Bang Your Head!!! 2008 – Operation: Balingen (primo giorno)

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Località: Messegelände / Balingen / Germania
Data: 27.06.2008
Band in scena:
QUEENSRYCHE, ICED EARTH, GREAT WHITE, WHITE LION, RAGE, ENSIFERUM, FORBIDDEN, KORPIKLAANI, AGENT STEEL, TYR, CONTRACRASH


Il tradizionale Bang Your Head!!! di quest’anno, piazzato alla periferia della cittadina di Balingen, nel Baden Württemberg, nel sud-ovest della Germania, vicino al parco naturale della Foresta Nera, ha festeggiato i suoi primi dieci anni! Come ogni anno, anche stavolta ha messo in piedi un programma spettacolare, fatto di esibizioni di alcune band leggendarie e di quelle più attuali e calde tra le nuove leve. Questo festival è sempre irresistibile, perché capita spesso che vecchie band si riuniscano, anche dopo anni di pausa, solo per suonare qui. Una prova del fatto che il Bang Your Head!!! gode di grande prestigio e rispetto nel mondo della musica e dell’industria dell’heavy metal.

Il paradiso in terra per tutti i partecipanti venuti a rendere omaggio all’heavy metal è cominciato con un riscaldamento già il giorno prima dell’apertura ufficiale, cioè il 26.06.2008, quando a Hechingen, a 15 km di distanza, hanno suonato Forbidden, Firewind, Breaker e No Creeps. A Balingen siamo arrivati quel giorno, ma a sera tardi. Così abbiamo piantato la tenda con calma e, dopo il viaggio massacrante, finalmente ci siamo fatti una dormita come si deve. Il giorno dopo, alle 9.30, eravamo già di guardia sotto il palco del Bang Your Head!!!. Davanti a me un palco gigantesco, dietro di me un gigantesco “centro commerciale” con tanto di borsa metal di CD a prezzi stracciati…

CONTRACRASH: 9.30-10.05
Forse la band più controversa del festival ha suonato per primissima. Si tratta di nuovi arrivati sulla scena, gente di casa che si è guadagnata un posto al festival come band col maggior numero di voti nelle preselezioni. I problemi che li avevano tormentati già a maggio, quando il cantante Andi Rohrer aveva annunciato ufficialmente l’addio, sono stati risolti all’ultimo momento, con l’ingresso del cantante Philo della band Diversion. I ragazzi ovviamente non nascondevano di avere ancora il latte alla bocca, e il quintetto ha mostrato di apprezzare i suoni alternativi alla moda, che amano infilare nel loro rock di per sé più leggero. Un’esibizione abbastanza spenta e statica, che è sembrata noiosa, anche se questa sensazione può ingannare. Resta comunque uno degli eventi più importanti, a livello di carriera, per una giovane band evidentemente ambiziosa. Hanno avvicinato la loro musica al pubblico, un po’ timidi, persino troppo modesti, e quello che abbiamo sentito aveva poco a che fare con la tradizione dell’heavy metal, per cui il concerto è passato in fretta giù per il tubo digerente.

TYR: 10.15-10.55
I metallari vichinghi che ficcano il folklore delle Isole Fær Øer nei riff metal sono stati i primi a svegliare davvero la gente sotto il palco. Mezzi nudi, con pelli attorno alla vita, cantando nell’autentica lingua faroese, sono stati un diversivo davvero interessante per la mattinata. Hanno dato la loro versione sfrenata, festaiola e movimentatissima dell’eredità metal, rafforzandola con un’esecuzione decisa e sicura e con un’ottima comunicazione tra pubblico e band. Il gran numero di persone, soprattutto giovani, nelle prime file dimostrava che la band è molto amata. I Tyr sono decisamente dei tipi strani sulla scena e, sotto questo aspetto, molto attraenti, soprattutto per tutti voi che vi accendete per tutto ciò che sa di scuola metal classica scandinava con l’aggiunta di elementi folk tradizionali. Un’esibizione compatta e affiatata, con una versione melodica molto semplice che ti entra subito sotto pelle, di impulsi metal più leggeri, accessibili anche alle masse più ampie e non per forza solo ai metallari. Una nuova, interessante disciplina del metal nordico. Dateci un ascolto!

