Steel Umbrellas

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Saga
Etichetta: SPV Records
Uscita: 1994
Voto: 2/5

“Steel Umbrellas” è un ottimo esempio di come l’improvvisa voglia di guadagnare in fretta e senza fatica possa partorire un lavoro mediocre, indegno di tutto ciò che la band aveva fatto fino a quel momento. La risposta alla domanda su come i leggendari art rocker canadesi Saga siano riusciti, a un solo anno dall’ottimo “The Security Of Illusion” (1993), uno dei loro dischi migliori, quello che aveva entusiasmato la stragrande maggioranza dei fan, a sfornare un album così incomprensibilmente debole e scialbo sta nell’odore dei bigliettoni, e anche nella voglia di provare un nuovo studio. Il progetto non è mai nato come un vero album dei Saga, e c’è ancora chi lo guarda da quest’angolatura, cercando almeno di addolcire un po’ un crollo creativo fin troppo evidente. Quell’anno la band aveva infatti ricevuto un’offerta davvero allettante: comporre la colonna sonora di una breve serie TV d’azione americana, “Cobra”, con Michael Dudikoff protagonista (non fate domande…la sceneggiatura perfetta per un disastro artistico di prima categoria). Dopo aver ceduto al profumo dei soldi e ai lustrini di Hollywood (per fortuna la prima e ultima volta in carriera), si sono messi a registrare musica da film da usare nei vari episodi. Alla fine ne è stata usata solo una piccola parte, per giunta senza voci.

Dopo il ritorno in grande stile alle radici prog rock dei due album precedenti, probabilmente nessun fan si aspettava nemmeno lontanamente che la band tornasse di nuovo al pop. Uno shock bello e buono, certo, ma neanche lontanamente il problema principale del disco, visto che in passato hanno dimostrato più volte di saper fare anche del buon pop. Triste ma vero: la maggior parte dei pezzi suona come se i membri della band non ci mettessero davvero il cuore. La logica del denaro ha evidentemente avuto la meglio sullo slancio artistico e sulla voglia di esplorare che li aveva sempre spinti avanti fino ad allora. Di elementi prog rock stavolta non troverete traccia nemmeno con la lente d’ingrandimento: sul disco domina per lo più un pop rock/funk, ovvero AOR, con un forte retrogusto anni ’80 (di nuovo uso massiccio di percussioni elettroniche e sintetizzatori…insomma, una regressione artistica). La batteria di Negus stavolta è quasi completamente castrata, Gilmour non si concede nemmeno un assolo di tastiere degno di nota, tutto gira a tempo medio mentre la chitarra di Ian è stata volutamente spinta più indietro in fase di produzione, perché il disco non suonasse troppo aggressivo. Perfino Sadler stavolta risparmia le sue solite prestazioni e per lo più preferisce restare su tonalità più rilassate, né troppo alte né troppo basse. Il basso di Jim, intanto, si muove perlopiù su morbidi ritmi funky.

Hanno fatto davvero di tutto per suonare il più semplici e accessibili possibile al grande pubblico. Hanno persino ingaggiato due coriste per suonare ancora più amichevoli con le onde di radio e TV. Di ballad d’amore patetiche, ovviamente, non c’è penuria. Col pop si erano già misurati in passato, ma allora ci mettevano tutto il cuore e creavano lavori che all’ascolto lasciavano il segno. Dopo ogni ascolto di “Steel Umbrellas”, invece, resta un grande vuoto, perché alla stragrande maggioranza dei pezzi manca la tipica energia dei Saga. Eppure restano musicisti eccellenti che, anche quando il cuore non c’è e prendono tutto come un’occasione per far soldi facili, mostrano di essere maestri dei loro strumenti. Per questo il disco non è del tutto privo di sprazzi positivi: per lo più sono rari momenti d’ispirazione con ritmi jazz o funk per loro atipici. Purtroppo, però, dei veri Saga progressivi non c’è traccia, e alla fine l’album annega in un mare di pezzi pop noiosi e piuttosto monotoni. Nel complesso suona come una raccolta retrò di cliché pop anni ’80 e riflette una regressione artistica fatta a tavolino. Non avrei mai creduto che i Saga potessero suonare noiosi, eppure “Steel Umbrellas” ne è la prova vivente. La produzione, d’altra parte, è la perfezione fatta disco, e questo è uno dei rari pregi dell’album.

