Il grande ritorno sulle ali di Atlas, abbellito dal velo di Maya (2013)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Foto: Jerneja Jerak
Luogo: AKC Metelkova, Gala Hala, Lubiana
Data del concerto: 02.07.2013
Numero di spettatori: 500 – 600
Prezzo del biglietto: 16 € in prevendita / 20€ la sera del concerto
Dopo il primo sbarco della cavalleria dei wunderkind australiani del metalcore, i Parkway Drive, sul palco estivo della Gala Hala di Lubiana, per molti è iniziato un nuovo conteggio. Dopo una sfilza di concerti metalcore, l’esibizione di questo succoso (e, per qualità, dorato come il sole) quintetto rappresenta lo spartiacque con cui separare le solite sbavature da poser da una vera serie di succosa musica metallizzata – lasciamo pure da parte per un attimo se il termine metalcore sia o no appropriato, visto che sotto quella specie di contenitore poco igienico si può ficcare praticamente qualsiasi musica suonata col freno a mano tirato. Un ottimo motivo per l’occupazione del palco estivo della Gala Hala è stato, a una sola settimana dalla convincente dominazione britannica al già terzo Beach Party, il gran ritorno dei maestri che la moda della festa estiva a Lubiana l’hanno anche lanciata – parliamo ovviamente dei buontemponi e positivoni Parkway Drive. Stavolta hanno preso d’assalto il palco della Gala per dare un supporto migliore, più forte e di qualità al quarto disco Atlas, che, almeno in Australia, dopo Deep Blue è già ricoperto da un lucido strato d’oro, mentre da noi, con il disco uscito l’anno scorso, parecchi teenager, ragazzi e ragazze, ma anche rappresentanti più âgé delle generazioni più mature, si accorciano i momenti di una quotidianità riempita di pessimismo.
Io, per parte mia, un motivo in più per passare da Metelkova l’avevo trovato nell’annunciata esibizione degli eccezionali pupilli della Summerian Records, i Veil Of Maya, che per progressività e impatto se la giocano con le eminenze della matematica metal, i Meshuggah, e che insieme ai The Dillinger Escape Plan completano il superbo ventaglio di ritmi più avanzati dell’etichetta madre. Per arrivare ai motivi principali, però, bisognava avere ancora un po’ di pazienza, perché sul palco sono saliti per primi gli HC straight edger neozelandesi Antagonist A.D.. Questi ragazzi, che scuotono e sprigionano un blend di qualità di vecchia scuola HC su nuove basi metalcore, dopo ben cinque album, tre cambi di etichetta e la ricerca del giusto equilibrio tra genericità e ortodossa ruvidezza, loro che rappresentano il vertice della scena di Auckland, si accendono sul palco della Gala in un lampo. Intro di A.D., subito dopo un urlato regolamento di conti con i crimini di guerra e con tutti i portatori capitalisti di terrore – il pezzo War Crimes. Gli Antagonist A.D., dopo il critico 2005, anno in cui un’intera squadra di band locali della terra dei Maori ha gettato la spugna, hanno innestato nella loro essenza un’etica da garage e, nonostante tutti i passi falsi, una raffinata devozione ai valori giusti. La musica senza cuore è morta, e il quartetto neozelandese si oppone sinceramente e con dedizione a tutti gli orgasmi finti e a tutta la costruzione a tavolino. Kris Bosman serve riff di chitarra di qualità e una posa ben studiata davanti all’obiettivo, e a contendergli l’attenzione ci pensano sia il bassista Josh Moffitt sia il tatuato e magrissimo kamikaze in versione cantante, Sam Crocker. Chi commuove e attira meno è proprio il batterista Israel McDean, ma questa è un po’ la maledizione dei musicisti nascosti dietro piatti e pelli. Testi politicamente impegnati e opposizione alla putrefazione culturale occidentale, il tutto intriso di attivismo vegano e di uno sguardo più etico sul mondo – è questa la base su cui si regge un’esibizione tutto sommato godibile, in cui non manca l’aggressività sul palco e nemmeno quella sotto il palco. Il pit discretamente pieno sotto il palco, già dopo un paio di pezzi dell’ultimo disco Nothing From No One, ha mostrato segni di vita. Sam, con le ginocchia alzate fino al mento e il growl gutturale, si prende i monitor frontali, mentre sotto il palco il classico pogo e il moshing risvegliano gli indiani con i primi stampedes circolari. Nonostante tutta la rabbia, però, al tutto manca qualcosa. Gli Antagonist A.D. tirano troppo spesso il freno a mano e, pur con la loro durezza alla Hatebreed, ammazzano la voglia di lasciarsi andare del tutto; in più ci sono i discorsi dal palco di Sam, visibilmente di buon umore ma che col suo accento di Auckland non è proprio comprensibile per la gente ai piedi delle Alpi (diciamocelo – anch’io all’inizio mi chiedevo davvero ingenuamente in che lingua fossero questi monologhi cockney sul palco). Tra gli assi più incisivi di una breve mezz’ora di compendio HC imparato a memoria, a dominare sono stati i suoni di Epsom, a cui ha fatto da contraltare il brillante, un po’ invecchiato, eccesso brutalmente dolce di Wolves And Cowards, che dal vivo però non funziona granché, perché Sam nelle parti parlate non si sentiva quasi per niente, mentre quelle in growl sono state, scommetto, fatali per le sue corde vocali, o lo saranno presto. Il resto del set, per via di una forma piuttosto monotona, mi è rimasto in un ricordo piuttosto nebbioso e indistinto – anche se i ragazzi, ne sono convinto, hanno dato una dose piena di furia e grinta …