AGENT STEEL: 11.05-11.45
40 minuti per le leggende dello speed metal old school della Florida sono decisamente troppo pochi per un metallaro purista. “Old school is back!” confermava la scritta sulla maglietta del cantante Bruce Hall, che ha mantenuto intatti i suoi registri acuti anche a 10 anni dal suo ingresso negli Agent Steel. Al grande ritorno della band alla fine degli anni Novanta avevamo avuto l’onore di vedere i ragazzi per la prima volta nel lontano gennaio 2000, anche a Lubiana. Le esibizioni degli Agent Steel sono sempre intense e senza compromessi. Anche stavolta ha funzionato alla grande la combinazione di velocità e precisione. I selvaggi assoli dei due chitarristi Bernie Versailles e Juan Garcia erano incastonati in una nobile corsa di riff, una vera pacchia per occhi e orecchie, il tutto sostenuto dall’ottimo canto di Bruce Hall, già citato, e da una sezione ritmica gigantesca.

La band ha aperto lo show a sorpresa con un’ottima, cupa canzone a tempo medio, ‘It’s Not What You Think’, tratta dall’album “Omega Conspiracy” (1999); poi si è fatto pericoloso, quando sotto il palco è piovuto napalm velenoso in Bleed For The Godz, poi Children of the Sun, e la band ha inserito nel set gli immancabili classici ‘Unstoppable Force’, ‘Agents Of Steel’ con un’esecuzione megastica delle armonie doppie a terzine e dello scambio reciproco di assoli in più parti, e ‘Mad Locust Rising’, con cui hanno chiuso il loro show apocalittico affilato come una lama, avvolto in una mitragliata infuocata di semitoni e di frasi chitarristiche elaboratissime. È stata un po’ una sorpresa vedere la band sul palco del festival così presto, visto che si tratta di leggende con un pedigree altissimo tra i devoti della forma più esigente, ortodossa e originale di speed/thrash metal, dove la tonnellata di rumore e di aggressione autentica ti arriva nel modo più diretto. Gli Agent Steel sono stati (insieme ai Forbidden) una vera attrazione di una specie in via d’estinzione e il primo picco della prima giornata del festival.

KORPIKLAANI: 11.55-12.40
Il clan della foresta guidato dal chitarrista e cantante Jonne Järvelä ha spostato di nuovo l’ago della bilancia a favore degli amanti della morbidezza melodica, poggiata su riff di chitarra dai colori più chiari. Järvelä in gioventù è senza dubbio entrato in contatto saldo e irreversibile con i Jethro Tull. I ragazzi infatti si vestono come la band citata ai suoi concerti di tanto tempo fa, verso la metà degli anni Settanta. Se a questo aggiungi l’intreccio di elementi folkloristici tradizionali finlandesi, il quadro si fa decisamente più chiaro. Di spirito e di show frizzante, pieno di slancio vivace e di buffonate sceniche di Jonne, che non ha dimenticato a casa l’immancabile palco di corna di cervo che decorava il suo microfono, non se ne vedeva la fine. Questi burloni del nord sanno far ridere il pubblico con il loro carisma sul palco e con una presenza carica di energia. L’enorme popolarità della band, che al concerto ha presentato il suo ultimo album in studio “Korven Kuningas”, è stata confermata dalle canzoni da bevuta e da baldoria Beer, Beer e Happy Little Boozer, che nel repertorio della band non devono mai mancare. Inni alcolici per fratelli di birra, che hanno scaldato benissimo il pubblico sotto il palco. “Un’altra birra, per favore!”

FORBIDDEN: 12.50-13.35
I leggendari thrasher della Bay Area, riuniti, dalla California (USA), i Forbidden, hanno suonato praticamente nella formazione originale: Russ Anderson (voce), Craig Locicero (chitarra), Glen Alvelais (chitarra), Matt Camacho (basso), con il nuovo arrivato Mark Hernandez, che prima aveva suonato negli Heathen, Defiance, Re:Ignition, Vio-Lence, Torque, Technocracy e Social Unrest. Visto quello che avevano mostrato tre giorni prima allo ŠTUK di Maribor, c’era da aspettarsi la nascita dell’inferno in terra.

