Lizard
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: King Crimson
Etichetta: Discipline Global Mobile
Uscita: 1970
Voto: 5/5
A metà del 1970 i King Crimson si trovavano ancora in una posizione poco invidiabile, conseguenza dello scioglimento della formazione originale che aveva registrato il leggendario debutto “In the Court of The Crimson King” (1969). Della formazione originale, fino ad allora, erano rimasti solo lo strambo chitarrista Robert Fripp e il poeta, tecnico informatico e visivo Peter Sinfield, che all’epoca erano anche (in modo informale) i due capi alla pari della band. Fripp si occupava quindi delle idee musicali principali, delle composizioni e dei motivi, mentre Sinfield vegliava soprattutto sull’aspetto lirico e visivo del gruppo, anche se in questo album ha cominciato a mettersi alla prova pure come musicista, con il suo nuovo “giocattolo”: il sintetizzatore analogico VCS3. Proprio su “Lizard” la collaborazione tra i due artisti ha toccato il suo apice e ha dato alcuni dei frutti migliori della storia della band. Per fortuna non sono rimasti soli a lungo e a dargli una mano sono arrivati musicisti di altissimo livello, tra cui l’ex compagno di scuola di Fripp Gordon Haskell, che ha preso il posto di Greg Lake a voce e basso e che con la band aveva già collaborato nel disco precedente “In The Wake Of Poseidon” (1970), come cantante nella ballata esoterica “Cadence And Cascade”. Mel Collins a sax e flauto, che aveva già suonato come session man nell’album precedente, e l’ottimo batterista jazz fusion Andy McCulloch (ex-Manfred Mann) sono entrati anche loro come nuovi membri ufficiali. Gli arrangiamenti orchestrali e jazzistici del disco sono stati eseguiti in modo magistrale dai musicisti d’accompagnamento Robin Miller (oboe, corno inglese), Mark Charig (cornetta) e Nick Evans (trombone), guidati dal tastierista jazz Keith Tippett (pianoforte), che aveva già collaborato con la band nel disco precedente. Tutti questi ottimi musicisti hanno formato l’ossatura splendida del nuovo volto del gruppo, ma, come spesso è successo nella storia della band, questa incarnazione non è durata a lungo e Haskell e McCulloch se ne sono andati ancora prima dell’uscita del disco, a quanto pare insoddisfatti della direzione musicale che il gruppo stava prendendo.
“Lizard” è senza dubbio l’album più jazz che la band abbia mai fatto. Secondo me è anche il loro disco più ignorato e frainteso dalla maggior parte dei fan, soprattutto per via degli arrangiamenti jazz fusion incredibilmente vari, che rendono il disco estremamente complesso, anche per gli standard del gruppo. Proprio per questo “Lizard” è forse addirittura il loro album più complesso e, per l’ascoltatore medio, piuttosto ostico. Questa combinazione di jazz fusion, scena di Canterbury e atmosfera pastorale genuinamente celtica (soprattutto nella title track) non è stata ripetuta in nessun album successivo, ed è proprio per questo che “Lizard” resta una cosa a parte nella loro discografia e un capolavoro che solo dopo anni ha ottenuto il riconoscimento che meritava, conquistandosi un posto tra i migliori dischi della band. Gli elementi jazz fusion occupano quindi uno spazio importante in questo album e tutti gli amanti del genere ne rimarranno entusiasti, né più né meno dei fan del rock progressivo sinfonico. I testi di Sinfield in questo disco sono tra i suoi migliori e contengono alcune delle sue opere metafisiche più visionarie. L’intero album ha un’atmosfera misteriosa, da scriptorium medievale pieno di libri mistici, ognuno dei quali racconta la sua storia.
L’energica opener “Cirkus” è il brano più famoso del disco: si apre con la voce di Haskell, misteriosa e quasi sussurrata, prima di scivolare in un motivo, nell’atmosfera quasi “malvagio” e inquietante, suonato sul mellotron di Fripp. I versi si intrecciano in modo drammatico lungo tutto il brano attorno a questo motivo, e Fripp rincara la dose con alcuni dei suoi migliori passaggi alla chitarra acustica. A tutto questo si aggiunge l’assolo sfrenato di Collins al sax e l’atmosfera diventa tesa fino alla fine. Con il testo di Sinfield, metafisico ma anche estremamente sarcastico, su circo, clown e camaleonti, metafore della corruzione dell’innocenza (il brano dice che “la vita in fondo è un grande “circo” pieno di clown di ogni tipo, che indossano e cambiano continuamente maschere”), questo pezzo, che si chiude con un’apoteosi cacofonica degli strumenti, è senza dubbio uno dei classici della band.