Mi stuzzicava di più il seguito! Soprattutto uno dei pilastri portanti della Sumerian Records, l’etichetta da cui una settimana prima erano arrivati a scuotere Lubiana gli Asking Alexandria, e di cui fanno parte, della straordinaria soldataglia, anche i The Dillinger Escape Plan. Stavolta toccava agli eccezionali americani con il senso della metrica progressiva, i Veil Of Maya. È possibile che nei loro otto anni di vita non avessero mai djentato in Slovenia? Stavolta al djent, miei cari ragazzini truccati e ragazzine dal gusto oscuro per il metalcore, non avete potuto scappare! Quattro album sulla lunga distanza trasudano meno il gioco induista con l’illusorietà di Maya e più una devozione sanguinaria ai sacrifici rituali dei Maya, direi io. Con il cuore su un piatto d’argento e tagli chirurgici dalla precisione metronomica dentro ritmi sincopati, faccio fatica a indicare un primus inter pares. La parte del leone nell’eccezionalità della band la fa senza dubbio l’eccezionale metronomo dietro il grande set di batteria, il venerabile Sam Applebaum. Non meno aggraziato appare l’ultimo acquisto, il bassista Danny Hauser; accanto al membro fondatore e ora unico chitarrista, l’eccezionale Marc Okubo, il quadro lo completa del tutto il carismatico e incredibilmente suggestivo tuonatore dalla voce eccezionale, Brandon Butler. I Veil Of Maya sono una macchina ben oliata che in tutti gli elementi di un gioco dannatamente tecnico se la gioca coi pesi massimi del ritmo, gli eccezionali Meshuggah. Pillars arano il terreno e, dopo il crollo dei normalisti, dopo uno dei tanti integrali di ritmica spezzata dal disco The Common’s Man Collapse , il divertimento è appena cominciato! Un’eccezionale performance di chitarra, di basso devastante e, cazzo, di dosi dannatamente irritanti ma così tecnicamente dolci e ammalianti di pause e fischi: è appena cominciato! Con un inchino alla onnipotente aura, Marc dimostra di essere una delle voci più marcate della scena deathcore djent contemporanea, e il tutto spacca, se mi è concesso essere un filo volgare, in modo ineguagliabile. I Veil Of Maya, con le loro svolte, sono tutto fuorché musica da headbanging o da ballo, e questa sera, guardando tutte quelle facce confuse che si aspettavano qualcosa di più melodico, mi sta dannatamente a pennello! E la piacevole punizione matematica per orecchie disobbedienti e che non obbediscono è così infernalmente dolce – nella forma dell’ascesso preciso come un bisturi del disco Eclipse, del pezzo Punisher, oppure dei suoi simili Numerical Scheme, Divide Paths, 20/200 o del demoniacamente retrogrado e ritmicamente estroverso Crawl Back. Più che djent, qui sento un sentore di Chimaira sotto steroidi, di Daath, di brutal death metal dalla metrica perfetta di musicisti con una formazione accademica. Eccezionale! E in tutta l’aritmia di ritmi sincopati elevati alla n-esima potenza, nelle prime linee di battaglia la vita comincia a muoversi. Dietro il velo della demoniacamente distruttiva Maya si nascondono tanta bellezza e tanti strati che anche un tipo schizzinoso ci cade facilmente, ma non sono affatto, come si dice con la locuzione »everyone’s cup of tea« nel mondo anglofono, roba per tutti i gusti. Il combo, scommetto, solo nelle ultime due tappe, suona incisivo e ponderato, e un demolitore sonico mai stanco per un solo istante, nella forma di tutti e quattro i membri dei Veil Of Maya, serve una prestazione sonora brillante. Armonie, pesanti parti di chitarra suonate con una spensierata semplicità leggera come una piuma, salti sul palco, ballo, immedesimazione ed estasi hanno fatto schiumare l’aria, per la verità non esattamente incandescente, sopra Lubiana, ma in tanti, invece di andare in estasi, preferivano guardare l’orologio e contare i minuti che separavano dai protagonisti della serata. Altri, invece, se la godevano (come »bubreg u loju«) e, a occhi socchiusi, contavano davanti agli occhi i lampi consecutivi di supernove nei consecutivi eargasmi, che sarebbero potuti essere ancora più forti se la chitarra di Okubo fosse stata un filo più amplificata e sostenuta. Questione di percezione personale, insomma … E dopo Glass Slide è arrivato il momento della provocazione finale con il pezzo It’s Not Safe To Swim Tonight. Acqua troppo bassa, onde troppo alte o esemplari troppo grandi di cartilaginei bianco-azzurri con un appetito omicida che nuotano nell’acqua? Con l’associazione a questi ultimi mi aspettavo l’arrivo di assi che coi pericoli degli squali bianchi hanno una dannata familiarità …
