Smokin’ Joe fa sold out a Zagabria (2013)
Location: Zagabria / Dom sportova (sala piccola) / Croazia
Data: mercoledì, 02.10.2013
Joe Bonamassa, il blues rocker più caldo della nuova generazione. Quindici anni fa ha pubblicato il primo album in studio e oggi ne ha in tasca undici. Se è vero che a sette anni questo ragazzo suonava nota per nota le opere di Stevie Ray Vaughan e Jimi Hendrix, e che è progredito così in fretta da riuscire, a dodici anni, ad aprire un concerto del colosso assoluto del blues B.B. King, allora non stupisce la sua ascesa fulminea.
Ma qui non c’è solo un talento fuori dal comune. Joe Bonamassa è soprattutto uno che lavora duro. Il pane che si guadagna dev’essere sudato per bene, altrimenti per lui non è commestibile! «Driving Towards The Dalyight» è il nuovo album in studio di Bonamassa, che a tre anni dalla prima apparizione a Zagabria l’ha riportato nella capitale croata. Allora Bonamassa aveva fatto il tutto esaurito al club Boogaloo, stavolta l’ha fatto nella sala piccola del Dom Sportova. Il che significa che negli ultimi tre anni è diventato ancora più popolare di quanto già fosse.
Come sempre, Joe resta pignolo. Ha cura di un senso estetico raffinato. Sia nel rispetto quotidiano della tabella di marcia, sia nel fatto che il tipo si infila regolarmente uno smoking attillato e scarpette lucide. Anche l’acconciatura dev’essere in ordine come si deve. Ondulata e pettinata all’indietro con una morbida riga a sinistra. Il fascino seducente alla Valentino. Occhiali scuri. Obbligatori, sul naso. Sguardo da sotto la fronte. Se sei un bluesman, non va bene sorridere troppo. Il blues è dolore del cuore e tale deve restare. E Joe lo sa.
Joe Bonamassa non è mai stato famoso come songwriter particolarmente acuto. Di solito nei pezzi originali si sentono sempre le influenze di altri artisti. In compenso, però, è un esecutore di altissimo livello. Tra i suoi coetanei che oggi suonano blues, come lui, o meglio, ci campano, è difficile trovare qualcuno che gli stia alla pari. Così anche il nuovo album è pieno di cover. Nuovo album? Facciamo fatica a stargli dietro. Giusto per rinfrescare le ultime attività di Joe Bonamassa: l’anno scorso è uscita la compilation «No Hits, No Hype, Just Best», quest’anno il doppio documento dal vivo intitolato «An Acoustic Evening at The Vienna Opera House». Come si capisce dal titolo, il tipo si è appassionato da poco all’acustico. E non è tutto: a fine ottobre esce il resoconto ufficiale di quattro serate di concerti a Londra. Eseguiti in luoghi diversi, con scaletta completamente diversa ogni sera, e intitolato «Tour De Force – Live In London (J&R Adventures)».
Alle otto in punto di sera Joe Bonamassa è salito sul proscenio. In versione acustica. Nel ruolo di gruppo spalla di se stesso. In apertura ha ripreso una parte della scaletta del documento dal vivo appena uscito citato sopra, facendone così un po’ di promozione. Un riscaldamento divertente, dall’iniziale Palm Trees Helicopters And Gasoline, passando per Seagull (cover dell’originale dei Bad Company) e Jelly Roll, fino ad Athens To Athens, chiusa dall’esecuzione di Woke Up Dreaming. Poi il passaggio all’elettrico. Sul palco arrivano anche Derek Sherinian (tastiere), Carmine Rojas (basso) e Tal Bergman (batteria). La travolgente Dust Bowl ha riportato la memoria all’album in studio precedente, e dopo la sua esecuzione è rimasta impressa soprattutto una nota sporca alla fine del primo abbellimento solista, segno che Joe non aveva ancora scaldato del tutto le dita. L’atmosfera elettrica si allenta per un attimo con la tradizionale Who’s Been Talking di Howlin’ Wolf, che nella versione di Bonamassa ha trovato posto anche sul nuovo album in studio. Naturalmente arrangiata in modo molto più aggressivo e piuttosto vicina al sound dell’hard rock. Salto sul nuovo album con Dislocated Boy, dove torna a crescere l’ostinata e massiccia irruenza dei riff, per la quale Joe si è messo a tracolla la Gibson a doppio manico. Entrambi a sei corde. Si trattava solo di due accordature diverse dei due manici. E poi la title track del nuovo album. Basata su soli quattro accordi. Messi in fila per tutta la strofa e per il ritornello. Una navigazione perfetta in acque melodiche. Di nuovo un altro umore. Fragile, pieno di morbidezza e raffinatezza.
