Stereo

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Elektrika
Etichetta: Autoproduzione
Uscita: year
Durata: 43:47
Voto: 5/5

Ogni tanto ti capita tra le mani un album con un ritardo clamoroso. Ma questo è un album che spicca. Un album sloveno. Spicca sulla scena slovena, quella che conosce il nostro luna park del rock ‘n’ roll. Del presente, del passato e? Del futuro. Un album così, infatti, ha superato la prova del tempo. È uscito nel 2009, e a farlo sono stati vecchi gatti della musica, stagionati, che capiscono e sanno come deve suonare il rock n’ roll per stregarti all’istante. La parola è una sola. Semplice, ma devastante! Elektrika! Lasciamo parlare solo la musica, allora!

Dopo aver lasciato i leggendari Don Mentony Bend, i musicisti ancora più leggendari Zvone Kukec (chitarra) e Robert Fritsch »Frič« (batteria) hanno fondato gli Elektrika. Ci sono voluti cinque dannati anni dalla fondazione prima che la band, più o meno nel 2006, raggiungesse una stabilità e che la chimica nella formazione ormai consolidata iniziasse a funzionare alla grande. Solo allora il materiale è maturato al giusto livello qualitativo ed è arrivato il momento di pubblicare l’esordio in studio, di cui parleremo in questa recensione. Un album con un titolo dietro cui, come per il nome della band, non si nasconde alcun significato filosofico profondo. La parola è semplice, ma ti arriva dritta in faccia! »Stereo«.

Possiamo dire che »Stereo« sia nato e maturato sotto la forte influenza delle mode musicali di allora nel rock alternativo e nel metal. Se scostiamo i veli dell’essenza musicale dell’album con un po’ più di cesello, scopriamo che dietro il suono e lo stile c’è un’estetica grunge. Solo per orecchie »più raffinate« suona bene. Diciamo meglio: più accessibile. E in quel periodo della prima decade del nuovo millennio, quando prendeva forma il materiale dell’esordio degli Elektrika, a fare scintille sulla scena internazionale, dove avevano »profanato« alla grande le vette delle classifiche, c’erano band come Creed, Incubus, Audioslave, Matchbox Twenty, che diedero vita a una specie di nuovo sottogenere del rock alternativo chiamato post-grunge. Il suono delle chitarre su »Stereo« è grasso, scoppiettante, spoglio, calcia in modo bestiale, indomito e dritto. In faccia. Dal punto di vista della produzione »Stereo« si piazza ben sopra la media degli album di impostazione simile nelle coordinate di genere, se cerchiamo paragoni nella scena musicale slovena. Per un suono così ucciderebbero parecchie etichette (leggi: band) internazionali ben piazzate e riconoscibili – nomi di rango più alto nei generi alter di moda. In questo senso »Stereo« ha fissato un nuovo standard, che a oggi non è stato ancora superato. »Stereo« è la brillantezza art, cesellata alla perfezione, di una confessione rock ‘n’ roll purosangue, di un respiro dalle pulsazioni erettili, volumetricamente in primo piano, e della convivenza di tutti i mattoni del suono. Un massiccio muro sonoro di chitarre spesse e grasse, un basso caldo, agile, nervoso, avvolgente e ultra melodico, che sottolinea con efficacia la »sospensione groove« del disco, e il fragore da cannone della batteria – nella sua sincerità a tratti quasi al limite della demonizzazione rovinosa alla Black Sabbath. Vuoi altro? La voce. Un unicum espressivo assoluto per la scena musicale slovena. L’uso dello sloveno è ottimizzato e la marcata elettrificazione della confessione dell’album è ulteriormente rafforzata (intensificata) dall’interpretazione vocale e dal solo timbro. La voce è di tonalità medio-bassa, virile, ribelle. Ha un vibrato estremamente sensibile e piacevole, che riempie l’atmosfera di un vero momento drammatico, un mix sfrenatamente passionale di dolore, erotismo, autodistruzione: esattamente ciò di cui ha bisogno l’energia di »Stereo«. La voce di Roman Vukina è una voce di grande carisma e dalle caratteristiche espressive uniche. Per questo, oltre all’eccezionale produzione, è una delle prime calamite dell’album, che cattura e ammalia l’ascoltatore senza scampo.

