SkyEye: Digital God

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Non ricordo una band che si sia issata tra i nomi più in vista del metal di casa nostra così in fretta come gli heavy metaller lubianesi SkyEye, che lo scorso novembre, dopo l’EP Run For Your Life (2017), hanno coronato il loro percorso con il primo album in studio sulla lunga distanza, Digital God. È stato uno dei dischi più attesi della scena, come confermato anche dalla fanbase fedele e in rapida crescita, grazie alla quale i concerti del gruppo fanno regolarmente un bel pienone. Speriamo che resti sempre così.

Sul loro debutto in studio i SkyEye sono tematicamente attualissimi: la copertina dell’album raffigura un’umanità quasi del tutto sottomessa a un dio digitale. Eppure resta un filo di speranza che l’umanità sia in grado di liberarsi dalle catene digitali e di tornare ad ascoltare i battiti del proprio cuore. I SkyEye giocano con questo tema per tutto il disco: nei testi su orde slave, religione e catastrofi naturali intrecciano con abilità delle parabole sull’asservimento dell’uomo moderno alla tecnologia (dove questo può portare ce lo ricorda benissimo il geniale Black Mirror di Brooker).

Sul primo album il dio digitale si rivela all’umanità con lo stesso intro dell’EP e ci trascina in uno scontro di oltre un’ora tra l’uomo e la tecnologia, ovvero la sua stessa tendenza a lasciarsi guidare nella vita da banalità come i social network. Come detto, il filo rosso attraversa Digital God dall’inizio alla fine, ma non si tratta affatto di un concept album: i brani sono dodici, ben distinti, tenuti insieme dalla prova brillante di un quintetto da cui trabocca la voglia ardente di mostrarsi al meglio. Ai SkyEye, per la maggior parte, riesce senza grossi problemi.

Digital God, detto in modo sbrigativo, è fatto di due metà separate da uno strumentale di mezzo, l’atmosferico Secrets of the Damned. La prima metà del disco è imbottita di hit “da radio”, cioè marce heavy metal da quattro-cinque minuti da cui spira la forte influenza degli Iron Maiden, onnipresente su Digital God. Secrets of the Damned fa poi scivolare l’album nella seconda metà, più seria e ambiziosa, i cui due gioielli della corona sono le epopee da dieci minuti Tsunami e Galactic Wind. Gli Iron Maiden, giganti dell’heavy metal, sono sì un modello evidente per la band, ma allo stesso tempo non esagerato. I SkyEye hanno “preso in prestito” dai padri del genere i momenti al galoppo (di gran lunga l’omaggio più evidente, ma eccellente, è la devastante Run For Your Life), i ritornelli epici e contagiosi, la costruzione degli accordi di chitarra e la capacità di creare un’atmosfera da pelle d’oca, ma non è niente più che un’influenza. I SkyEye sanno rendere bene omaggio anche a Judas Priest, Dio, Dickinson solista e simili, ma sono più che abbastanza personali da non poter essere accusati di appoggiarsi troppo ai loro modelli. Ci riescono soprattutto con i momenti più aggressivi, quasi thrash, che li spingono tra i migliori rappresentanti dell’heavy metal moderno.

In questo senso il merito va prima di tutto alla prestazione superba della band, sia strumentale che vocale. Su quest’ultimo fronte brilla in modo clamoroso l’eccezionale Jan Leščanec. Il timbro della sua voce ricorda sì Bruce Dickinson, ma Jan riesce senza fatica a ritagliarsi il suo spazio, sia con urla che squarciano il cielo (In the Name of SkyEye) sia con momenti più calmi, introversi e sommessi (Tsunami, Galactic Wind). Il duo di chitarre Marko Kavčnik/Grega Stalowsky sta diventando una delle coppie di chitarristi più affidabili sui palchi di casa nostra e su Digital God si occupa soprattutto di riff melodici e di una variegata tavolozza di assoli costruiti con abilità e gusto. La base solida la garantisce l’affidabile sezione ritmica formata da Primož Lovšin (dopo i Gonoba finalmente un basso di nuovo bello concreto!) e Jurij Nograšek, un’intesa collaudata che con la sua varietà dà pienezza e solidità a tutta la struttura, così che possa risplendere al meglio. Grazie al suono caldo e ricco, il tutto brilla davvero come polvere di stelle.

In realtà, a disturbare un po’ il quadro generale è solo la lunghezza del disco, che supera di parecchio la soglia dei sessanta minuti e quindi è un bel boccone da ascoltare, perciò in futuro vale la pena dedicare un po’ più di attenzione al “taglio del grasso”. Ciononostante, con la tripletta Jerusalem, Tsunami e Galactic Wind i SkyEye dimostrano che, nonostante la relativa giovinezza, sanno scrivere brani da dieci minuti con capo e coda e che già con il primo album hanno alzato l’asticella un bel po’. Che sono maestri del mestiere lo dimostra la chiusura perfetta di Galactic Wind con l’uscita acustica, che da un lato lega l’album in un tutto unico e dall’altro chiude in modo straordinario il viaggio epico. Spero davvero che per i SkyEye non “stia finendo il tempo” e credo di non esagerare se concludo che Digital God è l’equivalente sloveno di Chemical Wedding.

Tracklist:

1. Intro

2. Fire

3. Digital God

4. In the Name of Skyeye

5. Run For Your Life

6. Secrets of the Damned

7. Jerusalem

8. Confess Your Sins

9. Book of Life

10. Tsunami

11. Stardust

12. Galactic Wind

Formazione:

Jan Leščanec – voce

Grega Stalowsky – chitarra

Marko Kavčnik – chitarra

Primož Lovšin – basso

Jurij Nograšek – batteria

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