Bonamassa ha conquistato con la sua maestria in Midnight Blues di Gary Moore. Una versione dilatata. Lì ha sfoggiato tutto il suo arsenale nel padroneggiare la teoria delle sei corde, come lo richiedono le scoperte del blues contemporaneo. Sempre che se ne possa davvero discutere, visto che è un genere che in linea di principio non si evolve più. Ma come ci ha dimostrato a fondo, due settimane fa, con il suo show eccezionale, Greg Koch davanti a soli 30 spettatori al club Bluesiana, lo stesso vale per Joe Bonamassa. Solo che Bonamassa coltiva una storia musicale completamente diversa. Molto più accessibile alle masse. È carico, sa infilare linee e passaggi melodici che, con tutta la sua carica e la ciccia del suo suono da Gibson, avvicinano l’esecutore a elementi di gruppi come Free, Led Zeppelin e simili. Molto più vicino a questi che a qualsiasi cosa legata al delta blues, o all’ondata del blues bianco guidata da Cream o Ten Years After. Ecco perché è molto probabile che Bonamassa sia così alla portata di tutti. È vicino a ogni generazione di ascoltatori. Credo però che gli irriducibili del blues debbano odiarlo, in una certa misura, perché ai loro occhi, a forza di suonare tante cover, «massacra» gli elementi unici di passione ed emozione del delta del Mississippi…
Due ore che non ti lasciano respirare. Joe ti conquista con una voce che sa infilarsi sotto la pelle e che capisce cosa vuol dire dosare i versi con più o meno gutturalità, a seconda dello stato d’animo. Il culmine della parte regolare del concerto è arrivato alla fine, quando il quartetto si è lanciato nella cover dell’originale dei Black Country Communion, Song of Yesterday. Possiamo dire che a suonarla è stata metà della formazione dei Black Country Communion. Non dimentichiamo che Bonamassa aveva accanto Sherinian. È un’epopea eccezionale, dove l’elemento blues si incrocia alla perfezione con elementi di un approccio neoclassico, e il brano può reggere il confronto con epiche simili dei giorni di culto dell’era del rock, come per esempio Stairway to Heaven. La band ha arricchito teatralmente la parte regolare del concerto usando l’inizio del classico degli The Who Won’t Get Fooled Again come prolungamento in uscita di Song For Yesterday. Bombastico in chiusura! Una garanzia che accende!
Dopo un’ora e 45 minuti di parte regolare, Joe e la sua squadra hanno lasciato nell’aria una sala piccola del Dom sportova stipata, emotivamente sovraeccitata e bella cotta dall’entusiasmo. Per il bis abbiamo aspettato appena un minuto. Con due standard attesi. Il primo è stato Sloe Gin. Una rilettura di Tim Curry in cui Joe si diverte da matti ogni volta che la suona sul palco. Il picco della serata, come previsto, l’ha comunque portato di nuovo la celebre The Ballad Of John Henry, dove il pubblico è letteralmente impazzito! Questo brano, in fondo, presenta in piccolo e in modo ottimale tutto ciò che sta dietro al nome Joe Bonamassa. E il tipo, naturalmente, non ha dimenticato nemmeno l’inserto al theremin!
Joe nei suoi movimenti sa essere tanto rozzo quanto estremamente fine e sensibile. Sa piazzare con precisione anche i toni morbidi col fingerpicking. Il gruppo, ovviamente, ha spaccato con acrobazie jam eccezionali e, con una tale intensità nello sviluppo degli eventi, non potevi riprendere fiato nemmeno per un attimo. Carmine Rojas per presidente. Bassista sopraffino. Per lui non si trova il superlativo giusto. Però va così. Joe Bonamassa è il datore di lavoro e le condizioni le detta lui. Così il palco era di chi? Di Joe Bonamassa, punto. Rojas aveva due metri quadri di spazio, dove poteva muoversi solo avanti e indietro, e anche così senza oltrepassare per caso la linea parallela al campo visivo di Joe Bonamassa. Dio non voglia che finisse per sbaglio davanti a Bonamassa, sulla linea del fronte. Sherinian e Bergman, invece, sono piantati sui loro sgabelli e durante il concerto non possono spostarsi da nessuna parte. A tratti il palco sembrava decisamente troppo grande. Il suono, però, molto bello per tutto il concerto. Senza una sbavatura.
Joe Bonamassa ha «ammazzato». Il maestro è il maestro. Se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, lo troveremmo solo nella «sindrome dell’eccessiva rifinitura tecnica», che può prendere il sopravvento sulla costruzione delle atmosfere, riflesso dello stato emotivo del musicista. E questa leziosità ogni tanto disturbava, anche se Joe capisce benissimo il senso di piazzare le note al posto giusto. Joe, poi, potrebbe dire una parola o due durante il concerto e scaldare così un po’ di più il pubblico. Mentre suona, quando è immerso nel suo lavoro, verso il pubblico è molto freddo. Si potrebbe dire che in lui la routine è mascherata appena un po’ peggio del solito. Comunque. Dopo il concerto non c’era spettatore che non si sciogliesse di piacere per l’esecuzione eccezionale di Joe Bonamassa e della sua superba squadra di accompagnamento. Il gran numero di rappresentanti del gentil sesso è poi solo la prova che da un bel pezzo, in senso commerciale, per Bonamassa le cose vanno molto, molto bene. Il suono brillante e l’esecuzione rispondono chiaramente anche al perché i prezzi dei biglietti fossero un po’ più alti di quanto siamo abituati. Joe Bonamassa dà il meglio, ma per questo chiede un filo più degli altri. È così che va. Se lo può permettere. Perché ha il vero mojo, quello che incendia le masse. Greg Koch, fatto tutt’altra pasta, un genio musicale brillante, è invece un chitarrista che deve sudare nei localini davanti a 30 persone. E per un prezzo incomparabilmente più basso. Probabilmente gli resta a malapena per una pagnotta. Ed è buffo che sul suo ultimo album in studio abbia fatto da ospite proprio Joe Bonamassa.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
1. Palm Trees Helicopters and Gasoline
2. Seagull
3. Jelly Roll
4. Athens To Athens
5. Woke Up Dreaming
—set elettrico—
6. Dust Bowl
7. Who’s Been Talking?
8. Story of a Quarryman
9. Dislocated Boy
10. Driving Towards The Daylight
11. Slow Train
12. Midnight Blues
13. Look Over Yonders Wall
14. Song of Yesterday / Won’t Get Fooled Again (outro)
—bis—
15. Sloe Gin
16. The Ballad of John Henry

