Dopo un decennio di Rubicone, i Parkway Drive si meritano semplicemente di mettere la corona su una serata davvero eccezionale. Durante la pausa si sono riempiti anche gli ultimi angolini e le ultime chiazze di vuoto nel cortile, immagino completamente sold out, del Giardino estivo della Gala Hala. Temperatura e aspettative hanno raggiunto il punto di ebollizione, e sul palco i fonici hanno fatto con pazienza e pignoleria l’ultimo soundcheck prima del grande atto della serata. I Parkway Drive hanno alle spalle una storia piena di traguardi: oltre a quattro album sulla lunga distanza, un EP e ben due DVD, ci sono gli scalpi di innumerevoli fan conquistati in cicli infiniti di tour festivalieri e in solitaria. I ragazzi di Byron Bay sono in missione evidente per dominare il mondo, con un suono che se la gioca con gli As I Lay Dying, gli Unearth, gli Underoath, i Bleeding Through e con tanti altri portabandiera del genere metalcore (o meglio, del metal melodico intriso di etica screamo). Sui suoni dell’intro, senza il quale uno si chiederebbe se al concerto manchi davvero qualcosa, salgono sul palco i due chitarristi, Jeff Ling e Luke Kilpatrick, alla batteria si siede Ben Gordon, il basso lo imbraccia Jia O’Connor, e, come ciliegina sulla torta attesa, davanti al pubblico lubianese già caldo si lancia anche il corpulento e palestratissimo Winston McCall. L’ultimo disco, Atlas, merita di essere presentato al pubblico sloveno! Chitarre melodiche e belle, pompose, prevedibili melodie dell’intro Sparks portano all’esplosione del seguito, con l’eruzione di emozioni di Old Ghost / New Regrets. Energia alla Unearth in modalità Crocodile Dundee! Atlas suona in effetti più cupo di tutto ciò che i Parkway Drive hanno fatto finora, ma nonostante tutto il nero e il peso i Parkway Drive sono ancora in sintonia con il loro passato goliardico. Sopra le teste del pubblico spuntano gadget gonfiabili di qualche sbandato che evidentemente ha dimenticato che stavolta non siamo a un Beach Party, dalle casse tuonano i cupi versi di Winston: »We’re born with nothing / And we die alone / Regret is all we have / Death is all we know« e praticamente tutte le gole si uniscono al ritornello. È tutta estasi, estasi della morte, penso, e mi abbandono all’ondeggiare. La dinamica del sentire collettivo della folla è eccezionale, e la band sul palco porta avanti il suo set con professionalità impeccabile. Il passato non va dimenticato, e al disco Deep Blue ci pensa Sleepwalker, che è decisamente più ballabile e positiva, ma non meno penetrante. Voci abbaianti eccezionali, chitarre bilanciate, casino con il giro in cerchio di tutti i portatori di strumenti più o meno accordati, e dietro a tutto una ritmica dannatamente massiccia di batterie ben amplificate, costruiscono un muro sonoro da cui ondeggia il plesso, mentre il battere delle onde sonore contro il petto massaggia il cuore dolorante e sentimentale. E di nuovo le domande giuste al momento giusto, portate sulle ali della calma melodica dagli ultimi respiri di Sleepwalker: »Not one more step in the name of progress, / In the name of blind ambition. / Not one more step in the name of progress, / In the name of blind ambition, / How the fuck am I supposed to feel when everything I know lies broken at my feet?« L’immagine di un mondo che gira troppo in fretta, il tempo che scorre in modo brutalmente sanguinario e le occasioni che ci scivolano tra le dita, per quanto convulsamente le stringiamo. Fa parte del nostro karma, ed è qui che come ordinato rimbomba Karma. Una successione dannatamente dolce! E poi un ritorno strategico ad Atlas con il pezzo Wild Eyes. Chitarre eccezionalmente radianti e poi il coinvolgimento della voce del pubblico! Come a un concerto degli Iron Maiden, verrebbe da pensare, ma poi arriva la stampede di ritmi staccati brutalmente sincopati e il colpo brutale delle bacchette sulle pelli! »We are the bastard sons. / We are the ones that refuse to grow cold / We are the thorn in your side / We are the thieves in the night / And we are coming to take whats ours!« tuona melodico Wilson, con un urlo graffiato e dannatamente da cani! I Parkway Drive sono tornati in grande stile e con la nota dominante dei grandi imperatori della musica!