I due brani successivi poggiano su un ritmo jazz sparpagliato. Entrambi sono pieni di umorismo sarcastico nei testi e in entrambi la voce di Haskell è distorta con un effetto del VCS3. “Indoor Games”, basata su un ottimo ritmo jazz fusion, ha un bellissimo testo di Sinfield, allusione all’edonismo della moderna società aristocratica britannica. La risata maniacale di Haskell alla fine del pezzo è divertente, ma dopo vari ascolti può cominciare a dare sui nervi a parecchia gente, a chi non sopporta il vero umorismo “alla Zappa”. Più tardi Haskell ha spiegato che a farlo ridere era stata l’incapacità di capire il testo di Sinfield e, di conseguenza, di cantare il verso finale “hey ho”, che lo mandava ai matti.
“Happy Family” è un altro brano jazz fusion d’avanguardia, anche per gli standard di questa band. È dedicato alla rottura dei The Beatles, cosa evidente sia dal testo ironico di Sinfield sia dalla copertina dell’album (guardate la lettera I in copertina). Nel testo i Beatles compaiono come “Judas” (Paul McCartney), “Rufus” (Ringo Starr), “Silas” (George Harrison) e “Jonah” (John Lennon). La voce di Haskell qui è completamente immersa nell’effetto VCS3 e risulta quasi irriconoscibile. Un pezzo che per spirito è imparentato con alcune cose jazz di Frank Zappa.
La deliziosa ballata romantica, da trovatore medievale, “Lady Of the Dancing Water” offre un vero contrasto di stile rispetto al brano precedente ed è sicuramente il pezzo più luminoso del disco, con la voce sognante e romantica di Haskell, la chitarra acustica di Fripp e il bellissimo, melodico flauto di Collins. È una delle ballate più belle della storia della band e un ottimo antipasto per il finale maestoso che la segue. Secondo me Haskell era un cantante molto bravo nei pezzi che non richiedono tanta abilità tecnica ma calore ed espressività emotiva. Nella band semplicemente non ha avuto la vera occasione, né è rimasto abbastanza a lungo, per affermarsi come bassista e cantante. La sua voce negli anni è migliorata parecchio dal punto di vista tecnico e proprio negli ultimi anni sta avendo successo commerciale con la carriera solista.
Segue una vera favola per tutti gli amanti del buon jazz fusion. È la title track, un super epic bombastico di oltre 23 minuti, “Lizard”, che è sicuramente l’opera più ambiziosa della storia della band e anche il brano più lungo che abbia mai registrato. È diviso in quattro sezioni e tre sottosezioni. Il testo metafisico di Sinfield parla del calvario di un leggendario principe al servizio del “re scarlatto” Federico II (figura storica), che insieme ai crociati parte per un sanguinoso scontro con i mongoli, ma prima della battaglia, già che c’è, fa i conti con la “lucertola” (cioè il drago). La sezione d’apertura dell’epica, “Prince Rupert Awakes”, ha un ottimo ritornello principale con un ospite speciale alla voce solista, che non è nientemeno che Jon Anderson (Yes), che proprio in quel periodo stava cercando, senza successo, di convincere Fripp a coprire il posto vacante di chitarrista negli Yes. La voce di Anderson qui è diversa, suona diversa da come siamo abituati con gli Yes. È un po’ più misteriosa, su un registro più basso e, per i suoi standard, persino leggermente cupa, per niente angelica, ma non per questo meno esoterica. Questo suo modo di cantare si incastra alla perfezione in tutta la sezione. L’ottimo ritornello di Anderson “Burn the bridges, burn the water-stake the lizard by the throat” è senza dubbio uno dei più marcanti della storia della band. Poi arriva il ritornello “folky”, con battimani e la voce giocosa di Anderson, che in un attimo ti fa rivivere davanti agli occhi la festa dei “perenni allegroni e figli del sole” degli Yes (in confronto ai King Crimson). Senza dubbio la parte di “Prince Rupert Awakes” piacerà ai fan di entrambe le band. Presto si arriva all’uscita su mellotron e fiati e l’atmosfera torna a essere meno ottimista e misteriosa. Il corno di Robin Miller annuncia la seconda sezione dell’epica, intitolata “Bolero-The Peacock’s Tale”, che per me personalmente è la parte preferita dell’intera composizione. Un’atmosfera orchestrale meravigliosa e arrangiamenti jazz fusion che se la giocano con il meglio del genere. Questa parte