»Stereo« è arte. Di certo è un prodotto del tempo della decade passata, ma è arte. Un manifesto geniale di espressione musicale a cui non puoi aggiungere più nulla, né togliere nulla. Funziona alla perfezione nella sua rifinitura. In ogni dettaglio. In una convivenza perfettamente bilanciata tra un’atmosfera devastante, quasi rovinosa, generata dal pestare sfrenato delle chitarre, e la generazione geniale di una melodicità acuta. I brani, come composizioni, stanno tutti alla pari; l’abbinata strofa-ritornello sale gradualmente di clima fino al culmine atmosferico nel motivo del ritornello, dove si ribalta del tutto l’umore. La dinamica degli eventi sull’album è continua. Anche se l’album nell’espressione è piantato in modo piuttosto »monodimensionale«, nel senso che, trattandosi di un esordio, ha definito fin dall’inizio la propria statura e la propria voce, non riesce a cedere nemmeno per un attimo sul piano espressivo (degli arrangiamenti), perché si porta dietro due maestose palle rock ‘n’ roll. Ascolti un pezzo e ti si costruisce praticamente quasi tutto il quadro degli Elektrika.

 Le incursioni nei »tiri di mezzo tono« delle frasi di chitarra non mollano nel loro rally lanciato dritto nel petto del fondo dell’abisso della perdizione, e sull’album non c’è spazio per infilare favole su un mondo bello e onesto! Quindi niente spazio per l’illusione. »Stereo« ti porta attraverso le porte dell’inferno, anche se nel subconscio dell’ascoltatore risveglia il desiderio di scorgere da qualche parte nell’album la via per il paradiso.   

L’iniziale Dobr prjatu è in sostanza un’odissea di riff affilati alla Black Sabbath (se dovessi misurare dove si sente più demonio sabbathiano »sotterraneo« su »Stereo,« sceglierei il brano Čudn dan – i passaggi dosati alla batteria ricordano in modo sbalorditivo la vecchia scuola di Bill Ward). Già il primo brano dell’album mette in fila contrasti colorati tra figure di riff, un martellare sfrenato di batteria, la cultura del volume e del groove del basso e una voce piena di sensualità e di passione mordace, che si troverebbe benissimo, in qualsiasi momento, nelle acque del grunge. Gli Elektrika cullano quindi in fretta la loro storia dentro un vero teatro drammatico, la cui morsa non allenta fino all’ultimo secondo. Se non prima, nell’atmosfera post-grunge vi porta il secondo brano dell’album – Rojčeva 6. Quella catarsi di distruzione alla Alice in Chains resta sempre nascosta lì vicino, ma la band tiene la sua storia lontana dal rischio di cadere nell’atmosfera di »distruzione potenziale« con una dose generosa di accessibilità melodica per l’orecchio medio. Anche se l’album è intriso di un’atmosfera cupa, gli Elektrika non »torturano« affatto nello stile del taglio di vene tipico delle band di punta di questo genere della prima metà degli anni novanta. L’atmosfera oscura da cavalieri dell’apocalisse, intrisa di un erotismo appassionato, con un mix straordinario di suonato strumentale e natura dell’interpretazione vocale, allinea possibili parallelismi energetici con la passione di certi malinconici spagnoli alla Heroes Del Silencio. Solo che gli Elektrika sono una tentazione slovena. Melos sloveno, album art sloveno. Dalla testa ai piedi. E anche se c’è un’alta probabilità che gli Elektrika, con questo album, avrebbero fatto scintille sulla scena internazionale all’uscita, se fosse stato in inglese, visto che dimostra grande acume d’idee, carattere art e carisma originale, e di conseguenza un flusso energetico fulmineamente rapace, nel pieno del suo rendimento espressivo funziona solo con l’uso dello sloveno. La poesia è perfettamente tangibile, e la maggior parte l’ha scritta per »Stereo« il leggendario artista e poeta Esad Babačič (Via Ofenziva), che ha percepito una straordinaria profondità artistica nella musica degli Elektrika e in questo modo l’ha contrastata e arricchita ulteriormente nei contenuti. C’è poi un altro elemento a cui la band non ha dimenticato di pensare e che ha sfruttato con astuzia per arricchire l’espressione d’autore di questo album. Sullo sfondo dell’immagine di produzione ha piazzato qua e là, con furbizia, un velo di sintetizzatori che potenzia in modo efficace l’alto respiro atmosferico del paesaggio sonoro del lavoro (Vzemi nazaj besede, Neonska dekleta).

