The Here And Now

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Architects
Etichetta: Century Media
Uscita: 2011
Durata: 39:13
Voto: 4/5

Ammettiamolo: l’impero britannico, già solo per la sua posizione insulare, ha qualcosa di speciale. Se poi sulla mappa di questi e altri strambi musicali ci piazzi pure una marea di prodotti (sopra)standard (beh, certo, in ogni campo di grano c’è anche qualche spiga marcia …), una parte di questa élite qualitativa sono anche gli inglesi Architects. Il quarto lavoro dei ragazzi di Brighton dimostra che la band, che in sette anni di vita si è cambiata nome più volte – prima erano Inharmonic, poi Counting The Days, e da qualche anno conquista anime e orecchie dei giovani ascoltatori in patria e nel mondo come Architects – è passata a una fase di stabilità e solidità creativa, e in questo zenit della propria voglia di creare partorisce piccole opere d’artigianato da studio d’ultima generazione.

 

 

Si è progettato e rimaneggiato parecchio, ma adesso la ricetta segreta per puntare alle stelle è stata svelata e cucita nel tessuto della loro essenza musicale. Sia chiaro: non mancano né l’esperienza né gli elementi che rendono il salto nell’élite, nella crema dei nomi del metalcore, del post-hardcore e dello screamo melodico, del tutto naturale e prevedibile, con l’Everest dell’affermazione musicale scalato e più d’un orecchio rodato bello che convinto e ammorbidito. The Here And Now penetra la crosta del mainstream croccante dopo che la strada gliel’hanno ben battuta i Bring Me The Horizon, i più melodici My Chemical Romance e i Bullet For My Valentine, e se nello spettro aggiungiamo pure gli Young Godse, diventa chiaro che sulla scena isolana da qualche anno si stanno muovendo importanti placche tettoniche, mentali e tonali. Il gusto cambia, i cliché pure, e una fetta della crema migliore vogliono accaparrarsela anche quelli che hanno “causato” l’intreccio emotivo melodico-brutale di riff di granito solido e approcci piuttosto prevedibili. La prevedibilità non è sempre un male, perché stavolta (credici o no), invece del solito standard che ti spinge il battito cardiaco con ritmi dove la mano sta sempre sul freno a mano e le pause ti ammazzano di continuo il senso del movimento naturale, nelle acque cerebrali si riversa una quantità massiccia di melodia, rabbia e spessi strati di musica. E dietro tutto questo ci sono dei ragazzini che hanno appena varcato la soglia della maggiore età riconosciuta! E cosa convince? Magari il fatto che The Here And Now è un album stratificato, in cui si mostrano un sacco di facce della band prima invisibili o almeno meno marcate. Al posto del vomito gutturale e dello svuotamento di polmoni monotono, il cantante Sam Carter offre una bella dose di canto di qualità e di voci pulite, che regalano alla dinamica del disco un bonus in più nella lista dei motivi di piacere. Le chitarre di Tom Searle e Tim Hillier-Brook servono riff bei unti, estetica metalcore e un’esagerazione HC sexy, che trasformano la corsa selvaggia dall’opener Day In Day Out o dalla meno riservata Delete, Rewind in un giro su un treno della morte ben rodato. E non dimentichiamo l’eccezionale sezione ritmica: l’esplosivo legame del batterista Dan Searle qui si fonde organicamente per l’ultima volta con le basse frequenze del basso di Alex Dean (quest’ultimo, da febbraio di quest’anno, figura nella lista piuttosto corta degli ex membri). Che nell’anima ci sia parecchio tessuto morbido e ritornelli dolci te lo conferma il brano intriso di elettronica An Open Letter To Myself, mentre personalmente la mia dose di goduria me la sono presa nella stampede punkeggiante di The Blues, che però, come se volessero a tutti i costi dimostrare che stavolta l’offerta è davvero di un’opulenza barocca, viene ammorbidita e diluita senza necessità dal pezzo sognante e mollaccione Red Eyes. Oltre a rabbia e melodia autoctone, in questo disco ti becchi ben due duetti. Il primo si sente in Stay Young Forever, dove Carter si appoggia all’aiuto del cantante dei Comeback Kid, più vecchio di (almeno) un decennio: Andrew Neufeld. Un pezzetto pieno di testosterone e lingue di fuoco, che mi lascia addosso la sensazione che i ragazzi ogni tanto si impegnino persino troppo a convincerti di essere davvero arrabbiati – ma in modo non machista, un filo infantile. Il metalcore non è mai stato un paravento per le ballate, eppure gli Architects, dopo le loro scribacchiate a se stessi, ti sorprendono con un’ampiezza vocale e con Heartburn, sensuale e zuccherata. Quasi come se tra le note si fosse insinuato lo spirito degli un tempo dominanti alternativi Radiohead, solo che al posto della sensibilità di Yorke in primo piano c’è l’appoggio ai contorni di granito di un’aggressività non sentimentale e non malinconica. Il colpo finale gli architetti del pop-core grasso e spensierato te lo servono in compagnia della prima gola dei The Dillinger Escape Plan, il cantante Greg Puciato. Con Year In Year Out il ciclo si chiude, e dopo l’ultimo fischio della radiofonia chitarristica, dopo una breve pausa, dagli altoparlanti esce qualcosa di facilmente paragonabile a Up And Away, che da lontano ricorda un incrocio tra una narrazione alla Pink Floyd e il britpop sotto steroidi.

 

 

Benigni, innocui e con successo, ci siamo sgranocchiati la strada verso il finale piuttosto rilassato di questo ascolto. Gli Architects hanno sconfitto i demoni del fallimento che li avevano spossati dopo il secondo disco Ruin, hanno superato la crisi della metamorfosi con Hollow Crown, e The Here And Now dimostra che il processo di trasformazione è ormai quasi concluso. Dalla crisalide metalcore del passato è uscita una farfalla che potrà sopravvivere anche ai tempi attuali. Parte della tintura della sopravvivenza sta anche nell’ammorbidire gli spigoli. La poetica un tempo rozza acquista nuove dimensioni e apre la strada a direzioni del tutto impensate. Le ambizioni non mancano, e come modo del tutto giusto e quasi perfetto di puntare alle stelle si dimostra anche l’approccio sentito stavolta. Speriamo che i geyser di creatività restino puri, il sangue del cuore caldo e incontaminato e la mente creativa affilata come un rasoio anche in futuro. Il seme di questa dissolutezza è caduto infatti su terreno fertile, e quindi quest’anno ci aspetta senza dubbio un anno ricco e pieno di musica eccezionale!

Formazione

Sam Carter – voce
Tom Searle – chitarra
Tim Hillier-Brook – chitarra
Alex Dean – basso
Dan Searle – batteria

Musicisti ospiti:
•Andrew Neufeld – cori nella traccia 8*
•Greg Puciato – cori nella traccia 10*

Produzione

Steve Evetts

Tracklist

1. Day In, Day Out
2. Learn To Live
3. Delete, Rewind
4. BTN
5. An Open Letter To Myself
6. The Blues
7. Red Eyes
8. Stay Young Forever (feat. Andrew Neufeld (Comeback Kid)
9. Heartburn
10. Year In Year Out / Up And Away (feat. Greg Puciato of The Dillinger Escape Plan)

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