Ian e compagni, nonostante le disavventure prima del concerto, hanno conquistato tutti durante i festeggiamenti
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Arena Campagnola / Schio / Italia
Data del concerto: 03.07.2008
Numero di spettatori: 0
Quasi un anno dopo il nostro ultimo incontro con i Jethro Tull a Graz, dove tra le altre cose c’è stata anche una indimenticabile intervista a Ian Anderson, l’indistruttibile capo di questa immortale band britannica, io e Aleš ci siamo messi in marcia verso Schio per beccare i nonnetti del progressive rock in pieno festeggiamento dei loro 40 anni di carriera. Questo voleva dire che, per il tour, in fatto di scelta dei pezzi avevano puntato sui loro primi tre album (This Was, Stand Up, Benefit), che vengono dal periodo in cui suonavano ancora per lo più blues rock/hard rock, prima di scoprire il progressive. A parte il fatto che vedere almeno un concerto dei Jethro Tull è ormai diventata per me una specie di tradizione annuale da non perdere per nessun motivo, questa scaletta così particolare era un motivo in più per mettersi in viaggio per una lunga strada, che si è rivelata molto più faticosa e interminabile di quanto potessimo aspettarci anche nel peggiore degli incubi, anche se alla fine è andata a finire abbastanza bene.
Quel giorno è andato storto, senza la minima esagerazione, assolutamente tutto quello che poteva andare storto. A metà strada verso Schio, accompagnati da code indescrivibili di turisti che sembravano vere e proprie migrazioni di popoli di qualche lontana epoca storica, ci siamo infatti persi del tutto e abbiamo vissuto un vero calvario, tra giri su e giù per colline e valli, prima di riuscire ad arrivare al luogo del concerto. Non ha davvero senso raccontare tutte le spiacevoli “avventure” che avevamo vissuto fino a quel momento e che non ne volevano sapere di finire nemmeno dopo il nostro arrivo a destinazione (tra queste c’è anche uno dei motivi per cui questo reportage è senza foto). I Jethro Tull a quel punto avevano già cominciato il loro concerto e Ian si era così “fatto onore” ancora una volta (stavolta con nostro grande dispiacere) con la sua puntualità ormai proverbiale.
Anzi, è stata persino una vera fortuna essere riusciti ad arrivare al concerto e aver perso solo i primi tre pezzi: l’antichissimo classico “My Sunday Feeling” (il primo brano del loro album d’esordio, che oggi non compare spesso nel loro menu live e l’unico per cui mi è dispiaciuto di averlo perso), la standard “Living In The Past” e una piccola sorpresa, “Serenade To A Cuckoo”, originariamente uno standard jazz di Roland Kirk e leggendario strumentale dell’esordio “This Was” (1968), considerato il brano con cui Ian ha imparato a suonare il flauto. Di quest’ultima siamo riusciti a prendere giusto in tempo i passaggi finali al flauto di Ian, quando hanno cambiato registro con la scherzosa “Nursie”, condita di allusioni sessuali, originaria dal popolare album-compilation “Living In The Past” (1972). Questa versione del brano di culto, che non suonavano da anni, era arrangiata sul modello di quella che si trova su “A Little Light Music” (1992), il loro secondo album dal vivo.
Sul palco, oltre ai due fedelissimi compagni di sempre, il leggendario chitarrista Martin “Lancelot” Barre (nella band da quasi tanto tempo quanto Ian e, a parte “sua eminenza il flautista”, l’unico membro imprescindibile dei Jethro Tull) e il batterista Doane “Big Boy” Perry (nella band da più di 20 anni e molto più a lungo di tutti i batteristi precedenti messi insieme), a far compagnia a Ian c’erano anche il bassista David Goodier e il tastierista John O’Hara, che per gli standard dei Jethro Tull sono ancora dei pivelli, visto che sono nella band solo dall’anno scorso. È seguito un altro antichissimo classico dell’esordio, la popolare “A Song For Jeffrey”, dedicata al loro ex bassista (il secondo in ordine di tempo) Jeffrey Hammond, che dopo aver lasciato la band alla svolta degli anni ’70 ha appeso per sempre il basso al chiodo per dedicarsi alla pittura. Ian, come ormai è la regola da qualche anno, anche stavolta ha improvvisato alla grande con la sua voce parecchio rovinata e, dove si poteva, ha sostituito le parti vocali “perdute” con passaggi di flauto; un paio di volte, soprattutto nei pezzi più impegnativi, che richiedono un registro un po’ più alto del solito, la voce semplicemente è venuta a mancare. La selezione dei vecchi brani era per molti versi simile a quella che si trova sul cult live “Nothing Is Easy: Live At The Isle Of Wight ’70” (2004) e bisogna ammettere che era ben bilanciata tra alcuni pezzi, per quanto rari, dei periodi successivi e gli standard obbligatori.
