Songs From The Lions Cage

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Arena
Etichetta: Verglas Records
Uscita: 1995
Voto: 4/5

Le radici del debutto degli Arena affondano nel 1979, quando Mick Pointer mette in piedi i Silmarillion, che dopo l’arrivo del chitarrista Steve Rothery accorciano il nome in Marillion. Dopo un po’ di gavetta da garage e un giro di palchi locali, i sogni di Mick si avverano finalmente poco dopo l’arrivo del carismatico cantante scozzese Derek Dick, che diventerà molto più noto con il soprannome di Fish. È lui, di fatto, a regalare alla band un suono e una direzione ben riconoscibili, e da lì le cose decollano a razzo. Dopo due cambi di bassista e tastierista e l’uscita del debutto “Script For A Jester’s Tear” (1983), oggi considerato una classica pietra miliare del progressive rock, la leggenda è nata. I Marillion vengono sparati tra le band più interessanti e imprevedibili degli anni ’80 e diventano famosi come portabandiera della nuova ondata di progressive rock. Proprio quando le porte del successo commerciale si spalancano, però, Fish ordisce una “congiura” contro Mick, che a un tratto viene bollato come inadatto alla direzione futura del gruppo. Mick, evidentemente sempre attratto da sonorità un po’ più dure, si ritrova di colpo costretto a lasciare la band che aveva costruito con tanta dedizione per anni. Ma la sua visione e il suono dei Marillion originali se li porta dietro per il nuovo progetto, che trova terreno fertile solo all’inizio dei ’90, quando incontra Clive Nolan, rodato tastierista dei cult neo-prog Pendragon. Clive, nel frattempo, aveva già tentato la fortuna con una band tutta sua, gli Shadowland, dove dava sfogo alle visioni che non era riuscito a vivere con i Pendragon. Gli Shadowland erano per molti versi una versione embrionale degli Arena, a cui però mancava sempre quel “tocco finale”, quel trampolino che separa un progetto ambizioso da una vera band con un suono suo, riconoscibile. Mick e Clive decidono allora che è arrivato il momento di creare un gruppo che incarni il meglio del neo progressive rock e lo fonda con un sound originale, capace di distinguerlo da lontano dai colleghi di genere. Quando si aggiungono il chitarrista Keith More, il bassista Cliff Orsi e il cantante John Carson, gli Arena sono nati. Segue l’uscita del loro misterioso debutto “Songs From The Lions Cage”, che ha sfondato di slancio i confini del progetto ambizioso da cui era partito, dando vita a una band con un suono possente e un sacco di assi nella manica per tutti gli amanti dell’imprevedibilità e del mistero, a pieno titolo nella migliore scuola del (neo) progressive rock britannico. Anche se di album in album cresceranno e affineranno il loro suono, “Songs From The Lions Cage” è molto più del solito debutto che ti serve la tipica band appena sfornata: lì dentro si sente di continuo che hanno a che fare con vecchie volpi della musica, capaci di fondere con destrezza finezze strumentali e un’incredibile magia ambient, amplificata da una poesia mistica, intrisa di leggende antiche. Ed è proprio questo il pregio più grande che accompagnerà la band anche nei dischi successivi.

