Speak Of The Dead
Artista: Rage
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: 2006
Voto: 3/5
Soundchaser è stato messo in croce e, per omaggiarlo, i Rage hanno scritto una suite epica di 20 minuti, nobilitata dai suoni dell’orchestra di Praga “Lingua Mortis”, con cui la band aveva già lavorato nella seconda metà degli anni Novanta. Cos’hanno rimesso insieme, allora, Wagner, Smolski e Terrana?
In realtà “Speak Of The Dead” è fatto di due parti, divise da una linea di confine bella netta. La prima è la già citata composizione di 20 minuti, Suite Lingua Mortis, un mix di Rage metal tradizionale e orchestrazioni classiche. Ovviamente il dio della chitarra Smolski è brillante e fedele a sé stesso nelle sue sfuriate sullo strumento, di una precisione sbalorditiva, e a Mike Terrana riescono di nuovo le sue “pistolettate” con i “rolling”, che da sotto quella muscolatura, come se niente fosse, tolgono il fiato a chi ascolta, e anche stavolta è così. L’orchestra, suonando, porta vitalità ed emozioni, e nella suite i sentimenti prendono davvero vita. È una mossa parecchio coraggiosa, che i Rage di oggi volevano evidentemente portare a termine a tutti i costi. La suite è un vero requiem e si merita una vera occasione per infilarsi sotto la pelle.
I Rage hanno trovato la misura giusta. Hanno mantenuto la loro postura metal inflessibile e hanno fatto una cosa ancora fresca, che attira e incuriosisce. A questa suite audace la chitarra “ultramelodica” dà letteralmente una mano a spiccare il volo. La voce di Peavy è la solita e, con lei, l’epicità e la pomposità da inno della suite vengono in parte castrate: il cantato riporta la composizione coi piedi per terra. La suite richiede un sacco di pazienza, perché il vero “headbanger” vuole subito un’estasi metal ruggente, che qui farà fatica a trovare, anche se ogni tanto i Rage sputano fuoco in modo convincente. Il metallaro vero la suite di 20 minuti probabilmente la prenderà come una tortura, perché i Rage sono semplicemente una band troppo grezza e la voce di Peavy, dal timbro stridulo e incattivito, semplicemente non c’entra niente col “sinfonismo”. D’altra parte, è proprio quella voce a darle il peso che serve per poter dire che i Rage hanno fatto di nuovo qualcosa di loro e qualcosa di nuovo. La suite è davvero un’idea azzeccata, perché in quanto tale smonta il rischio di clonare fino alla nausea “Soundchaser” (2003). Allo stesso tempo, ascoltandola viene da chiedersi come sarebbe venuto fuori il tutto sotto forma di strumentale di 20 minuti, che sicuramente avrebbe bruciato a 100 all’ora, perché sarebbe la prima volta che i Rage fanno uno strumentale così lungo! Ricordatevi il “rally jamming” strumentale di 10 minuti nel pezzo Unitiy! I fan con uno strumentale così non avrebbero problemi e lo accoglierebbero senza riserve. Siccome la suite è molto frammentata dal punto di vista dei motivi, ci vuole un po’ di più per farsi strada attraverso di lei. Ma quando ti entra nelle orecchie, la sua durata passa in un lampo.
I pezzi che seguono, invece, sono decisamente quelli “veri”. La seconda parte mostra i Rage sotto una luce completamente diversa. Il trio torna a spaccare tutto come un matto, senza accontentarsi di niente. Qui hanno abbandonato ogni epicità e sono incazzati come non lo erano da tempo. La seconda parte è fatta di sette killer dai 3:30 ai 5:15 minuti. Di trucchi sinfonici nemmeno l’ombra: i Rage si presentano in modo classico, come un “power metal trio” ben scaldato. La band è infuriata e sembra che i pezzi No Fear, Full Moon, Kill Your Gods (con una fantastica parte strumentale centrale), Turn My World Around, Be With Me Or Be Gone e Speak Of The Dead siano di nuovo più crudi e devastanti dei brani di “Soundchaser” (2003). I brani portano lo stile tradizionale dei Rage, firmato ovviamente da Peavy Wagner, e quell’ossatura è di nuovo condita in modo imponente dal suonare siderale del prodigio bielorusso della chitarra Victor Smolski, per non parlare della solita vertigine di Mike Terrana alla batteria. Il disco ha un’atmosfera cupa, morbosamente depressiva, avvolta nel lutto e nella malinconia, cose che né “Unity” (2002) né “Soundchaser” avevano in questa misura. I testi tornano ai temi prediletti: le domande su vita e morte, i viaggi nell’aldilà, il volo delle anime, la vita dopo la morte,…
“Speak Of The Dead” è soprattutto un album tattico. I Rage ne sono usciti con abilità dal possibile rischio di “ripetitività” da album, soprattutto grazie all’inserimento della nuova suite. Allo stesso tempo sorprendono di nuovo le tendenze al “thrasheggiare” e un leggero flirt stilistico con l’inizio degli anni Novanta, quando erano famosi soprattutto per la loro ferocia e ruvidezza indomate. I ragazzi, insomma, sanno destreggiarsi con mestiere tra standard che padroneggiano con saggezza.
Formazione
Peavy Wagner – voce, basso
Victor Smolski – chitarra, tastiere
Mike Terrana – batteria
Produzione
Rage & Charlie Czajkowski
Tracklist
Suite Lingua Mortis (Tracks 1-8):
01. Mortituri Te Salutant
02. Prelude Of Souls
03. Innocent
04. Depression
05. No Regrets
06. Confusion
07. Black
08. Beauty
09. No Fear
10. Soul Survivor
11. Full Moon
12. Kill Your Gods
13. Turn My World Around
14. Be With Me Or Be Gone
15. Speak Of The Dead
Durata dell’album: 53:12