogo in studio (per lo più risate), effetti sonori e vari frammenti musicali. Segue il famigerato pop rocker “Bobby Brown Goes Down”, uscito originariamente già nella versione europea dell’album “Chunga’s Revenge” (1970) con il titolo “Bobby Brown”, mentre dalla versione americana (ufficiale) era stato tolto per via del testo provocatorio. “Bobby Brown” è probabilmente il brano più famoso di Frank in assoluto, almeno a livello mondiale. Tranne ovviamente che negli USA, dove ancora oggi è vietato trasmetterlo alle radio per via del testo sessualmente stuzzicante, in cui si riconosce la maggior parte degli arrampicatori e arrivisti capitalisti, arricchitisi alle spalle degli altri. Il pungiglione sarcastico si nasconde in versi beffardi che prendono in giro il classico modello del sogno americano. Questo, a colpi di tante espressioni da latrina, viene ridotto a una poltiglia succosa. Il protagonista centrale del testo, Bobby  è il tipico “scopatore” americano, caratterizzato da una testa vuota ma da un’abile capacità di manipolazione. Più avanti si scopre che in realtà è tutto fuorché un modello di idolo adolescenziale, perché si tratta di un vero depravato che per soldi si mangerebbe anche la propria merda.  

Mentre sparava satire, Frank metteva regolarmente alla prova anche le più avanzate tecnologie sonore dell’epoca. Un esempio di questi esperimenti è “Rubber Shirt”, dove ha mostrato le dimensioni delle tecniche di registrazione innovative: in produzione ha combinato in modo particolare la batteria di Terry Bozzio, ritagliata da uno specifico assetto sonoro, con il basso di O’Hearn preso da un assetto completamente diverso, e poi ha unito il tutto a un’altra scenografia sonora ancora, completamente diversa, ottenendo un collage ritmico a dir poco azzeccato. Frank ha chiamato questa tecnica xenocronia. Il successivo strumentale “The Sheik Yerbouti Tango” è la versione dal vivo del classico “Little House I Used to Live In”, uscito nella versione originale sull’album “Burnt Weeny Sandwich” (1969).  Questa creazione, basata sul jazz rock fusion, vanta un assolo di chitarra fenomenale e inserti improvvisati selvaggi. In “Baby Snakes”, dove si ricomincia a giocare con armonie vocali comiche, Frank decide di giocare anche con l’heavy metal, e lo fa in modo molto efficace, visto che il brano contiene una serie di imponenti frasi di chitarra e  armonie. In una versione leggermente modificata è uscito poi sull’album “Baby Snakes” (1983), che era la colonna sonora dell’omonimo film.

“Trying to Grow a Chin” è un ibrido burlesco tra punk e metal, in cui il ruolo di cantante principale, tra ritmi impazziti, è preso per scherzo dal batterista Terry Bozzio, sempre di buon umore. In “City of Tiny Lites”, pervasa da un autentico spirito da concerto grazie agli interventi del pubblico, alla voce principale ritroviamo Ade, che offre una delle sue prove canore più colorite. Subito dopo il testimone vocale passa a Frank, che, accompagnato da tanti effetti sonori scherzosi, sfodera un mozzafiato assolo di chitarra hard rock. Seguono ancora due classici di Zappa. Il primo, “Dancin’ Fool”, è stato addirittura nominato per un Grammy ed è diventato un popolare successo disco, anche se sotto ogni aspetto è una parodia della disco più che evidente. “Jewish Princess”, condita di pop rock, una delle canzoni d’amore più sporche di tutti i tempi, è una satira senza compromessi sui consueti stereotipi ebraici, di quelli tipici degli USA, nonché uno dei vertici comici della carriera di Frank. L’improvvisazione burlesca d’apertura al kazoo, che contiene un motivo della musica tradizionale ebraica, è una fonte irrinunciabile di risate anche nella giornata più nera.  Per il linguaggio succoso sulle primedonne ebree è stato attaccato da un sedicente gruppo anti-xenofobia, che pretendeva delle scuse. Frank ha rifiutato di scusarsi, dicendo che non era stato lui a inventare il termine principessa ebrea, ma che esistono davvero, e perciò aveva deciso che un giorno avrebbe scritto una canzone su di loro. In “Wild Love” Frank e compagnia tornano in modo molto raffinato al buon vecchio jazz rock fusion, mentre nel testo smascherano ancora una volta l’amore tipico all’americana. Il brano di chiusura, l’opera d’arte jazz rock fusion di oltre 12 minuti “Yo-Mama”, rappresenta il culmine dell’intero album. In mezzo a una profusione di improvvisazioni spiritose spicca l’assolo di chitarra dilatato di Frank, a cui si uniscono i passaggi di batteria devastanti di Bozzio e i possenti arrangiamenti sinfonici di Mars al sintetizzatore. Un antipasto strumentale perfetto per il finale di uno dei migliori album della fine degli anni settanta.