“Out Of The Wilderness” si apre con un riff di chitarra ringhiante, quasi minaccioso, appoggiato sulla linea rombante dei synth di Nolan, che presto prendono in mano la situazione e portano il pezzo in una parte parecchio complessa, dove porzioni di chitarra melodiche e raffinate si fondono con le tastiere atmosferiche. Sul ritmo che sale entra la voce drammatica di Carson. Non è certo tra i cantanti tecnicamente più rifiniti (lo si sente soprattutto sulle note alte, dove la voce spesso “si spegne” in anticipo), ma compensa con grande abilità con un’espressività drammatica e un timbro vario, che segue fedelmente l’eredità di Peter Gabriel e (soprattutto) di Fish. La somiglianza con quest’ultimo è spesso il motivo per cui certe sezioni ricordano più che palesemente i primi Marillion: roba che farà felici tutti i nostalgici. La collaborazione di Carson con la band sarà breve, perché già nel disco successivo Clive e Mick lo sostituiranno con Paul Wrightson, tecnicamente ed espressivamente molto migliore, cosa che regalerà loro un suono ancora più originale e li spingerà nella lega dei gruppi più interessanti del prog rock contemporaneo. Detto questo, bisogna riconoscere che John ha fatto un ottimo lavoro per la band di allora, ancora in fase di sviluppo e in cerca del suo vero suono. E la sua visione vocale è stata in gran parte seguita anche dal successore, tecnicamente più dotato. Il suono mistico di organi e synth di Nolan tiene viva per tutto il tempo una sensazione di mistero e di attese ignote, che si intrecciano con una poesia ricca di temi antichi. Nella seconda parte, tra sottili passaggi di chitarra e synth di gran gusto, arriva un passaggio allegro che porta il pezzo in una sezione maestosa, chiusa dalla voce energica ed espressiva di Carson. Segue il breve brano acustico “Crying For Help I”, il primo dei capitoli concettuali collegati tra loro sotto il titolo “Crying For Help”, che servono soprattutto da raccordo tra i vari pezzi e da ouverture romantiche per le suite più lunghe. La prima parte è poco più di un minuto di antipasto prima della magnifica “Valley Of The Kings”, un ottimo epico neo prog dove a colpire di più è l’alternarsi di sezioni più calme e raffinate con temi energici. A far vivere nella testa di chi ascolta le immagini dell’antico Egitto ci pensano l’ottimo riff di chitarra di More, una voce energica e lirica e le magie di Nolan alle tastiere, che sono spesso la fonte principale dell’identità e del suono proprio della band, che altrimenti suonerebbe più o meno come una buona copia dei primi Marillion. A metà arriva un breve passaggio da brividi, dove synth rombanti e una voce “spaventata” alzano il ppathos fino al momento in cui una chitarra melodica spezza tutto con energia e la trascina, attraverso le ricche pianure di sipari di tastiere, fino al climax finale. La romantica e barocca “Crying For Help II”, con una melodia di tastiere e chitarra acustica bellissima, mostra di nuovo il lato più delicato della band e la allontana ancora dai paragoni con le altre band neo prog. Poi arriva il magnifico epico “Jericho”, uno dei pezzi migliori del disco. Parte come una ballata melodrammatica, con in primo piano la voce estremamente espressiva di Carson, poi entrano in modo splendido synth stratificati mentre la chitarra tiene sempre la melodia centrale. Il meglio arriva nella seconda parte, quando con un tocco spiritoso e originale irrompono synth dal suono incredibilmente gustoso e ricco, che cambiano del tutto il corso del brano e lo spostano verso acque molto più mistiche e complesse. I temi si trasformano di continuo, finché, su un ritmo energico e con l’ottima voce di Carson, la composizione si chiude all’improvviso, in modo del tutto inaspettato. L’effetto è come se crollassero di colpo le mura del soggetto lirico centrale, la prima città fortificata della storia umana e ancora oggi la città più bassa del mondo (250 m sotto il livello del mare), che secondo la Bibbia fu abbattuta dal suono delle fanfare d’assedio. “Jericho” è davvero uno dei loro primi classici, di cui possono andare giustamente fieri, perché è segnato dall’inizio alla fine da un’energia incredibile, da una grande varietà e da una ricca espressività lirica. “Crying For Help III”, poggiata su synth ambient e pianoforte e interrotta nella seconda parte dal suono di una sveglia e dai tasti di un telefono, è un altro stacco mistico e un’anticamera per un altro pezzo ricco di espressioni sonore. Gli Arena continuano la loro fascinazione per la mitologia e gli eventi storici misteriosi con “Midas Vision”, un altro classico autentico, che si apre con un riff di chitarra frenetico, tastiere ululanti e la ricca espressività lirica di Carson. Il culmine della composizione è senza dubbio l’ottimo ritornello melodico, che racconta con efficacia l’antica storia greca del re frigio tanto avido di ricchezze, punito a dovere dagli dèi, con Dioniso e Apollo in testa, per la sua tracotanza (il primo con il “dono” del tocco d’oro, per cui tutto ciò che toccava si trasformava in oro; il secondo lo “premiò” con un paio di orecchie d’asino, perché da giudice aveva attribuito a Pan più abilità nel suonare il flauto). La ballata nostalgica “Crying For Help IV” è di gran lunga il più interessante, a livello di struttura, tra i quattro capitoli “Crying” del disco: oltre alle tastiere delicate e alla ricca espressività vocale (in cui si notano anche certe debolezze tecniche che ho già citato e che il suo successore compenserà con grande successo), la impreziosisce una chitarra davvero sottile. A questa magia contribuisce di sicuro anche l’ospite speciale alla chitarra, che non è altri che il vecchio compagno di Mick, già citato, Steve Rothery, che sfodera il suo assolo caratteristico e sottile, nonché il migliore dell’album. Davanti a questo contributo breve ma densissimo di significato ti viene da chiederti seriamente perché Rothery non metta un po’ di energia anche in qualche progetto solista, visto che parliamo di un chitarrista di cui semplicemente non ti stanchi mai, che sia con i Marillion o altrove. Curioso che il pezzo abbia quell’atmosfera retro giusta e suoni davvero come se l’avessero ripescato dagli anni ’80, nello spirito di quelle power ballad che proprio i Marillion avevano portato a simbolo della perfezione ambient. Il grande finale trionfale e il vero paradiso per tutti gli amanti delle melodie progressive e dell’imprevedibilità arrivano con l’indimenticabile epico mistico di oltre 14 minuti “Solomon”, il pezzo migliore del disco, pieno di colpi di scena incredibili e di un’intensità mozzafiato, che può misurarsi in qualsiasi momento con il meglio della ex band di Mick e annuncia che gli Arena non scherzano. “Solomon”, che parla del leggendario re di Israele e della Giudea, figlio di Davide, famoso come ideale di sovrano saggio e potente, a cui tra l’altro si attribuiscono anche diverse parti dell’Antico Testamento, mette in tavola tutti gli elementi principali che distingueranno la band anche in futuro, tutti insieme. Dopo un’introduzione tranquilla, l’ottima prova vocale di Carson (che qui, più che in qualunque altro punto del disco, ricorda Fish), passaggi di chitarra stratificati, un basso sfacciatamente ringhiante e una batteria dinamica la portano in acque agitate e imprevedibili. È incredibile come abbiano dosato bene l’alternanza tra sezioni più calme e ambient, dove regnano il suono pieno delle tastiere e la slide guitar, e ritmi molto più sporchi, di solito più vicini al progressive metal che al progressive rock (cosa che in futuro spingeranno ancora di più). Alla fine assistiamo a una chiusura estremamente malinconica ma anche maestosa, con passaggi di chitarra piangenti e synth drammatici che si alternano in perfetta armonia, completati da potenti passaggi di batteria che mostrano chiaramente quanto Fish abbia sbagliato i conti sul talento di Mick. Per gli amanti di leggende e misticismo qui non manca proprio niente, e la sensazione che resta alla fine del disco è quella di una rivelazione finale dopo avventure drammatiche. 

