So Red the Rose
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Arcadia
Etichetta: Parlophone Records
Uscita: 1985
Durata: 43:36
Voto: 5/5
Gli Arcadia erano un side project fondato nel 1985 da tre membri degli eroi new romantic Duran Duran: il cantante Simon Le Bon, il tastierista Nick Rhodes e il batterista Roger Taylor. Mentre Andy e John Taylor, gli altri due membri della formazione classica dei Duran Duran, si mettevano alla prova nel supergruppo Power Station, votato per lo più a sonorità hard rock e funk, i tre compari di cui sopra erano decisi a esplorare orizzonti più ampi del suono new romantic, aggiungendoci un pizzico di fascino più sperimentale, da art rock. Gli Arcadia furono quindi, per molti versi, un’evoluzione del sound tradizionale dei Duran Duran, il che non vuol dire affatto che, con questa esplorazione a più ampio raggio di territori musicali nuovi, una direzione un po’ diversa come questa sia diventata meno interessante per le grandi masse, che pure giuravano sul pop rock.
Nella maggior parte dei pezzi di “So Red the Rose” si sente chiaramente che la band si spingeva in territori in cui, sotto il nome Duran Duran, non avrebbe mai osato avventurarsi, rischiando un bel flop commerciale. Nonostante l’album abbia una carica art rock evidente, con un’ampia gamma di elementi di elettropop, ambient, jazz e perfino world music, ha raggiunto il disco di platino e, con “Election Day”, “The Promise”, “The Flame”, “El Diablo” e “Goodbye Is Forever”, ha sfornato ben quattro singoli di successo. L’unico singolo degli Arcadia che non è riuscito a sfondare in classifica è stato “Say the Word”, uscito come parte della colonna sonora del film “Playing for Keeps”.
Sull’album si sente il contributo di tanti ospiti prestigiosi, perlopiù leggendari: il chitarrista/cantante David Gilmour (Pink Floyd), il cantante/bassista Sting (ex-The Police), il tastierista Herbie Hancock (ex-Miles Davis), il chitarrista Carlos Alomar (noto soprattutto per la collaborazione con David Bowie), la cantante Grace Jones, il sassofonista Andy Mackay (Roxy Music) e il bassista Mark Egan (noto soprattutto per la collaborazione con il Pat Metheny Group). Quest’ultimo si distingue in particolare con il suo tocco delicato sul basso fretless in “The Promise”, “El Diablo” e “Lady Ice”, le ultime tre tracce del disco. Sono tutti loro i “colpevoli” di un album dal suono straordinariamente ricco e pieno, perché ognuno porta nel sound new romantic le proprie inconfondibili influenze musicali.
Già l’opener “Election Day”, il brano più famoso del disco, che ancora oggi gode di un’ampia rotazione radiofonica, è un amalgama di tante spezie sonore diverse, aggiunte alla romantica atmosfera new wave con cui Simon, Nick e Roger negli anni Ottanta facevano impazzire il pubblico come membri dei Duran Duran. Vale soprattutto per gli interventi di sassofono firmati Andy Mackay, che regalano al pezzo una bella dose di pomposità alla Roxy Music. La narrazione dal tono arrogante della allora popolare e provocatoria Grace Jones aggiunge un ulteriore livello di glamour. Il ritornello, nella migliore tradizione aurea dei Duran Duran, ti entra nelle orecchie senza fatica, mentre l’ampia tavolozza di texture di sintetizzatore di Rhodes è fondamentale per evocare quel sound new romantic che portava alla loro musica eserciti di ascoltatori.
Anche “Keep Me in the Dark” flirta senza vergogna con elementi art rock di cui non si vergognerebbero nemmeno dei Japan, soprattutto negli esperimenti con intricati pattern elettronici attraverso cui scorre la voce di Le Bon, stavolta un po’ paranoica. “Goodbye Is Forever”, di un gradino più spensierato in generale ma altrettanto malinconico nel ritornello, è intriso di funk e dance. Sullo sfondo scorrono bellissime e maestose cortine ambient a base di sintetizzatori, che spingono ancora più in alto la straordinaria melodrammaticità di questo splendido pezzo.
L’enigmatico “The Flame” è un altro esempio di raffinatezza new wave con venature dance, in cui un ritornello imponente, grazie a un astuto linguaggio percussivo, torna ogni volta a farsi largo in primo piano in modo intelligente. “Missing” è una ballata enigmatica con rilassati inserti di sassofono sullo sfondo e una specie di quiete, se non proprio un preludio, prima della parte finale dell’album. È difficile da credere, con una qualità così diffusa in ogni singolo brano, ma era soltanto il riscaldamento prima del pezzo migliore del disco.