Ad aprire il disco è “Why Not?”, un solido art rocker, il pezzo più vicino ai Saga classici e quindi anche il migliore del lotto, anche se dentro c’è quel tema d’apertura ormai quasi cliché, tipico delle serie TV anni ’80. Ian, purtroppo relegato nelle retrovie, salva il disco dal crollo totale con i suoi riff inconfondibili e qualche breve fuga solista. Qua e là spuntano le tipiche melodie Saga, ma il tutto è troppo molle e chiuso nei confini del pop. I testi sono per lo più catastrofici, tutti cliché amorosi. “(You Were) Never Alone” è un altro tipico pezzo pop rock che forse negli anni ’80 gli avrebbe pure portato un hit, ma sarebbe esagerato paragonarlo ai loro successi di allora. Quelli non suonavano mai patetici e avevano una buona dose di potente energia e di sperimentazione, che qui non trovo. È già una vera sorpresa quando, a un certo punto, spunta un ottimo assolo di chitarra. “Bet On This” è un disastro AOR completo, con ritmo funky (tutto a tempo medio, ovviamente, con Negus che dietro le pelli sembra mezzo addormentato), testo insulso e una ripetitività ritmica che non porta da nessuna parte. “Shake That Tree”, cantata dal tastierista Jim Gilmour, è uno dei momenti più luminosi del disco e uno dei pochi pezzi pop riusciti, capace perfino di ipnotizzare l’ascoltatore. Il merito va soprattutto al bel ritornello a più voci (stavolta le voci femminili di accompagnamento funzionano alla grande), portato avanti da un riff energico e da buone tappezzerie ambient di sintetizzatori.

Purtroppo subito dopo arriva “Password Pirate/Access Code/Password…”, uno dei peggiori disastri sintetico-elettronici che abbiano mai prodotto, una vergogna per la band (una roba del genere non se la sono mai concessa nemmeno negli anni ’80, quando andava di moda!). Un ritmo del tutto sterile e sintetico, come uscito da una drum machine, suoni elettronici di pessimo gusto e un testo scemo. Candidato forte a peggior pezzo della loro carriera. “I Walk With You” è una ballad AOR piuttosto patetica. Da una band come i Saga non sono abituato a ballad così patetiche, ma stavolta anche la voce di Michael suona incomprensibilmente priva della sua solita espressività, e si sente benissimo che il cuore non c’era. Nella riedizione del disco la band ha sostituito, per motivi ignoti, l’atipica ma solida “(Walking) On Thin Ice” con “Push It”. Quest’ultima parte in modo promettente, con un po’ di quella magia Saga che sul disco si fa sentire a malapena, anche se di nuovo non è un pezzo davvero nelle loro corde. Però conserva almeno un po’ della loro tipica vivacità ritmica, la voce è di nuovo quella “giusta”, col cuore dentro, e ci sono anche degli ottimi ricami di chitarra. Uno dei momenti migliori del disco, dove si vede di cosa sono capaci quando vogliono. “Steamroller” è un esperimento funk rock piuttosto atipico, quasi bizzarro, che alla fine riesce persino bene. Puro ritmo funk al basso, il pezzo che coglie meglio lo spirito “hawaiano” della copertina. “Say Goodbye To Hollywood” è un’altra ballad romantica, stavolta con la voce di Gilmour, che con il suo timbro “angelico” ci sta piuttosto bene. Parecchio sdolcinata, ma comunque ancora digeribile. La conclusiva “Feed The Fire” è una gran noia: sempre lo stesso motivo ripetitivo, di nuovo quel ritmo funky al basso che domina su quasi tutto il disco, nessuna narrazione di raccordo e un ritornello senza interesse. L’unico filo d’aria a ricordare che i Saga sono in fondo una prog rock band è il buon uso delle percussioni elettroniche nella parte centrale.

“Steel Umbrellas” rappresenta un grosso passo indietro artistico rispetto al predecessore, un disco in cui i Saga semplicemente non erano quelli “veri”, perché si trattava più di mettere in piedi un divertente progetto cinematografico che un album vero e proprio (a dire il vero, poche rock band hanno registrato musica da film che funzionasse bene anche come album regolare). “Steel Umbrellas” è lontanissimo da ciò di cui questa band è capace. Non c’è un solo pezzo che possa convincere chi non li conosce che i Saga sono una art band e non una pop rock band. I Saga hanno dimostrato più volte di saper fare del buon pop, ma stavolta la fregola del guadagno facile era evidentemente troppo forte. Speravano in un grande successo commerciale e in una maggiore notorietà, e invece è andata esattamente al contrario. Tanti fan sono rimasti delusi e alla fine il disco ha venduto poco. Se non siete fan o collezionisti, girate al largo da questo album, perché è lontano anni luce dagli standard abituali dei Saga. La copertina è ciò che coglie meglio lo spirito generale del disco, visto che dà il meglio come accessorio da vacanza. Tra le altre cose, può tornare comodo per giocare a frisbee in spiaggia, e a un’eventuale persona simile a quella in copertina sarà di sicuro molto più interessante del suo contenuto sonoro.

Formazione

Michael Sadler – voce
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso, chitarra
Jim Gilmour – tastiere, cori, voce (4,9)
Steve Negus – batteria, percussioni, tastiere

MUSICISTI OSPITI:
Paula Mattioli – cori
Stu Saddoris – cori

Produzione

Saga

Tracklist

1. Why Not? (4:18)
2. (You Were) Never Alone (4:27)
3. Bet on This (3:53)
4. Shake That Tree (4:17)
5. Password Pirate/Access Code/Password… (3:35)
6. I Walk With You (4:01)
7. (Walking on) Thin Ice (4:46)
8. Steamroller (4:12)
9. Say Goodbye to Hollywood (4:33)
10. Feed the Fire (4:13)

Durata album: 42:15

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