Sounds Like This
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Nektar
Etichetta: Bellaphon
Uscita: 1973
Voto: 4/5
Oltre 70 minuti di “Sounds Like This”, uscito in origine, ben prima dell’avvento dei CD, come doppio album, è un disco assolutamente unico e senza dubbio il più controverso dell’intera discografia dei Nektar. Vale sia in positivo, soprattutto per tutti gli amanti del tecnicismo strumentale e dei lunghi jam improvvisati, sia in modo un po’ meno entusiasmante per chi preferisce le canzoni con un capo e una coda e una melodia a tenere tutto insieme. In ogni caso non ha eguali nella storia della band per l’approccio alla registrazione e all’esecuzione, completamente dal vivo e quasi del tutto spontaneo. Parecchie trovate improvvisate alla fine sono venute fuori anche molto bene, e non c’è da stupirsi, trattandosi di musicisti eccellenti come i Nektar, guidati dal carismatico cantante e fuoriclasse della chitarra Roye Albrighton, che su questo album ha lasciato alcune delle sue migliori prestazioni chitarristiche, se non addirittura la migliore in assoluto nella storia della band. La sua chitarra, in coppia con le tastiere di Allan “Taff” Freeman, regala al disco dall’inizio alla fine quel loro suono misterioso e vagamente psichedelico, fatto di ampie ondate malinconiche mescolate a passaggi energici e riff affilatissimi. Con la ritmica pazzesca del batterista Ron Howden, che non si risparmia in passaggi selvaggi e mostra una fluidità ritmica rara da sentire, e con il contributo a tutto tondo del bassista Derek “Mo” Moore, anche l’improvvisazione più complessa e l’assolo più spinto si rivelano un trionfo totale dell’imprevedibilità prog rock e della ricerca sfrenata di avventure strumentali.
Chi si aspettava che i Nektar, dopo il magistrale predecessore “A Tab In The Ocean” (1972), proseguissero con la loro particolare versione dello space rock, basata sulla combinazione di sinfonismo esoterico, derive strumentali psichedeliche ed escursioni heavy rock di chitarra e organo, con questo disco si sarà preso sicuramente una doccia fredda, perché è difficile immaginare uno stacco stilistico più radicale. Invece di approfondire la componente sinfonico-progressive e l’esoterismo e magari tirare fuori un altro concept album, hanno deciso di mettere da parte per un po’ quella tradizione e di registrare “Sounds Like This” interamente dal vivo (in studio, ovviamente) e tutto d’un fiato, senza correzioni in studio e senza grandi preparativi. Questa mossa coraggiosissima ha dato risultati contrastanti, ma per la maggior parte riusciti, e sul disco ci sono alcune delle creazioni più strane e sperimentali della loro carriera: una sfida vera per qualsiasi orecchio progressive, che richiede un’apertura totale alla varietà di generi e stili.
La maggior parte dei brani si muove molto più in territori heavy rock che nelle acque del classico prog sinfonico e, dentro strutture frammentate, ospita lunghi jam improvvisati sulla scia di certe orge dal vivo di popolari band heavy rock anni ’70 come Deep Purple o Led Zeppelin. Anche per la struttura dei singoli arrangiamenti, “Sounds Like This” ammicca più che evidentemente ai suoni più pesanti e alla tradizione di gruppi come i Deep Purple e (forse ancora più chiaramente) gli Uriah Heep, soprattutto per l’approccio vocale e la drammaticità espressiva. Succede soprattutto quando entrano in scena lunghi e complessi assoli di organo Hammond, combinati con riff di chitarra affilati e spiritosi, spesso rinforzati da qualche effetto speciale. In alcuni pezzi si fiutano pure ritmi funk e persino blues boogie. Gli amanti dei lunghi jam, del lato heavy rock e dei virtuosismi tecnici sono quindi andati a nozze con questo disco, mentre tra i fan delle melodie più morbide e delle ondate esoteriche ancora oggi non è granché popolare. Il suono vivissimo di una produzione grezza è evidente dall’inizio alla fine e contribuisce un bel po’ all’atmosfera, tanto che sembra che l’album sia stato registrato interamente a un concerto.
Eppure, all’inizio del disco sembra che la direzione di “A Tab In The Ocean” debba continuare. L’apertura, solidissima e dall’impronta melodica, “Good Day” ha infatti parecchio in comune con “Waves” dell’album precedente. All’inizio la caratterizzano il delicato accompagnamento di chitarra di Albrighton e la voce intensa, poi, sopra un rullare di tamburi, si passa a una sezione energica con ampi passaggi d’organo e riff incisivi. Il canto melodrammatico di Roye e un bellissimo riff di chitarra centrale portano a un ritornello melodico. Col tempo arrivano due ottimi assoli di chitarra di fila e un gran finale strumentale. Ad alto livello prosegue anche la bravissima “New Day Dawning”, che si apre come una dolce ballata folk, con una voce carica di un pathos eccezionale e passaggi malinconici di chitarra e tastiere. Anche qui non manca un bellissimo ritornello melodico. Segue una complessa sezione strumentale con un assolo di chitarra spiritosissimo. All’improvviso, in modo scherzoso, spunta pure un motivo adattato dal classico dei The Beatles “Norwegian Wood”, a cui segue un assolo di chitarra. Poi ancora qualche ottimo passaggio di organo e basso e un elegante finale strumentale.