I Forbidden, durante la lunga pausa in cui sono spariti dalla scena thrash metal, hanno messo su parecchi chili. Soprattutto il cantante Russ Anderson ne ha di troppo, tanto che è quasi irriconoscibile rispetto alle foto di 20 anni fa, e il chitarrista Glen Alvelais (oggi massiccio) non è stato certo da meno in quanto a stazza. Comunque sia, i chili non creano particolari problemi ai Forbidden quando devono impugnare gli strumenti e salire sul palco.

I Forbidden non hanno perso nemmeno una scintilla! La scaletta di Maribor di tre giorni prima, che avevano suonato anche al BYH!!! Warm up show il giorno prima nella vicina Hechingen, hanno dovuto sforbiciarla. I Forbidden hanno suonato nel repertorio solo brani dei primi due album, “Twisted Into Form” (1990) e “Forbidden Evil” (1988). Il duo di chitarre Locicero/Alvelais resta una macchina ben oliata, che sommerge l’ascoltatore di assoli affascinanti, costruiti in più parti, sempre curatissimi nei dettagli e senza note sprecate a vuoto. Entrambi i maestri della chitarra hanno un senso straordinario di quando “appendersi” al tremolo o tirare giù un “lick” stridente lungo il manico, e con questo hanno accompagnato tutta l’esecuzione degli assoli, risultando persino molto spontanei in una rilassata marcia da stampede. Russ Anderson è ancora in super forma, convincente su tutta la gamma, smentendo così certe voci a vuoto secondo cui non sarebbe più capace di cantare come una volta. Con la sua presenza Russ ha infiammato per bene le teste già calde sotto il palco, anche se il pubblico tedesco ai concerti passa per piuttosto passivo e svogliato quanto a ginnastica.

In generale il tour della band è una vera leccornia per tutti i nostalgici del thrash. Il fatto che suonino esclusivamente i primi due album, con cui a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta i Forbidden hanno piantato nuovi paletti, è un’esperienza speciale. I Forbidden annunciano già un nuovo disco, cosa che non hanno detto ad alta voce durante il concerto, ma che è uscita dopo dalla bocca di uno dei membri nella tenda stampa. Bentornati ragazzi! Grazie per una delle esibizioni più convincenti del primo giorno del festival.

Scaletta dei Forbidden:
1. March Into Fire
2. Forbidden Evil
3. Off The Edge
4. Follow Me
5. One Foot In Hell
6. Step By Step
7. Through Eyes Of Glass
8. Chalice Of Blood

ENSIFERUM: 13.50-14.45
Altri conquistatori finlandesi, con una versione epica e all’assalto del metal. Nonostante la voce growl, uno farebbe fatica a chiamarlo death metal, anzi qui qualcosa non quadra proprio. La formazione a cinque, con Markus Toivonen (chitarra), Petri Lindroos (voce, chitarra), Sami Hinkka (basso), Janne Parviainen (batteria) e la tastierista Meiju Enho, ha presentato in grande stile sul palco il nuovo album “Victory Songs”. Come si addice allo spirito della band, anche stavolta i ragazzi sfoggiavano i petti con begli strati di pancetta da birra già ben formati, e in vita avevano gonnellini coi colori della bandiera finlandese. Meiju ovviamente non se l’è concesso, ma insieme a Pamela Moore, che è salita sul palco più tardi coi Queensryche, è stata l’unica rappresentante del gentil sesso a calcare il palco nel primo giorno del festival, il che è un onore speciale. Questa band sembra un po’ troppo ferma e inattiva. Il growl non ha niente di speciale, se lo paragoni ai veri vocalist death, tipo quelli degli Obituary. Se sono sgarbato, o magari no, la morbida espressione melodica della band si potrebbe confondere superficialmente e in un attimo con i Children Of Bodom, a cui togliessi gli assoli di tastiera. I riff infatti irradiano un’impronta power metal, la voce brutale è sì diversa, ma senza particolare fascino e spessore. Sulla sicurezza della presenza scenica della band non c’è nemmeno da discutere. È indiscutibile, nonostante il fatto che durante la loro esibizione il grande palco sia rimasto in gran parte inutilizzato. Il pagan metal che la band coltiva è comunque popolarissimo tra i tedeschi, e la band ha ricevuto un sostegno concreto sotto il palco.