Una delle sorprese più grosse, se non la più grossa in assoluto, tra i pezzi dei periodi successivi, è stata l’esecuzione dell’hard rock “dimenticato” “Rocks On The Road”, che si trova sull’album “Catfish Rising” (1991), sotto la media per gli standard dei Tull. Ha fatto seguito un’ottima versione della popolare autosatira “Too Old To Rock’n’Roll, Too Young To Die”, dall’album omonimo. I Tull, per ora, nonostante l’età rispettabile, riescono ancora a schivare con successo l’avverarsi del titolo di questa burlesque sempre divertente. Neanche stavolta è mancato lo strumentale standard e sempre amatissimo “Bourée”, che Ian ha accompagnato con parole “autocritiche” sulla peggior versione possibile di questo classico di J. S. Bach, trasformato “in jazz da bar della peggior specie”.
Il tipo, nonostante un concerto estremamente rodato, tipico di tutti i professionisti e al quale dopo tanti anni non si può proprio sfuggire, ha di nuovo sfoderato un’ampia varietà di battute per lo più davvero spiritose, che si addicono al suo acuto umorismo britannico. Queste, insieme agli immancabili momenti di danza su una gamba sola mentre suona il flauto e a qualche piccola acrobazia danzante sul palco, che oggi fanno particolarmente onore a uno della sua età, sono da tempo uno dei suoi marchi di fabbrica. A chiudere la parte regolare del concerto sono arrivati altri due classici preistorici dal loro secondo album, “Stand Up” (1969): “A New Day Yesterday” (nella quale Ian, con un assolo di flauto, ha infilato anche un motivo dello popolarissimo, scherzoso strumentale “Kelpie”, che viene dal periodo dell’album “Stormwatch”, 1979) e l’imprescindibile “Nothing Is Easy”, che coi suoi ritmi saltellanti ha di certo scaldato bene anche chi era seduto nelle ultime file. È seguita una pausa di 20 minuti, nello stile dei concerti di oggi dei loro compagni prog ormai belli stanchi, gli Yes, che a quanto pare, nel bene e nel male, sta diventando una novità anche per i concerti dei Jethro Tull. Questa pausa dimostra che anche loro non nascondono più la propria età e hanno sempre più bisogno di un breve riposo per ricaricare le batterie. Niente a questo mondo è eterno.
Dopo la pausa, durante la quale magliette e poster dei Tull sono andati a ruba, il concerto è ripreso con “For A Thousand Mothers”, un altro pezzo antidiluviano e “perduto” di “Stand Up”, tra l’altro l’album dei Tull preferito da Ian. Le sorprese positive, insomma, non sono mancate nemmeno nella seconda parte. Così ho avuto per la prima volta l’onore di sentire dal vivo anche “With You There To Help Me”, in una versione arrangiata in modo un po’ diverso e accorciata di un ottimo brano dal loro terzo album, ancora oggi incomprensibilmente trascurato, “Benefit” (1970). Nell’intro conteneva anche “We Used To Know”, versione accorciata di un altro degli standard di “Stand Up”. Uno dei momenti più burloni della serata è stato l’annuncio, e poi l’esecuzione, dell’antichissimo classico per batteria “Dharma For One”, originariamente dall’esordio “This Was”, che quarant’anni fa era una parte obbligata dei loro concerti e il momento in cui l’allora batterista (cioè Clive Bunker) si prendeva un bel respiro con un lungo assolo e per un po’ spostava l’attenzione del palco da Ian a sé.
Ian, a questo punto, non ha resistito alla tentazione di prendersi (di nuovo) gioco, in modo simpaticamente pungente, del gigantesco batterista Doane Perry, che negli ultimi anni, al posto di Martin Barre, si sta prendendo sempre più la fetta più grossa delle battute sulle spalle degli altri membri della band. Prima dell’esecuzione gli ha “vietato” il momento atteso per l’assolo di batteria, con parole tipo “gli assoli di batteria lunghi oggi non vanno più di moda” e dicendo che avrebbe sostituito lui il suo assolo con uno strano fischietto. Questo, come forma, ricordava più che altro un narghilè bosniaco come quelli che vendono alla Baščaršija. In realtà, ovviamente, si trattava di un siparietto comico preparato con cura. Quando Ian ha cominciato a improvvisare (senza successo) su quel fischietto dall’aspetto dozzinale, da cui uscivano suoni spezzati e raffreddati, l’ha mollato con finta rabbia ed è filato via dal palco, lasciando i riflettori a Perry, che per un po’ è diventato così la “stella” principale della serata (cosa che in un concerto dei Tull di solito succede molto di rado). Il batterista ormai brizzolato ha sfoderato un assolo breve ma entusiasmante, che per un po’ ha ricordato i momenti dei loro concerti di tanti anni fa, quando quasi ogni membro della band aveva il suo breve spazio solista (oggi ce l’hanno di solito solo Ian e Martin).