Boneyards spezza un po’ la sinusoide dell’esaltazione con la sua nota più cruda, quasi arcaicamente vecchiotta, dei pezzi del disco Horizons, e poi ancora Anchors And Idols e Dead Man’s Chest. OK, tempo di sentimenti e di storia, quindi? Solo per un paio di istanti, perché con il pezzo Dark Days i Parkway Drive si rimettono sui binari dei tempi più moderni, cupi da recessione, e dopo Heart Is For The Heartless il set, lucidamente ponderato, è evidentemente agli sgoccioli. Il sudore cola dai volti e dai corpi della folla e degli australiani, visibilmente di ottimo umore. La folla si diverte fino all’ultimo respiro, e tra i magri lembi di spazio interpersonale evaporano le barriere del riserbo di tutti, mentre i toni imponenti di un dolce rumore sconvolgente diventano la cappella di una nuova generazione di critici del sistema appena cresciuti, che della loro criticità e della loro forza non sono ancora consapevoli. La storia d’amore è finita, bello, Romance Is Dead, e dopo l’ultimo Swing sarà ora di tornare a casa, no? Quasi, perché dopo l’insistenza rumorosa della folla ci si aspetta il ritorno e l’ultimo atto della serata. Ed è dedicato a un pezzo con la promessa di tornare – l’eccezionale finale sfogo di cuore, fra ballata e devastazione, dal titolo Carrion. Come cantano gli ultimi versi, il ritorno è inevitabile, e i Parkway li prendiamo stavolta dannatamente volentieri in parola, perché la Slovenia ha consegnato loro il suo cuore, di solito proverbialmente freddo e difficile da conquistare, e solo e soltanto grazie agli assi e agli argomenti di eccezionalità e di stile che gli australiani semplicemente hanno e che non puzzano mai dell’artificiosità dell’America.
La serata, nonostante la ricca offerta di leccornie musicali, è finita troppo presto, e le tre portate sono state per molti abbastanza piene da far scattare l’ora di avviarsi verso il buio serale di Lubiana. Dappertutto vuoto e freddo, ma nel cuore un caldo senso di entusiasmo e felicità, che vorremmo gridare al mondo, ma spesso non possiamo. Allora passiamo questa missione a chi osa e sa farlo. Io, quella sera, ho avuto parecchi momenti di piena culminazione e poi di rilascio mentale. Non c’è che dire, l’alleanza internazionale degli occupanti del palco della Gala di stavolta ha avuto successo e non ha lasciato nulla di non vissuto, non detto o tiepido. A terra, dopo il concerto, sono rimasti solo accessori calpestati, la zavorra inutile della superficialità e le maschere della finzione. Dal luogo del concerto uscivano, almeno per un momento o due, persone liberate da ogni preoccupazione, con il sorriso sulle labbra e il fischio nelle orecchie. Spero almeno che per un attimo abbiano sentito i frammenti intessuti di perfezione, bellezza e saggezza inconsapevole che i portavoce di una nuova generazione infilano nei testi. Un po’ qui e un po’ là, nelle tante varianti di un nuovo patto sonico, che rappresenta la Musica, scritta con la maiuscola.
Scaletta
ANTAGONIST A.D.
1. Ad
2. War crimes
3. This gun
4. Paul Allen
5. Golden years
6. Lovesick
7. Homesick
8. Twelve twenty two
9. Violence
10. I’m just not there
VEIL OF MAYA
- Pillars
- We Bow in Its Aura
- Interlude
- Unbreakable
- Numerical Scheme
- Dark Passenger
- Crawl Back
- 20/200
- Divide Paths
- Punisher
- Winter is Coming Soon
- The Glass Slide
- It’s Not Safe to Swim Today
PARKWAY DRIVE:
- Sparks
- Old Ghost / New Regrets
- Sleepwalker
- Karma
- Wild Eyes
- Boneyards
- Idols and Anchors
- Dead Man’s Chest
- Dark Days
- Deliver Me
- Home Is for the Heartless
- Romance Is Dead
- Swing
- Carrion
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