“Songs From The Lions Cage” ha ovviamente anche le sue “magagne”, che si vedono soprattutto nel fatto che spesso ha un suono e una direzione più che evidentemente affini al leggendario debutto dei Marillion. Anche se è lontano anni luce dal poterlo definire una copia, perché contiene una serie di elementi riconoscibili, già citati, che fin dagli esordi hanno plasmato gli Arena come band unica. Chi invece non si fa disturbare da questa somiglianza con i Marillion si godrà un sacco questa prelibatezza, che gli risveglierà la vera magia neo prog degli anni ’80 unita a un suono moderno. In futuro gli Arena (come già detto), soprattutto grazie ai cambi di formazione, hanno messo mano a numerosi miglioramenti e col tempo ogni paragone con i Marillion è sparito del tutto. Alla fine la conclusione è inevitabile: “Songs From The Lions Cage” resta un album ancora piuttosto trascurato (anche dai fan della band), nonostante sia una delle uscite migliori del progressive rock a cavallo degli anni ’90 e anche uno dei migliori debutti. Per questo posso definirlo tranquillamente, a cuor leggero, un classico del neo progressive rock che nessun amante del genere dovrebbe lasciarsi sfuggire. Se vuoi bere la saggezza di Salomone, svelare il segreto di Mida, tremare dietro le mura di Gerico e sentire un pizzico di immortalità nella Valle dei Re, metti su i pezzi della gabbia del leone e parti con gli Arena per un viaggio nel mondo delle leggende indimenticabili, dove non dovrai mai piangere per chiedere aiuto contro tutta la possibile superficialità e la cruda realtà con cui ti spaventano la maggior parte delle radio di oggi.

Formazione

John Carson – voce, cori
Keith More – chitarra
Clive Nolan – tastiere, cori
Cliff Orsi – basso, cori
Mick Pointer – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Steve Rothery – chitarra (brano #8)
Tracy Hitchings – cori
Tosh McMann – cori
Martin Albering – cori
Marc Van Dongen – cori

Tracklist

1. Out Of The Wilderness
2. Crying For Help I
3. Valley Of The Kings
4. Crying For Help II
5. Jericho
6. Crying For Help III
7. Midas vision
8. Crying for help IV
9. Solomon

Durata dell’album: 58.22

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