Sperimentazione sonora nella migliore cantina di Lubiana (K4)
Luogo: Klub K4 / Lubiana
Data del concerto: 11.10.2012
Numero di spettatori: 200
Prezzo del biglietto: 10 € in prevendita / 13 € il giorno del concerto
Mentre dall’altra parte di Lubiana (CUK Kino Šiška) si teneva il concerto del celebre batterista jazz Jack DeJohnette (Miles Davis, Joe Henderson, John Scofield…), noi eravamo nella migliore cantina di Lubiana ad assistere all’esibizione di uno dei produttori più interessanti del momento in ambito sperimentale, il signor Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). Il K4 si sta finalmente risvegliando anche sul fronte dei concerti, verrebbe da dire. La maratona di club di Radio Študent (link al reportage) ha interrotto un periodo di ben dieci anni di ”non-concerti”. Il posto che negli anni Novanta era il vero sinonimo di concerti alternativi, con il tempo è stato destinato solo a eventi di stampo club (perlopiù musica elettronica da ballare). E se Oneohtrix Point Never si fosse esibito completamente da solo, senza ‘band prima e dopo’ (Ontervjabbit, Your Gay Thoughts), anche stavolta sarebbe stato molto più facile etichettare la serata come un evento da club che come un concerto classico. Comunque sia, il K4 con la nuova stagione e il nuovo team di programmazione ha ricominciato a ragionare in grande, aprendosi anche ad (altre) forme di musica dal vivo (in passato le eccezioni erano alcuni ”live-act” elettronici).
La serata è cominciata con un bel ritardo. Sul palco del grande ”floor” è salito per primo il duo di casa di Hrastnik, gli Ontervjabbit. Sono formati da Neven M. Agalma e Domen Učakar. Il duo ci ha servito un’interessante combinazione di ”noise” futuristico, derive ”drone” cupe e rumori ad alta frequenza, il tutto sostenuto da una dose bella robusta di basso potente. Le casse hanno creato una risposta ”vibra” che ci ha scosso fino alle ossa. L’impatto di questa massa sonora così specificamente astratta è estremamente impegnativo e chiede all’ascoltatore (critico) un livello di concentrazione altissimo. Musica shock, musica d’esperimento, laboratorio sonoro che però, proprio attraverso la sua espressione faticosa e non convenzionale, può portarti a una particolare forma di piacere musicale: il piacere di scoprire mondi sonori nuovi, ancora inesplorati. Il loro paesaggio sonoro è pieno di giochi con le sub-frequenze, dinamiche in crescendo, brevi frammenti melodici (che prima o poi venivano trasformati fino a diventare irriconoscibili) e uso di vari effetti e sintetizzatori. Il suono si descrive al meglio come una specie di miscela di urla ”da arpia” ultraterrene e del ronzio violentemente intenso di uno sciame di api. La gente si è radunata lentamente nel locale e verso la fine dell’esibizione si cominciavano già a intravedere i primi contorni della folla piuttosto numerosa che sarebbe arrivata più tardi. Il set del duo è durato circa mezz’ora e in questo tempo ci ha introdotti a dovere nel mondo del sottosuolo musicale sperimentale. Alla fine una parte del pubblico si è spostata sul piccolo ”floor”, dove, prima del set del nome della serata, scaldava la sala un DJ della generazione più giovane, membro del collettivo lubianese DMNP (Don’t Make New People), Jaka ‘žakpižon’ Golob.
Dopo questa base sperimentale d’apertura, era arrivato il momento dell’eroe della serata. Almeno così sembrava prima dell’esibizione. Dietro il nome Oneohtrix Point Never si nasconde Daniel Lopatin di Brooklyn. È attivo sulla scena dal 2007 circa e in questo periodo ha pubblicato sei lavori; gli ultimi due, gli album ‘Returnal’ e ‘Replica’, hanno avuto grande risonanza presso la critica. Di quest’anno ci ricorderemo soprattutto per la collaborazione con il musicista canadese Tim Hecker e per il loro eccezionale album ambient ‘Instrumental Tourist’. Lopatin è noto per la produzione fatta in casa (approccio ”Do-it-yourself”) e per una carica creativa incredibile. Da quando è apparso sulla scena non passa anno senza che crei qualcosa. Stavolta, però, il suo set ha lasciato dietro di sé una reazione mista e interessante: ha entusiasmato e deluso allo stesso tempo. Dipende dal punto di vista da cui si guarda l’esibizione. Attraverso la lente dei criteri concertistici tradizionali, questo è stato decisamente un approccio molto particolare, che non soddisfa i criteri di un concerto riuscito. Oneohtrix Point Never non ha stabilito alcun contatto con il pubblico, non ha cercato una reazione (rumorosa), e non ha nemmeno lontanamente provato a calarsi nei panni dello ”showman”. La gente non si lanciava in gesti espressivi, salti e follie senza freni, ma per lo più ondeggiava da una parte all’altra, sul posto, dolcemente e con aria sognante. Il suo set non era un piacere per gli occhi (lui-al-computer, visual poco visibili e per niente entusiasmanti), ma era tanto più affascinante per le orecchie. Va ammesso che dal tizio lassù non ci aspettavamo granché, eppure una forma di concerto così spenta non la vedevo da un pezzo. Dietro al computer sembrava un DJ da club stufo, costretto a mettere sempre la stessa musica sotto dettatura. Per anni