Completamente fuori contesto è invece “What Ya Goona Do?”, un noioso blues boogie rocker che non si discosta in niente dalla schiera di brani simili sfornati da un’intera legione di band dell’epoca. Freeman, certo, nella sezione centrale sfoggia un ottimo assolo d’organo, che poi si lancia sopra il riff centrale di chitarra e basso. I Nektar qui si sono concessi un po’ di svago, una piccola goliardata, e hanno fatto una breve capatina nel saloon da cowboy, ma avrebbero potuto tranquillamente fare a meno di questo bizzarro esperimento. Segue un altro esperimento insolito, ma stavolta molto più riuscito, “1-2-3-4”, che all’inizio ha un riffing funky spiritoso di chitarra e basso, molto più adatto del blues al suono tradizionale dei Nektar. Anche qui tornano a servire un sacco di passaggi eccezionali di chitarra e organo. I passaggi funk della chitarra e i singoli assoli sono accompagnati per tutto il tempo da un’ottima sezione ritmica. Segue un lungo jam con ampi assoli di chitarra e tastiere, che va avanti fino alla fine del pezzo. “Do You Believe in Magic?” ha un ottimo attacco, un po’ mistico, su un possente riff di chitarra e un organo tonante. Le singole strofe e il ritornello sono cantati alla grande. Seguono numerosi scambi di riff elettrizzanti, passaggi selvaggi d’organo e complessi assoli di chitarra. Per chiudere, Roye ne piazza un altro, condito di psichedelia belle abbondante. Poi arriva la parte finale del disco, che in origine ne era la seconda metà.
La malinconica “Cast Your Fate” è un altro bellissimo brano, con strofe splendide sul canto drammatico di Roye, un riff di chitarra ingegnoso e un suono di Hammond pienissimo. La parte finale si fa decisamente più incisiva e contiene un possente riffing di chitarra. “A Day In The Life Of a Preacher”, diviso in tre sezioni (Preacher, Squeeze, Mr. H), è uno dei classici dei Nektar e una vera leccornia per tutti gli amanti della tecnica e dei lunghi jam improvvisati, perché trabocca di riff variegati e assoli complessi, soprattutto di chitarra e organo Hammond. Nella sezione d’apertura, “Preacher”, c’è un riff di chitarra e un ritmo quasi southern rock, poi nel giro di pochi istanti si passa a motivi più incisivi e complessi. Nella sezione centrale, “Squeeze”, arriva un ampio jam strumentale con una valanga di assoli di chitarra e organo da leccarsi i baffi. La sezione conclusiva, un po’ più tranquilla, “Mr. H”, offre ancora un po’ di eccellenti inserti strumentali e improvvisazioni.
“Wings” è un altro pezzo notevole, in pratica una mezza ballata che non nasconde la sua natura malinconica e contiene una prova vocale di Roye da stringere il cuore, con arrangiamenti bellissimi di chitarra e organo. Un brano che mostra il lato più leggero della band e allo stesso tempo smorza un po’ l’atmosfera ben surriscaldata dai jam prolungati fin lì. Il pezzo conclusivo “Odyssee”, diviso in tre parti (Rons On, Never, Never, Never e Da- Da- Dum), è l’apice improvvisativo del disco, un jam sterminato in cui arriva il vero e proprio stacco psichedelico, e non ha senso analizzare nel dettaglio le singole sezioni strumentali, perché a ogni ascolto si trova sempre qualcosa di nuovo. C’è tutto quello che può desiderare il cuore di un innamorato dell’improvvisazione tecnica: riffing improvvisato a non finire, assoli vari di chitarra e organo, complessi cambi di ritmo e suoni di chitarra sperimentali. La sezione finale “Da- Da- Dum” mette in primo piano un fenomenale e lunghissimo assolo di batteria di Howden, che dimostra all’opera uno dei batteristi più unici della sua epoca.
“Sounds Like This”, anche se non è privo di difetti e alcune idee non sono riuscite granché, soprattutto nei momenti in cui hanno voluto concedersi un po’ di “svago” rilassato, è un disco ottimo, a cui è toccata la sfortuna di uscire schiacciato tra i capolavori “A Tab In The Ocean” e “Remember The Future” (1973), cosa che ha contribuito non poco al fatto che sia stato ampiamente trascurato. A distinguere l’album è soprattutto l’approccio produttivo già citato, vivissimo e senza abbellimenti, e con esso l’imprevedibilità e la spontaneità di un’esibizione dal vivo, con le idee che arrivavano man mano, a dimostrazione dell’incredibile affiatamento e delle capacità tecniche dei singoli membri di questa formazione pazzesca. È un disco con cui le opzioni sono solo due: o ti piace o non lo sopporti, una via di mezzo non c’è. A chi fanno schifo i lunghi jam improvvisati e spontanei come quelli che trovi su classici dal vivo come “Made In Japan” e “The Song Remains The Same”, con “Sounds Like This” si rivolterà lo stomaco, mentre per gli amanti di queste avventure strumentali psichedelico/space rock/heavy rock diventerà un pezzo imprescindibile dell’arredamento di casa. “Sounds Like This” supera molti “tabù” musicali e alcuni generi, formando un meraviglioso ponte tra il prog (più precisamente lo space rock) e l’heavy rock. Per questo in futuro meriterebbe sicuramente almeno un po’ più di rispetto e attenzione da parte degli appassionati di entrambi i filoni.
Formazione
Roye Albrighton – voce, chitarra
Derek “Mo” Moore – basso, cori
Allan “Taff” Freeman – tastiere, cori
Ron Howden – batteria, percussioni
Mick Brockett – luci di scena
Produzione
Nektar e Peter Hauke
Tracklist
1. Good Day (6:45)
2. New Day Dawning (5:02)
3. What Ya Gonna Do? (5:24)
4. 1-2-3-4 (12:47)
5. Do You Believe In Magic? (7:17)
6. Cast Your Fate (5:44)
7. A Day In The Life Of A Preacher (Preacher, Squeeze, Mr H.) (13:01)
8. Wings (3:46)
9. Odyssee (Rons on, Never Never Never, Da-Da dum) (14:31)
Durata dell’album: 74:17