Che la band abbia sudato sangue per questo album lo dimostra anche la realizzazione eccezionale del prodotto. Dai loghi all’interno del libretto, fino alla copertina esterna. L’album è uscito anche in formato vinile. Anche questa, semplicemente, è una prova indiretta dell’impegno straordinario degli artisti e della fede profonda nel lavoro che hanno creato. Da questo traguardo musicale spira la testimonianza di un grande amore. E di conseguenza di ciò che conta di più. Sincerità e autenticità.

Segue solo la conclusione filosofica! Qui non c’è posto per gli indecisi, i calcolatori, le sanguisughe senza idee che si nutrono di nascosto dell’autenticità delle idee altrui e cercano di sfruttarle per la propria prosperità, mentre fanno le iene ipocrite. »Stereo« è un album perfetto. Nell’intera magia mostrata di una grande sincerità non è solo il portavoce del tempo della prima decade del millennio scorso, è anche un esempio da manuale per tutte le band slovene di ogni generazione su come bisogna avvicinarsi all’arte musicale nel rock ‘n’ roll. In Slovenia devi assolutamente prendere le cose in mano tu! Restare forte e non conoscere obbedienza per realizzare un’idea originale. Tirare fuori da sé un album di tale indipendenza artistica, come dimostra »Stereo«, in un paese dove Severina riempie i palazzetti più grandi, è un’impresa al di là dei limiti della ragione. »Stereo« è un altro album che è rimasto (purtroppo, com’era prevedibile) ignorato nello spazio culturale e artistico della Slovenia e a tutt’oggi non ha ricevuto il giusto riconoscimento. E non lo avrà. Può riceverlo solo da quel pugno di individui ancora in vita tra di noi che si accostano all’arte musicale con un cuore sinceramente puro e con la maturità di un’intelligenza spirituale ed emotiva, per portare »Stereo« al posto di gloria che gli spetta. Resta da chiedersi se per gli Elektrika valga mai la pena di ripetere in futuro un’altra storia d’autore coraggiosa e originale, che faccia da erede al gioiello chiamato »Stereo«. Purtroppo. Con »Stereo«, però, se non altro per la propria soddisfazione morale, hanno creato un monumentale evergreen, che conserva per sempre la freschezza espressiva di una brillantezza art struggente e mette »Stereo« in cima alla classifica dei migliori lavori musicali della storia del rock in Slovenia!

Formazione

Roman Vukina – voce
Zvone Kukec – chitarra
Bajlo – basso
Robert Fritsch – batteria

MUSICISTA OSPITE:
Denis Beganović – tastiere, arrangiamenti d’archi, cori

Produzione

Zvone Kukec

Tracklist

1. Dobr prjatu
2. Rojčeva 6
3. Elektrika
4. Bič
5. Sama
6. Čudn dan
7. Ruska
8. Tukaj sem
9. Vzemi nazaj besede
10. Neonska dekleta

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