e anni. Ma è proprio sul contenuto musicale che questa interpretazione inciampa. Oltre al fatto che non si tratta della solita musica da ballo da club, la sua musica è lontanissima dall’essere noiosa o addirittura generica. La produzione di Lopatin si distingue per la sperimentazione con diversi schemi musicali, che spesso generano e aprono campi e orizzonti musicali del tutto nuovi. Il suo paesaggio sonoro sensibile può portarci in angoli dell’anima anche molto profondamente sepolti, risvegliandoli e liberandoli. Ha un effetto meditativo, ci calma e ci stimola. Come una lunga passeggiata nel (vecchio) bosco, in cui i nostri unici interlocutori sono alberi antichi. Questi lunghi passaggi ambient vengono spesso interrotti da vari sfoghi ”noise” (nella mia metafora ”boschiva”: animali del bosco che ci attraversano la strada) oppure da ”sample” delle tradizioni musicali più disparate (per esempio musica africana e araba). La scaletta era composta da materiale noto, che dal vivo per lo più non si discostava granché da quello che conosciamo dai dischi. Almeno non in modo sostanziale (c’era comunque un po’ di gioco con gli effetti e qualche adattamento (trasformazione) live di alcuni brani). Oltre ai pezzi già noti, ci ha proposto anche un po’ di produzione nuova, brani sconosciuti che probabilmente vedranno ufficialmente la luce nel prossimo anno. Da quanto abbiamo sentito, si preannuncia la prosecuzione di una musica (e di una storia) dinamica, sublime, sperimentale, che in gran parte ha impostato nel 2009 con l’album ”Rifts”.
La serata non si è chiusa con il set dell”’headliner”, ma con una giovane band slovena che si chiama Your Gay Thoughts. La formazione è composta da Gregij al basso, alla voce e al computer, Fejzo alla batteria e Mina Fina, che si occupa dei visual. Si tratta quindi di un progetto audiovisivo, a cui dà un’impronta particolare con i suoi testi anche il noto giovane poeta americano Michael Tomas Taren. La band è attiva da circa un anno e mezzo e per la primavera del 2013 sta preparando il suo primo EP. Dicono di suonare post-pop. Questa misteriosa definizione di genere ci dice solo che creano la loro musica in relazione all’eredità della cultura musicale popolare (in senso lato), ma che grazie all’approccio artistico interdisciplinare in molti aspetti la superano. Includere diverse forme d’arte nel proprio lavoro è da sempre una caratteristica delle band, ma una costruzione di ponti tra le arti così visibile, marcata e a modo suo radicale è molto rara nel mondo della musica popolare. È più tipica dei vari rappresentanti dell’arte contemporanea. Però gli Your Gay Thoughts da questo punto di vista non oltrepassano mai il confine. Restano in una specie di spazio artistico intermedio (”vmesniki”), che è allo stesso tempo troppo radicale per una semplice gergalizzazione pop, ma non abbastanza per entrare davvero nel campo dell’arte contemporanea (forse in futuro ci aspetta anche questo). I loro primi brani promettevano un’immagine post-punk piuttosto convenzionale e diretta, mescolata con elementi ambient e noise. I brani più recenti mostrano già un certo distacco, i giochi con effetti, sample e altri ”gadget” sono diventati una costante. Il paesaggio sonoro si apre e non è più chiuso nelle strette catene di genere. Gli strumenti classici sono in continuo dialogo con la tecnologia moderna ed è proprio questa ”polarizzazione”, questo movimento, questa conversazione tra un polo (analogico) e l’altro (digitale), a creare le premesse per un potenziale salto di qualità. Anche dal vivo si è visto che i pezzi più recenti hanno una carica creativa maggiore rispetto al materiale più vecchio, che però ha il vantaggio di essere in gran parte già ben (ri)collaudato e quindi dal vivo suona meglio. All’inizio dell’esibizione la band ha avuto qualche problema tecnico e anche la parte visiva, di cui nel gruppo si occupa in particolare Mina Fina (che è presente sul palco con i ragazzi!! – interdisciplinarità…), non è emersa a dovere a causa delle luci scarse e di una tenda tirata male. L’allestimento scenico è stato piuttosto spento per tutta la serata, solo gli Your Gay Thoughts gli hanno dato un po’ di vita con una meravigliosa ornamentazione floreale (tra i capelli di Gregij). La band è un’interessante unicum nel panorama musicale sloveno, ma ha ancora una lunga strada da fare prima di trovare una propria forma d’autore.
La serata è trascorsa in un clima rilassato e possiamo dire che sia andata piuttosto bene. La scaletta degli artisti all’inizio sembrava un po’ insensata e magari persino svantaggiosa e poco generosa con l’ultimo gruppo, ma le mie prime previsioni si sono rivelate in seguito infondate: il pubblico, dopo la fine del set di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), infatti non è tornato a casa, ma in numero più che sufficiente si è concesso anche al terzo artista. Se il K4 sistemasse anche le condizioni delle luci, potrebbe davvero tornare a essere la casa, ovvero il luogo ideale di presentazione per numerose band alternative di casa (e straniere).
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