Six

0 8

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Soft Machine
Etichetta: CBS
Uscita: 1973
Durata: 76:25
Voto: 4/5

»Six« era un doppio LP, più precisamente un ibrido studio-live, con cui nel 1973 i Soft Machine si portarono a casa il premio di Melody Maker come miglior album jazz britannico. I membri della band, poco soddisfatti del discontinuo e stilisticamente piuttosto schizofrenico »Fifth« (1972), potevano finalmente tirare il fiato. Grazie al nuovo arrivato, il polistrumentista Karl Jenkins, che — come il batterista John Marshall un anno prima — arrivava dagli Ian Carr’s Nucleus per prendere il posto di Elton Dean, il loro sound si stabilizzò in un jazz fusion più sottile e raffinato, mentre gli elementi di free jazz tanto cari a Dean su »Six« si spensero. Questo rese la loro musica un po’ più accessibile, il che però non voleva dire affatto che »Six« non fosse un lavoro estremamente complesso che, come la maggior parte degli album di questa leggendaria band inglese, richiedeva un sacco di ascolti per svelare tutte le sue qualità.

Rispetto a »Fifth«, »Six« era un passo nella direzione giusta e un miglioramento evidente, e buona parte dei pezzi trovò finalmente capo e coda grazie a Jenkins e al mago delle tastiere Mike Ratledge, da sempre incline a un’impostazione più strutturata e melodica della musica dei Soft Machine. Oltre a vari tipi di sassofono e di tastiere, Jenkins suonava anche l’oboe, strumento decisamente insolito per il jazz. All’apertura pomposa e tutta di sax, »Fanfare«, segue una versione riarrangiata di »All White«, uscita già su »Fifth« in una veste più free jazz. La nuova versione ha arrangiamenti di sax e jazz nettamente più sottili, e stavolta ascoltarla è davvero un piacere. »Between« contiene improvvisazioni varie e insolitamente melodiche, mentre »Riff« sfoggia i brillanti passaggi di batteria di Marshall e i suoni taglienti dell’organo di Ratledge.

Anche »37 S«, con i suoi tanti arrangiamenti melodici e i furbi cambi di tempo, riflette bene il buon lavoro di squadra dei Soft Machine più sottili e jazz-fusion. »Gesolreut« è un altro dei momenti migliori di »Six«, segnato dall’inizio alla fine dalla succosità dei singoli arrangiamenti, dalla giocosità eccezionale della sezione ritmica e da una generale allegria ambient. »E.P.V« è una chiusura malinconica con fragili arrangiamenti di piano e il suono mesto dell’oboe, che crea un bel contrasto ambient. »Lefty« è un esperimento un po’ più d’avanguardia, segnato da suoni dissonanti e oscuri e da un lavoro di batteria impazzito, mentre »Stumble«, grazie ad arrangiamenti di piano e organo quasi epici, è un pezzo parecchio melodico. »5 From 13« contiene il gustosissimo assolo di batteria di Marshall, dedicato al batterista jazz inglese Phil Seamen, morto nel 1972. »Riff II«, che chiude la parte live di »Six«, è il seguito della composizione »Riff«, ma più breve e sparata a un tempo più veloce.

»The Soft Weed Factor«, undici minuti con un’introduzione un po’ tirata per le lunghe e tutta incentrata sul piano, che poi però si trasforma in un’ottima creazione ‘di squadra’, apre la parte in studio di »Six«. »Stanley Stamp’s Gibbon Album (for B.O.)« è segnata da un drammatico arrangiamento di piano, scoppiettanti passaggi di batteria e nostalgiche pennellate di sax, mentre il tutto è condito da un appassionato assolo d’organo. »Chloe and the Pirates« ha un’introduzione di tastiere quasi space rock che, più che ai Soft Machine, fa pensare ai loro compaesani di Canterbury, i Gong, ma i brillanti e intelligenti arrangiamenti di sax riportano subito il pezzo su un terreno più ‘di casa’, soprattutto quando arriva il passaggio in una sezione sottile e un po’ sognante. »1983«, intriso di un’atmosfera ambient cupa e puntata sull’anno prima dell’1984 di Orwell, è segnato da improvvisazioni di basso dai toni oscuri, strani suoni percussivi e frammenti di piano sparpagliati.

Con »Six«, che li ha salvati dal baratro di un’oscurità sempre più profonda e ha garantito loro una stabilità discreta, i Soft Machine hanno messo a segno uno dei loro risultati migliori. La metà live e quella in studio si equivalgono per qualità e, con tutta la lucidatura di produzione, nelle esecuzioni dal vivo è quasi impossibile accorgersi che siano state registrate ‘live’. Eppure non tutti erano contenti del fatto che in quel periodo i Soft Machine avessero perfezionato il proprio approccio specifico al jazz fusion. Il bassista Hugh Hopper non era per niente entusiasta di essere stato completamente scalzato da Jenkins nel ruolo di compositore, e decise quindi di salutare tutti ancora prima dell’uscita di »Six«. Lo sostituì Roy Babbington, un altro ex Nucleus, che già aveva suonato come ospite al contrabbasso, a dare una mano a Hopper, su »Fourth e »Fifth«.

Formazione

Mike Ratledge – organo, piano elettrico, pianoforte a coda, celesta
Karl Jenkins – oboe, sassofono baritono e soprano, piano elettrico, pianoforte a coda, celesta
Hugh Hopper – basso, effetti sonori su “1983”
John Marshall – batteria, percussioni

Produzione

Soft Machine

Tracklist

LP 1 – Live Album (41:45)
1. Fanfare (0:42)
2. All white (4:46)
3. Between (2:24)
4. Riff (4:36)
5. 37 1/2 (6:51)
6. Gesolreut (6:17)
7. E.P.V. (2:47)
8. Lefty (4:56)
9. Stumble (1:42)
10. 5 from 13 (for Phil Seamen with love & thanks) (5:15)
11. Riff II (1:20)

LP 2 – Studio Album (34:40)
12. The soft weed factor (11:18)
13. Stanley stamps Gibbon album (for B.O.) (5:58)
14. Chloe and the pirates (9:30)
15. 1983 (7:54)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie