Stained Glass Stories

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Cathedral
Etichetta: Delta Records
Uscita: year
Durata: 45:25
Voto: 4/5

I Cathedral sono una di quelle band prog americane di culto che a fine anni Settanta sono state spiazzate dai nuovi trend musicali, legati al calo d’interesse per il rock progressivo, prima ancora di riuscire a garantirsi un’esistenza più duratura sulla scena. Per l’oscura scena prog americana degli anni Settanta fu una bella botta, perché non si trattava solo di musicisti dal talento fuori dal comune, ma di una delle rarissime band a stelle e strisce a coltivare un approccio compositivo e sonoro totalmente europeo, tanto che parecchia gente pensa per errore che siano un gruppo inglese. Per grado di complessità erano del tutto paragonabili ai piuttosto sperimentali Yezda Urfa e spesso andavano oltre gli sbalzi improvvisativi dei più noti colleghi prog americani, con in testa Kansas, poi Happy The Man, Todd Rundgren’s Utopia e Ambrosia.

Negli anni Settanta i Cathedral riuscirono a pubblicare un solo album, »Stained Glass Stories«, prima di sparire per lungo tempo nei meandri della storia. Su »Stained Glass Stories«, uno dei risultati migliori della scena prog rock americana dei Settanta, in ogni singola composizione si sentivano le influenze della falange di punta del prog britannico, da Yes, Genesis, King Crimson, ELP fino a Gentle Giant, quindi dei Cathedral non si può parlare come dell’ennesima tipica band prog sinfonica americana, tipo gli Starcastle, che giuravano sulla melodia e suonavano spesso come una copia quasi perfetta degli Yes. I Cathedral a tratti suonavano cupi e oscuri, perfino cacofonici, e tra una sfumatura ritmica e l’altra amavano buttarci dentro la poliritmia, proprio come facevano a suo tempo i Gentle Giant.

Il chitarrista Rudy Perrone aveva uno stile di gioco molto simile a quello di Steve Howe (Yes), mentre il bassista Fred Callan era sotto l’evidente influsso di Chris Squire (Yes), per cui certe sezioni dei brani ricordano momenti scelti di classici degli Yes come »Relayer« (1974) o »Going For The One« (1977). La voce barocca di Paul Seal ricorda un po’ quella di Derek Shulman (Gentle Giant), il che significa che si tratta di un modello vocale davvero raro. L’unica cosa che mancava a Seal era il carisma di Derek, ed è per questo che il suo canto, sul piano emotivo, suona spesso un filo freddo. Il tastierista Tom Doncourt, che punta soprattutto su mellotron e sulla tecnologia dei sintetizzatori di allora, era il membro più unico della band per approccio d’arrangiamento e improvvisazione, mentre il batterista, con uno dei nomi più bizzarri di sempre, Mercury Caronia IV, era praticamente un jazzista puro.

La produzione dell’album era ottima, soprattutto per l’epoca. »Stained Glass Stories« è composto da due pezzi più lunghi, che con un po’ di fantasia si potrebbero definire mini EP, e da tre composizioni di durata media, normale (meno di dieci minuti) per una band di rock progressivo. L’iniziale »Introspect nella parte d’apertura contiene una lunga sezione strumentale con tante improvvisazioni sparse in cui si sente un approccio da jazz rock fusion, anche se i dinamici passaggi di sintetizzatore di Doncourt e le imprevedibili variazioni chitarristiche di Perrone aggiungono subito una bella spruzzata di rock sinfonico. Nelle sezioni più calme, quando entrano le onde di mellotron, Seal raggiunge qualche registro vocale relativamente alto, per il resto la parentela con Derek Shulman è più che evidente. I passaggi tra sezioni quiete e sezioni paranoiche, con tanti inserti improvvisativi caotici, sono frequenti e del tutto inaspettati. Una bella sorpresa è il finale acustico, uno dei rari momenti sottili del pezzo d’apertura.