“Sheik Yerbouti” è sotto ogni aspetto un’altra intramontabile opera maestra del geniale estro compositivo di Frank, che attraverso il prisma delle sue variazioni uniche di prog rock comico raggiunge uno status di culto  anche a livello mondiale. È l’album che, grazie alla sua accessibilità musicale e a testi sfacciati ma molto intelligenti, ha aperto per la prima volta a molte nuove generazioni di menti aperte e non frustrate uno sguardo sull’infinito tesoro musicale del genio. Qui più che mai è emerso l’aspetto comico dei testi di Frank, soprattutto per quanto riguarda le satire sociali a base di sesso. Inutile dire che è stato proprio questo, con in testa i brani “pop” come “Bobby Brown”, a far salire le vendite dell’album e a portare a Frank, inaspettatamente, un’attenzione mediatica mondiale, una cosa che non era mai stata nei suoi piani. È una vera ironia che questo tesoro di umorismo da latrina, in cui non mancano colorite menzioni di orifizi, protuberanze ed escrezioni, sia stato a livello mondiale uno dei suoi album di maggior successo. Sul fatto che si tratti di testi sessualmente espliciti si potrebbe discutere a lungo, visto che tutto è presentato entro i limiti del buon gusto e in modo decisamente spiritoso. I falsi moralisti americani che vi si sono riconosciuti e si sono sentiti smascherati sono ovviamente andati su tutte le furie e hanno cercato di proteggere le orecchie dei loro innocenti pargoletti, ma si sa, il frutto proibito è di solito il più dolce.

Formazione

Frank Zappa – chitarra, voce
Adrian Belew – chitarra ritmica, voce
Tommy Mars – tastiere, cori
Terry Bozzio – batteria, cori
Napoleon Murphy Brock – cori
Patrick O’Hearn – basso, cori
Ed Mann – percussioni, cori
Andre Lewis – tastiere, cori
Davey Moire – cori
David Ocker – clarinetto in Wild Love
Randy Thornton – cori
Peter Wolf – tastiere, burro

Produzione

Frank Zappa

Tracklist

1. I Have Been in You [live] (3:33)
2. Flakes [live] (6:41)
3. Broken Hearts Are for Assholes [live] (3:42)
4. I’m So Cute (3:09)
5. Jones Crusher (2:49)
6. What Ever Happened to All the Fun in the World (0:33)
7. Rat Tomago [live] (5:15)
8. Wait a Minute (0:33)
9. Bobby Brown Goes Down [live] (2:49)
10. Rubber Shirt (2:45)
11. The Sheik Yerbouti Tango [live] (3:56)
12. Baby Snakes [live] (1:50)
13. Tryin’ to Grow a Chin [live] (3:31)
14. City of Tiny Lites [live] (5:32)
15. Dancin’ Fool [live] (3:43)
16. Jewish Princess [live] (3:16)
17. Wild Love [live] (4:09)
18. Yo’ Mama [live] (12:36)

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