RAGE: 15.00-15.55
Che un giorno mi sarei guardato i Rage alle tre del pomeriggio, eh eh eh… Non c’è nemmeno molto altro da dire su questo celebre e leggendario trio power metal tedesco (ormai da quasi 10 anni di nuovo a tre). I Rage sono standard e sul palco restano standardmente indistruttibili anche con il nuovo batterista Andre Hilgers (l’uomo fa parte anche della formazione della band power metal tedesca Axxis). Che bello vedere solo tre persone costruire un suono enorme sul palco e portare avanti lo show con una leggerezza tale che il tutto sfiora la pura perfezione. La band, come sempre, ha offerto un suono eccellente. Peter “Peavy” Wagner anche stavolta non ha tradito con la sua voce inconfondibile, tagliente, più bassa d’intonazione ma penetrante. Victor Smolski sbraitava lontano da Peavy, sul lato destro del palco, divertendosi con assoli velocissimi e diabolicamente elaborati, che sono il suo marchio unico, mentre Hilgers riempiva con grande dignità i buchi lasciati da Mike Terrana con la sua uscita dalla band. Con l’addio di Terrana i Rage hanno perso un pizzico di attrattiva, ma il loro materiale dal vivo non ha perso nemmeno una briciola del nobile metal dei Rage.

L’unica cosa che dà un po’ fastidio è che la band odia proprio sorprendere con la scaletta. I Rage hanno suonato una versione ridotta della scaletta del loro tour primaverile di “Carved In Stone”. In questa scaletta hanno tenuto anche una prelibatezza dall’album “End Of All Days” (1996), Under Control, per il resto ci è toccata una scaletta con quasi metà dei brani presa dal nuovo album “Carved In Stone”.

I Rage hanno offerto un’esecuzione eccelsa del loro materiale e alla fine hanno acceso il pubblico con un medley, aperto e chiuso dal nuovo pezzo Long Hard Road, in cui hanno infilato i motivi base del repertorio di ferro, tra cui si possono contare Higher Than The Sky e Don’t Fear The Winter. Il trio era di ottimo umore, ha tirato fuori un’esibizione eccellente e ha reso felice la grande maggioranza dei presenti sotto il palco, che nonostante il sole del pomeriggio nitrivano allegri e facevano headbanging sotto il palco insieme alla band.

Scaletta dei Rage:
1.Carved In Stone
2.Drop Dead!
3.Under Control
4.Soundchaser
5. Refuge
6. No Regrets
7. Lost In The Void
8.Down
9. Long Hard Road (incl. Higher Than The Sky & Don’t Fear The Winter)

WHITE LION: 16.10-17.10
E finalmente qualcosa per gli amanti del glam hard rock! Ecco di nuovo in azione i White Lion! Mike Tramp, danese con passaporto australiano, unico membro originale rimasto, due anni fa aveva presentato una nuova band come Tramp’s White Lion, ma a quanto pare ha presto ottenuto tutti i diritti d’autore per poter usare il nome White Lion anche senza l’ex chitarrista Vito Bratta in formazione, uno dei membri fondatori della band. Dei tempi d’oro dei White Lion è rimasto nella formazione originale solo il cantante Mike Tramp. Si sente parecchio, nel suono, nell’energia, nell’essenza stessa della band, che manca Vito Bratta, vera perla della generazione d’oro dei grandi chitarristi hard rock della fine degli anni Ottanta e anche membro fondatore dei White Lion. Era noto soprattutto per i suoi assoli in tapping, molto melodici e che ti si piantavano subito in testa.

Il Leone Bianco ha aperto lo show con la riffosa e incisiva Hungry dall’album “Pride” e si è tenuto bello stretto a quella linea anche dopo, alzando il livello con Little Fighter. Mike è stato rilassatissimo per tutto lo show e, coi tatuaggi e un fazzoletto legato attorno alla testa, sembrava un canarino scatenato. La sua presenza è stata davvero impressionante, perché il tipo è carismatico, curioso, simpaticamente linguacciuto. Si è subito accattivato il pubblico quando si è sforzato di rivolgersi alla gente in tedesco, toccando ovviamente anche il tema degli Europei di calcio 2008, visto che il giorno dopo i tedeschi avrebbero giocato la finale con la Spagna, e augurando loro tanta fortuna. Lo show dei White Lion è ovviamente brillato all’insegna dei classici: i ragazzi hanno pescato dal primo album con El Salvador e All the Fallen Men, poi hanno fatto esplodere il pit con l’hit da MTV Wait! In primavera i White Lion hanno pubblicato anche un nuovo album, “Return of the Pride” (2008), e da lì hanno tirato fuori l’ottima nuova ballad Dream, che con la sua cantabilità dimostra solo che Mike Tramp ha ancora il vero senso del songwriting per i pezzi più difficili, se così posso chiamare le ballad (restando nei confini del genere hard rock).