È seguita l’ultima sorpresa della serata, un’ottima esecuzione del classico folk rock “Heavy Horses”, dall’omonimo album leggendario, che per me è stata senza dubbio il culmine della serata. Qui sono tornati a galla tutti i difetti della voce rovinata di Ian. La chitarra di Martin è stata intonata più in basso a questo scopo, mentre i versi finali Ian li ha lasciati perdere a favore di un’improvvisazione al flauto. O’Hara ha sostituito con successo le parti in cui nell’originale c’è il violino con dei campioni speciali sulle tastiere. Nonostante i problemi vocali di Ian, questa versione dei “cavalli pesanti” è stata davvero entusiasmante e spero che i Tull, nei prossimi concerti, diano al più presto maggior peso anche al loro periodo folk rock, che contiene una valanga dei migliori pezzi della loro carriera. La parte regolare del concerto si avviava lentamente alla conclusione ed è arrivato il momento di tutti e tre i classici imprescindibili dei Tull, senza i quali nessun loro concerto può finire, anche se non dubito che a volte Ian preferirebbe sostituirli con qualcos’altro.
Il primo è stato, come previsto, l’indimenticabile epica burlesque prog rock “Thick As A Brick”, anche stavolta ovviamente in versione ridotta. Nonostante le difficoltà vocali di Ian, questo classico viene sempre benissimo, ed è stato così anche stavolta, con le inevitabili piccole improvvisazioni di flauto, chitarra e tastiere e con una spiritosa introduzione allo xilofono a cura del bassista Goodier. La parte regolare si è chiusa (anche questo come previsto) con la sua “eccellenza vagabonda”, lo standard hard rock “Aqualung”, che coi suoi riff incisivi ha scaldato bene anche chi per gran parte del concerto era rimasto fermo. È stato bello anche vedere l’improvvisa esplosione di entusiasmo dei ragazzi in prima fila, che non riuscivano più a stare seduti e hanno “calmato” il loro slancio energico solo su richiesta degli addetti alla sicurezza. Quella sera di facce giovani, che la maggior parte della gente si aspetterebbe piuttosto a un concerto alternativo o metal, ce n’erano parecchie, e hanno servito a smentire con successo l’idea che ai concerti dei Jethro Tull vadano ormai solo teste grigie, curve e diradate di mezza età e oltre.
L’unica vera delusione del concerto è stato il bis decisamente troppo corto, con cui i nostri indistruttibili nonnetti prog ci hanno regalato nient’altro che il loro più grande successo, “Locomotive Breath”, per poi, dopo ovazioni fragorose, uscire dal palco in modo piuttosto di routine. La chiusura del concerto, insomma, è andata su note molto prevedibili. A molti ha dato fastidio anche la generale routine dello show e i sorrisi di circostanza al saluto, ma questa è una parte inevitabile di ogni band professionista con alle spalle già 40 anni di carriera, e anche i Tull in questo non fanno eccezione. Molti dimenticano che sono uno dei rarissimi gruppi nella storia del rock che da quattro decenni sono sulla scena musicale senza alcuna interruzione. Bisogna anche considerare che, per via del nostro ritardo, il concerto ci è sembrato sensibilmente più corto del solito. Se lascio da parte il retrogusto amaro causato dal nostro ritardo e dal bis troppo corto (non era la prima volta che ci capitavano problemi vedendo i Tull in Italia; l’anno scorso a Pordenone ci ha messo lo zampino un fulmine che, colpendo il cavo principale, ha interrotto la parte finale del concerto), è stato comunque un concerto eccellente, suonato, come si conviene, a un alto livello professionale e di nuovo completamente diverso da tutti i loro concerti che avevo visto fino ad allora. Le proiezioni sul palco, su cui a ogni brano scorrevano scene diverse dalla loro ricca storia (e foto degli ex membri), evocavano una nostalgia tutta particolare, mentre anche la scenografia sobria del luogo del concerto, con le sue ampie distese di prato, garantiva un’atmosfera ottima. Quindi, tirando le somme, mi sarebbe potuto dispiacere parecchio se mi fossi perso per intero la festa per il 40° anniversario di questa band meravigliosa, che nemmeno dopo i peggiori intoppi, con il suo concerto, ti lascia semplicemente in asso.
Testo: Jethro Tull