dell’epica è il campo di gioco in cui gli altri artisti, cioè i musicisti ospiti Tippett, Miller, Charig ed Evans, mostrano il loro talento nella luce migliore. Mentre suonano sopra il ritmo di batteria di McCulloch, basato su elementi del bolero, i fiati occupano un grande spazio e creano ottimi assoli jazzy attorno al tema centrale. Poi parte la terza sezione, “The Battle Of Glass Tears”, divisa in tre sottosezioni (Dawn Song, Last Skirmish, Prince Rupert’s Lament). “Dawn Song” si apre con il corno inglese di Robin Miller, a cui presto si unisce la voce malinconica e cupa di Haskell. Si crea un’atmosfera misteriosa e tesa, che preannuncia l’inizio della battaglia. La sottosezione successiva, “Last Skirmish”, è una vera battaglia tra fiati (Collins suona il flauto da maestro), il mellotron di Fripp e la batteria di McCulloch, ed è sicuramente il punto strumentale più alto dell’epica, durante il quale si può persino sentire il motivo centrale di “Cirkus”. Se “Last Skirmish” rappresentava lo scontro, “Prince Rupert’s Lamnet” mostra la fine del sanguinoso combattimento, con i cadaveri che marciscono sul campo e tutta l’insensatezza della battaglia che viene a galla. La sezione ritmica funebre, rinforzata dai fiati, si adatta a quest’atmosfera e quando Fripp finalmente attacca con la chitarra elettrica, dopo essersi aggrappato per gran parte dell’album all’acustica, è chiaro che la composizione si avvicina alla conclusione. Fripp è un ottimo chitarrista acustico e per certi versi è un vero peccato che negli anni successivi all’uscita di questo disco abbia cominciato ad abbandonare l’acustica, o che oggi non la usi proprio più. “Big Top” è la chiusura della suite e al tempo stesso la chiusura dell’album. Ha un finale sarcastico, da carnevale, come se qualcuno stesse prendendo in giro apposta l’intera epica, ed è già basato sull’autoparodia. Forse questa parodia conclusiva punta all’insensatezza dell’intera battaglia e serve da sberleffo strumentale alla stupidità umana. Questo motivo carnevalesco è in realtà il motivo modificato e rielaborato che segna l’inizio dell’opener “Cirkus”, e così il cerchio si chiude.
La copertina dell’album è di nuovo eccellente. Le lettere sulla copertina e sul retro del disco compongono il nome della band in ornamenti medievali. Cioè la parola “King” sul retro dell’album e “Crimson” sul fronte. Ogni tema grafico dentro una lettera rappresenta uno dei concetti lirici di Sinfield, ovvero un singolo brano dell’album.
“Lizard” è uno dei miei album preferiti, non solo dei King Crimson ma del rock progressivo in generale, e a ogni nuovo ascolto vi ripagherà con qualcosa di nuovo. È l’album più ambizioso e uno dei migliori della band, e un disco che ripaga enormemente dopo ripetuti ascolti. Gli arrangiamenti sono talmente tanti e talmente vari che molti li sentite solo dopo diversi ascolti. Rispetto ai primi due dischi della band, che dal punto di vista stilistico erano ancora abbastanza simili tra loro, qui si nota un grande salto di stile. “Lizard” è un album completamente diverso dai primi due e completamente diverso da tutto quello che la band ha pubblicato dopo. Sono dovuti passare molti anni prima che emergesse tutta la grandezza di quest’opera monumentale. Se Richard Wagner e Miles Davis fossero ancora vivi e avessero mai collaborato, di sicuro avrebbero scelto la versione di allora dei King Crimson come band d’accompagnamento.
Formazione
Gordon Haskell – basso & voce
Robert Fripp – chitarra, mellotron, tastiere elettriche & devices
Mel Collins – flauto & sassofono
Andy McCulloch – batteria
Peter Sinfield – testi, VCS3 & concept grafico
Musicisti ospiti:
Robin Miller – oboe & corno inglese
Mark Charig – cornetta
Nick Evans – trombone
Keith Tippet – pianoforte & piano elettrico
Jon Anderson (Yes) – voce ospite su “Prince Rupert Awakes”
Produzione
Robert Fripp & Peter Sinfield
Tracklist
1. Cirkus(including Entry of the chameleons) (6:28)
2. Indoor games (5:41)
3. Happy family (4:16)
4. Lady of the dancing water (2:44)
5. Lizard: a) Prince Rupert awakes (4:36)
6. b) Bolero – The peacock’s tale (6:39)
7. c) The battle of the glass tears (10:58)
i) dawn song
ii) last skirmish
iii) Prince Rupert’s lament
8. Big top (1:13)
Durata dell’album: 42:35