»Gong«, incoronata da un’atmosfera sinistra, è un altro stacco totale, verso una specie di ‘settima dimensione’, dove la band tra un’ondata di mellotron e l’altra non risparmia improvvisazioni selvagge, variazioni ritmiche spezzate e cambi di tempo improvvisi. Un po’ di sottigliezza la portano le maestose onde di sintetizzatore, il suono dei campanellini e gli accordi pastorali della chitarra acustica, dove a ogni passo si sente che Perrone adorava Steve Howe quasi in modo fanatico. »The Crossing« si apre con armonie corali dal sapore sacrale, che calzano a pennello con il nome della band, poi si passa a una sezione spiritosa con un canto di umore beffardo e tanti arrangiamenti pastorali. Passaggi jazzati alla batteria e battagliere improvvisazioni di chitarra si completano alla grande con i fluidi sipari di tastiere, mentre la band non riesce proprio a decidere se portare questo pezzo interessantissimo verso acque epiche o verso un ambient caotico. Alla fine si decidono comunque per un finale epico a base di mellotron.

»Days & Changes« si apre con l’a cappella spavalda di Seal, che suona come se l’avesse cantata sotto la doccia, poi entra un arrangiamento di chitarra sottile, seguito da eteree texture di tastiere e linee di basso ispessite, mentre la dinamica della batteria è di nuovo al livello di una qualche band jazz rock fusion. Stavolta il tastierista Doncourt si dà alla pazza gioia stendendo epici sipari di mellotron e crea di conseguenza un’atmosfera davvero grandiosa, mentre la coppia ritmica, in assetto da battaglia, spinge di continuo verso sfere più caotiche. Perrone con le sue acrobazie chitarristiche resta sempre diviso tra ‘due mondi’, ma col tempo diventa un fattore importante nell’indirizzo sempre più melodico della parte finale di questo brano tumultuoso.

Il melodrammatico epilogo »The Search«, che è anche il traguardo più ambizioso dell’album, si apre con arrangiamenti epici di mellotron e chitarra, e non mancano certo le possenti armonie corali. Il tutto ricorda parecchio il battito ambient di una qualche saga fantasy. Nel momento in cui entra la voce teatrale di Seal domina una breve sezione folk, poi i Cathedral fino alla fine del brano alzano la tensione di un dramma ambient, e tra lo scatenato sgobbare della sezione ritmica si ‘sfogano’ per bene la magnificenza sinfonica generale e il regno di ingegnose improvvisazioni di chitarra.

Al culmine delle loro forze, i Cathedral reggevano tranquillamente il confronto con i migliori nomi del prog rock europeo. La prova è »Stained Glass Stories«, una delle reliquie più spesso dimenticate e solitarie dell’oscura scena progressive rock americana. Lavori così complessi, imprevedibili e lucidi nelle ‘fucine’ delle band prog americane degli anni Settanta ne sono nati davvero pochi, quindi i membri dei Cathedral possono andare fieri ancora oggi di questo raro traguardo. Quando, verso la fine del XX secolo, l’interesse per il rock progressivo ha ricominciato a crescere, anche i Cathedral hanno lentamente iniziato a ‘risvegliarsi’. Dopo essersi rimessi insieme, ma con un nuovo chitarrista, David Doig, al posto di Perrone, nel 2007 hanno finalmente pubblicato il loro secondo album in studio.

Formazione

Paul Seal – voce, percussioni, bass pedal
Tom Doncourt – tastiere, percussioni
Rudy Perrone – chitarra a 6  e 12 corde, voci di accompagnamento
Fred Callan – basso, bass pedal
Mercury Caronia IV – batteria, percussioni

Produzione

Cathedral

Tracklist

1. Introspect (12:35)
2. Gong (7:00)
3. The Crossing (5:55)
4. Days & Changes (8:35)
5. The Search (11:20)

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