Dopo il breve strumentale “Rose Arcana”, dove regnano sonorità ambient-elettroniche, su una linea di basso fretless incredibilmente affiatata e succosa arriva infatti il capolavoro ultraromantico “The Promise”, un esemplare di prima classe di perfezione art rock e ambient. Questa opera sempreverde è così rifinita sotto ogni aspetto sonoro che non si può smontare nemmeno un’affermazione audace come questa: è semplicemente il miglior brano della loro carriera. Varrebbe anche se fosse uscito sotto il nome Duran Duran. Tutto, dal primo all’ultimo secondo, è pura perfezione, mentre l’equilibrio ambient tra la melodia centrale e gli inserti sperimentali è a un livello talmente alto che, anche dopo più di vent’anni, lascia ancora a bocca aperta i palati musicali più esigenti. In primo piano c’è una linea di basso fretless groovosa ma delicata, che lega insieme le cortine ambient e gli astuti pattern elettronici che scorrono malinconici sullo sfondo. Il tutto raggiunge l’apice in un ritornello epico, quando a Le Bon si unisce nell’armonia vocale di accompagnamento il signor Sting. Aggiungici i suoni lacrimevoli della slide guitar di Gilmour, che con l’aiuto del sassofono spingono ancora più in alto un romanticismo e una malinconia sbalorditivi, con un più che evidente sapore celtico. Il risultato è una delle migliori canzoni rock di tutti i tempi, che purtroppo ancora oggi resta criminalmente ignorata. Dopo questo culmine seguono altri due pezzi eccellenti e totalmente unici.
Il primo è l’hit “El Diablo”, impregnato di sonorità latine, in cui giocano con elementi di world music, come dimostrano al meglio il violino scherzoso e il suono invitante dei flauti andini. Anche qui gli Arcadia conquistano con un ritornello seducente e ipnotico, innestato su una chitarra acustica dal sapore latino e su flauti peruviani. Qui si può parlare di un bell’esempio di innovazione e di uno dei primi casi di fusione riuscita tra pop rock e world music. La conclusiva “Lady Ice”, come “The Promise”, con i suoi oltre sette minuti è un altro dei vertici art rock del disco. Una lunga introduzione ambient basata sul suono metallico-elettronico dei sintetizzatori si trasforma col tempo in una melodia malinconica, fragilissima, con un ritornello inconsolabile. La descrizione migliore di questo ottimo ibrido tra art rock e new wave è che suona come quello che uscirebbe se chiudessi nella stessa stanza Duran Duran, Japan e Roxy Music.
“So Red the Rose” è un esemplare unico di raffinatezza new romantic e un’esaltante evoluzione del solito linguaggio dei Duran Duran, in cui new wave e art rock si danno la mano in perfetta armonia, ma purtroppo anche un capolavoro fin troppo spesso dimenticato quando si parla dei migliori album degli anni Ottanta. Simon Le Bon in un’occasione particolare ha dichiarato che gli Arcadia erano stati il progetto più pomposo a cui avesse mai partecipato, il che era solo un’espressione della sua sfiducia nelle proprie capacità, una prova di orizzonti ristretti e una delle cause principali per cui come Arcadia hanno pubblicato un solo album. In ogni caso è il miglior album che i Duran Duran non abbiano mai fatto, e merita attenzione anche da parte di chi, più che per new wave e pop rock, stravede per l’art rock. Che oggi possa esistere una band pop rock che con i suoi album, davanti ai quali adolescenti di ogni genere sbavano in massa, occupi contemporaneamente i vertici delle classifiche e nel “tempo libero” pubblichi anche album art rock di altissimo livello, di cui i palati musicali di ogni generazione si leccherebbero i baffi, si può ovviamente solo sognarlo.
Formazione
Simon Le Bon – voce
Nick Rhodes – tastiere
Roger Taylor – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Sting – voce
Grace Jones – voce
David Gilmour – chitarra
Carlos Alomar – chitarra
Herbie Hancock – tastiere
Andy Mackay – sassofono
Mark Egan – basso
David Van Tieghem – batteria e percussioni
Rafael DeJesus – batteria e percussioni
Steve Jordan – batteria e percussioni
Wendel Jr. – programmazione della batteria
Jean-Claude Dubois – arpa
Masami Tsuchiya – violino
Pierre Defay – violino
Produzione
Alex Sadkin e Arcadia
Tracklist
1. Election Day
2. Keep Me in the Dark
3. Goodbye Is Forever
4. The Flame
5. Missing
6. Rose Arcana
7. The Promise
8. El Diablo
9. Lady Ice