I White Lion hanno portato il loro ottimo show di un’ora verso il finale con gli hit dell’età dell’oro Lady of the Valley, Broken Heart e Tell Me fino al culmine, e hanno chiuso la serata in compagnia nostra con la movimentata e dilatata Sangre de Cristo dell’ultimo album.

Mike non ruggisce più come negli anni d’oro, ma è ancora un ottimo frontman con un gran feeling per il contatto col pubblico, una straordinaria leadership e un carisma che in un attimo porta la folla a cantare i versi delle canzoni dei White Lion. E già che ci sono, un’ultima osservazione. Il tastierista Henning Wanner, che fa parte della band hard rock melodica tedesca Jaded Heart, è evidentemente diventato parte della formazione standard dei White Lion. “Keep the White Lion roaring!”

Scaletta dei White Lion:
1. Hungry
2. Little Fighter
3. El Salvador
4. All the Fallen Men
5. Wait
6. Dream
7. Tell Me
8. Lady of the Valley
9. Broken Heart
10. Sangre de Cristo

GREAT WHITE: 17.25-18.25
Dopo il leone bianco è arrivato a nuoto anche il grande squalo bianco, che si è lanciato all’attacco in modo diretto col classico Call It Rock’N’Roll. Parliamo di un altro grande ritorno sulla scena: i veterani del rock americano Great White. Sono passati otto anni dall’ultima volta che hanno suonato in Europa, e i ragazzi, reincarnati nella formazione Jack Russell (voce), Mark Kendall (chitarra), Michael Lardie (tastiere, chitarra), Sean McNabb (basso) e Audie Desbrow (batteria), sono di nuovo in sella. L’autunno scorso hanno pubblicato il nuovo album “Back to the Rhythm” (2007). Era difficile credere che sarebbe mai successo, dopo l’inconcepibile catastrofe del venti febbraio 2003 negli USA (Rhode Island), quando durante il loro concerto un incendio avvolse il locale e nel rogo morirono 100 persone, compreso il chitarrista dei Great White Ty Longley.

Tutti gli occhi erano puntati sul cantante Jack Russell, che in un’ora, tutto il tempo a disposizione della band, ha sudato come una fontana. Russell è un tipo incredibilmente saltellante e rimbalzava letteralmente come una pallina da flipper da una parte all’altra del palco. Gli altri membri erano ben lontani dallo spargere altrettanta energia durante lo show, il che è stato piuttosto sorprendente vista la famigerata posa glam della band. Insomma, il glam non c’è più. A parte Russell, i ragazzi sul palco sono del tutto “normali”, senza bisogno di attirare l’attenzione. Hanno sfornato un ottimo repertorio, composto da classici e dal nuovo album. I Great White hanno dimostrato di aver trovato nuova forza creativa e nuovo slancio e di essere rinati. L’ottima esibizione e la gestione del contatto col pubblico da parte del cantante Jack hanno reso felici tutti quelli che pensavano che i Great White, dopo quel tragico febbraio 2003, fossero spacciati per sempre. I Great White hanno suonato questi brani: Call It Rock’N’Roll, Face the Day, Back to the Rythm, On Your Knees, Save Your Love, Rolling Stoned, Rock Me, Can’t Shake It, e hanno chiuso il concerto con Once Bitten, Twice Shy.

ICED EARTH: 18.40-19.40
Gli Iced Earth si sono trasformati ancora una volta. È tornato Matt Barlow. Avete letto bene. Evidentemente ha capito che lo stato USA non ha bisogno dei suoi servigi di funzionario pubblico. Così è successo che il povero Tim “Ripper” Owens la notte di Natale del 2007 si è beccato il benservito da Jon Schaffer. Visto che negli Iced Earth i cambi sono continui, già che ci sono, oltre a Schaffer e Barlow, elenco anche gli altri tre che aiutano la band a superare i concerti dell’estate 2008. C’erano Brent Smedley (batteria), Troy Seele (chitarra) e l’assoluto novellino della band Freddie Vidales (basso).

Il boss della band Jon Schaffer ha capitalizzato per bene il grande ritorno con Barlow alla voce. Ha rivoltato da cima a fondo la scaletta, infilandoci i brani che caratterizzano uno dei migliori album metal “live”, “Alive In Athens” (1999). Al Bang Your Head il gruppo ha tagliato la scaletta che suona dal maggio 2008 nei suoi concerti, e la stessa scaletta potranno godersela anche tutti i presenti al concerto della band al Metal Camp festival di Tolmino, il 05.07.2008.

Barlow non ha più quella lunga chioma con cui si pavoneggiava sui palchi ancora nel 2002, quando suonava con la band nel tour di “Horror Show”, e Schaffer, nel periodo senza Barlow in formazione, è visibilmente ingrigito e in questi anni ha messo su qualche bel chiletto. Comunque sia, Barlow ha riportato in vita quella magia unica che agli Iced Earth dal vivo può nascere e svilupparsi solo con lui alla voce. Il tipo ha mantenuto intatto il suo canto eccelso. Ha riempito il suo canto standard con “scream” estremi che, nella loro esplosività, in più occasioni hanno tolto il fiato. I ragazzi hanno offerto grande affiatamento e un’esecuzione sicura del materiale. La bravura tecnica degli assoli di Troy Steele non viaggiava sugli stessi binari di quella di Larry Tarnovski, che stavolta ho rimpianto parecchio in formazione.

Quanto all’esecuzione del nuovo brano Ten Thousand Strong e soprattutto di Declaration Day dal disco “Glorious Burden” (2003), bisogna ammettere che Tim Ripper Owens ha lasciato un’impronta così forte su queste canzoni che Barlow sul palco non è riuscito a raggiungerla né a superarla. Dava fastidio anche la sensazione che Barlow si sforzasse persino di imitare la voce di Ripper, come confermavano i lunghi “scream”, non proprio frequenti in Barlow; in Declaration Day, in particolare, ha un po’ esagerato con gli scream, che nel ritornello sembravano addirittura forzati e fastidiosi.

A parte questa osservazione e quella sugli assoli, al concerto non c’è nulla da rimproverare. Il suono era ottimo, l’esecuzione eccezionale. La compattezza dell’esecuzione sul palco e l’energia sono del tutto tipiche degli Iced Earth e difficili da afferrare. Gli Iced Earth risorgono ancora una volta con Barlow. Stanno preparando già anche un nuovo album, che chiarirà in modo definitivo quali sono i guadagni e le perdite per gli Iced Earth.

Scaletta degli Iced Earth:
1. Dark Saga
2. Vengeance Is Mine
3. Burning Times
4. Declaration Day
5. Pure Evil
6. Ten Thousand Strong
7. Dracula
8. Coming Course
9. Melancholy
10. My Own Saviour
11. Iced Earth

QUEENSRYCHE: 20.10-23.15
Il motivo principale per cui sono partito per la Germania era l’annuncio del concerto dei leggendari art metallari di Seattle Queensryche, che in totale doveva durare ben tre ore e un quarto. L’ultima volta sul palco hanno eseguito entrambi gli album “Operation: Mindcrime”, cioè prima e seconda parte, e una cosa così, per chi ama questa band, sarebbe stata difficile da perdonarsi se non si fosse procurato un biglietto per questo spettacolo. La band ha cominciato lo show ancora in pieno giorno. Le scenografie sul palco disegnavano una strada oscura, dove si sarebbe svolta la rinascita del concept “Operation: Mindcrime”. Puntualissimi all’ora esatta, si è partiti. Vi ricordate com’è “Operation: Mindcrime” (1988), vero? Il manicomio… Una dose di sedativi e già vaghiamo per la strada, al limite della sopravvivenza, poi ci offre un lavoro il misterioso “salvatore” Dr. X… sul palco sono entrati per primi, ovviamente, tutti e quattro gli strumentisti, con Wilton sul primo assolo di apertura in Anarchy-X. Anche se Mike Stone attirava l’attenzione con la maschera antigas sul viso, gli occhi erano puntati su Michael Wilton. I tedeschi erano affamati di musica dei Queensryche, nell’aria c’era un’euforia incredibile. Ed ecco comparire Geoff Tate con un microfono wireless agganciato addosso, che gli permetteva di muoversi liberamente durante la messinscena. Si preannunciava un vero dramma. Per cominciare, come al solito, ha rigirato in fretta un paio di striscioni anti-Bush e si è messo a cantare.

Per non farla troppo lunga, analizzerò solo l’esecuzione del concerto, senza passeggiare in particolare da una scenografia all’altra. Tate ha ancora una voce per lo più ben conservata. Un paio di volte nei registri più alti ha avuto un cedimento, e ogni tanto gli è mancato il fiato per mezzo tono, ma la cosa è sembrata del tutto accettabile, senza disturbare e senza far male. Tate è ancora fantastico. Un attore di palco eccezionale, che faceva il suo lavoro sul palco immedesimandosi totalmente. Il suono era tagliente e chiaro, soprattutto per le chitarre; la batteria di Rockenfield, collegata con catene, creava quel magnifico eco profondo, tra gli schiaffoni, che ha richiamato in vita il suono stesso dell’album “Operation: Mindscrime”. Suono regolato alla perfezione. Durante il concerto, nemmeno con l’uso di altri effetti, ci sono stati errori a rovinare il quadro sonoro. Suite Sister Mary è stato il culmine assoluto della prima parte quanto a esecuzione scenica e puro dramma teatrale. La conversazione tra la cantante Pamela Moore e Geoff Tate è stata così espressiva e per tutto lo show è sembrata incredibilmente vera. Certi inserti, come quando Sister Mary si spara una pallottola in testa, o quando Nikky, prima di Eyes Of A Stranger, viene vestito con la camicia di forza e portato fuori dal palco su un carrello, hanno letteralmente scosso. Una prelibatezza speciale è stata l’esecuzione dello strumentale Electric Requiem, che rispetto all’originale in studio è stato dilatato ad almeno cinque minuti, sorretto da un beat solido e rafforzato dalle tastiere.

Il pubblico ha collaborato con la band e si è immedesimato in modo intenso soprattutto durante Suite Sister Mary, The Needle Lies, Breaking The Silence, I Don’t Believe In Love e naturalmente durante Eyes Of A Stranger, il classico conclusivo della prima parte, che in realtà proprio nel finale rende l’album “Operation: Mindcrime” così grandioso, imponente e un passo sopra la stragrande maggioranza degli album rock e metal. Alla magia della prima parte del concerto è seguita una pausa di 15 minuti, che i ragazzi si erano meritati alla grande.

Stava calando decisamente la sera quando il teatro sul palco è proseguito con la seconda parte della saga “Operation: Mindcrime”. Nemmeno questa è stata inferiore in nulla alla prima quanto a esecuzione. Tate in questa parte si è concesso anche un momento emozionante, quando ha rovesciato sulla gente una valigetta piena di banconote da dollari. Per un attimo o due durante l’esecuzione mi sono proprio scordato degli altri membri della band, perché tutto girava attorno a Geoff, a Pamela Moore, al Dr. X,… insomma, alla messinscena. Anche la seconda parte aveva un suono eccellente, potente e concreto. In essa svolgeva parecchie funzioni importanti anche l’ottimo chitarrista Mike Stone. La macchina Queensryche anche nella seconda parte non ha tradito nemmeno per un attimo. Alla fine di All The Promises è seguito un finale grandioso, simile a quello della prima parte, quando Wilton e Stone hanno camminato fino al bordo della passerella allungata in mezzo alla gente e con riff massicci hanno chiuso il “numero due”.

La band torna sul palco e apre il bis con un nuovo motivo, che con un pizzico di imprevedibilità fa magistralmente confluire in Walk In The Shadows, classico dei Queensryche dall’album “Rage For Order” (1986). I brividi, ovviamente, non sono mancati, e la gente sotto il palco si è infiammata in particolare quando i ragazzi hanno attaccato Jet City Woman (“Empire”, 1990), che è stata particolarmente intensa quanto a carica emotiva. Beh, nemmeno dopo c’è stata tregua per noi, perché i Queensryche sono rimasti sul brano che dà il titolo all’album “Empire”; i festeggiamenti, per non dire la celebrazione, sotto il palco sono continuati e Tate era visibilmente commosso. Così i Queensryche sono tornati per un secondo bis, dedicando il pezzo all’organizzatore del festival. Uno si aspetterebbe Queen Of The Ryche, ma non è successo. Tate ha annunciato forse una delle ballad più belle della storia del rock, Silent Lucidity. Stavolta senza arrangiamenti orchestrali, ma i ragazzi hanno riempito il vuoto con esperienza e mestiere solo col lavoro delle chitarre, e un contributo enorme l’ha dato anche il pubblico, che per un attimo si è fuso in uno con la band.

Il concerto è durato più di tre ore, ci siamo goduti i suoni di una band leggendaria che ha sempre acceso i palchi con la sua perfezione e che, dopo la testarda insistenza dei fan, ha deciso di eseguire l’album “Operation: Mindcrime” per intero. È stata una delle ultime esibizioni, se non l’ultima, dei Queensryche con il repertorio di “Operation: Mindcrime”, a cui hanno aggiunto anche la seconda parte, anche se probabilmente questo non farà schizzare chissà quanto le vendite della seconda parte sul suolo europeo; per la band stessa, comunque, rappresenta una vera variazione, visto che forse si annoia un po’ a suonare dal vivo, da qualche anno di fila, l’album “Operation:Mindcrime” (prima parte). Il pane ai Queensryche non mancherà di sicuro. Chi lo sa? Magari la prossima volta suoneranno dal vivo tutto “Rage For Order” o “Empire”.

Il primo giorno del festival si è preso senza problemi il lusinghiero titolo di “Operation: Balingen”. Per molti è stato un sogno che si avverava, anche se i Queensryche a Balingen avevano già suonato dal vivo tutto “Operation: Mindcrime” nel 2006 e in Germania probabilmente non sono rimasti molti fan dei Queensryche che non si fossero già visti quello show dal vivo. Si è notato, però, che i Queensryche sono invecchiati. Sotto il palco c’erano in tanti che avevano tra i 30 e i 45 anni.

Oltre ai Queensryche, anche le altre band hanno regalato un’esperienza eccezionale; a parte il padrone di casa della prima giornata, hanno spaccato in particolare Forbidden, Rage, Iced Earth e Agent Steel. Tutto è filato con precisione al minuto, a volte i tecnici preparavano il suono per le band così in fretta da guadagnare perfino dei minuti, e così le pause tra un’esibizione e l’altra si allungavano addirittura. Alla fine siamo andati anche nella tenda delle feste. Sbirciavamo il ring con le spogliarelliste che si dimenavano sotto i caldi ritmi dei classici degli AC/DC, persino di Iced Earth e Saxon, per non parlare dei Manowar. La birra scorreva di nuovo a fiumi, è stata un’altra lunga notte, salata di metal fino all’estremo, è stata una notte che non finisce mai…

Scaletta dei Queensryche:
1. I Remember Now
2. Anarchy-X
3. Revolution Calling
4. Operation: Mindcrime
5. Speak
6. Spreading The Disease
7. The Mission
8. Suite Sister Mary
9. The Needle Lies
10. Electric Requiem
11. Breaking The Silence
12. I Don’t Believe In Love
13. Waiting For 22
14. My Empty Room
15. Eyes Of A Stranger
—pausa di 15 min—
16. Freiheit Ouverture
17. Convict
18. I’m American
19. One Foot In Hell
20. Hostage
21. Hands
22. Speed Of Light
23. Signs Say Go
24. Rearrange You
25. The Chase
26. Murderer
27. Circles
28. If I Could Change It All
29. An Intentional Confrontation
30. Junkie’s Blues
31. Fear City Slide
32. All The Promises
—bis—
33. Walk In The Shadows
34. Jet City Woman
35. Empire
36. Silent Lucidity

foto: Aleš Podbrežnik
testo: Aleš Podbrežnik
testo per i White Lion: Aleš Podbrežnik & Jani Mihevc Cah
scalette di White Lion & Great White: Jani Mihevc Cah


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