Van Der Graaf Generator a Udine diffondono il morbo dei guardiani del faro (2013)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Udine / Teatro Palamostre / Italia
Data del concerto: 02.07.2013
Pubblico: 700 persone
Prezzo del biglietto: 31,00€

I leggendari pionieri britannici del progressive rock Van Der Graaf Generator (abbreviati VDGG), che negli ultimi anni vanno avanti in versione trio con Peter Hammill (voce, chitarra, piano), Hugh Baton (organo, pedaliera del basso) e Guy Evans (batteria, percussioni), anche quest’anno hanno fatto un salto dai nostri vicini a ovest, gli italiani, dove fin dai primi anni Settanta godono di uno status di culto. In effetti l’Italia è sempre stata l’unico paese di cui si possa dire che abbia riconosciuto alla leggendaria band il meritato tributo per il duro lavoro e per la coerenza con cui ha inseguito la propria visione musicale. Stavolta hanno fatto tappa a Udine, esattamente quattro anni dopo il concerto di Trieste (2.7.2009), il punto più vicino alla Slovenia a cui si siano mai spinti. Da noi, per motivi fin troppo noti su cui non ha davvero senso dilungarsi, quasi al 100% non li vedremo mai suonare. Oggi i VDGG sono uno degli ultimi, sempre più isolati, gruppi pionieri del progressive rock che, nonostante i capelli dei vari membri siano ormai sempre più grigi o diradati, continuano con tour intensi e con la pubblicazione di album in studio di qualità.

Anzi, più gli anni passano e più i volti dei tre VDGG si fanno scavati e segnati dal tempo, più loro sembrano rendersi conto che restano poche occasioni per creare nuova musica e per portare dal vivo la loro unica forma di espressione musicale. A differenza di certi Yes, dove i vecchi membri verranno col tempo semplicemente sostituiti da facce nuove o, nel peggiore dei casi, dai loro parenti, e per di più con una scia di gruppi ‘tribute’ alle calcagna, Hammill e il suo vecchio compagno di avventure sanno benissimo che la presenza dal vivo della musica dei VDGG finirà quasi certamente nella tomba insieme a loro, anche perché di Peter Hammill al mondo ce n’è uno solo. E questo è stato uno dei motivi principali per cui in questo tour, per la prima volta dal 1972, hanno deciso di eseguire a ogni serata il magnum opus epico di 23 minuti »A Plague of Lighthouse Keepers«.

Finora l’avevano suonato per intero dal vivo una volta sola, nel 1972, durante un’esibizione per la televisione belga. Questa suite epica e concettuale, che arriva dal loro album più venerato ancora oggi, forse, dagli appassionati, »Pawn Hearts« (1971), insieme al disco stesso è sempre stata amatissima in Italia, mentre in patria, in Gran Bretagna, la critica di allora si ‘distinse’ ancora una volta per ignoranza e per totale incomprensione della visione musicale e concettuale dei VDGG. Oltre a questo capolavoro difficilissimo da eseguire, nella scaletta della serata hanno infilato anche qualche sorpresa graditissima. Nonostante tutti e tre i membri si avvicinino a passo svelto ai settant’anni, anche a Udine il trio era in forma straordinaria e più volte sembrava che tra Hammill, Banton ed Evans regnasse una telepatia da palcoscenico tutta loro.

Purtroppo lo stesso non si può dire degli organizzatori al Teatro Palamostre, che quella sera non hanno fatto proprio una bella figura. Prima e durante il concerto sono successe un paio di cose maldestre. Primo: la sala era semplicemente troppo piccola rispetto alla risposta generale, i posti a sedere sono finiti in fretta, e a qualcuno sono capitati biglietti con lo stesso numero di posto, con tanto di situazioni spiacevoli. Secondo: la scelta del gruppo spalla era completamente sbagliata. A dire il vero quasi nessun gruppo spalla sarebbe stato adatto ai VDGG, ma l’esibizione dei Giovanni Guidi Trio è stata un vero incubo e un’esperienza traumatica sia per il corpo sia per lo spirito. Un trio di ragazzotti messi tra pianoforte, contrabbasso e batteria ha spezzettato ritmi ripetitivi e soporiferi di free jazz d’avanguardia senza né capo né coda, figuriamoci l’anima. Quasi un’ora di cacofonia totale, tasti del piano martellati, ritmi sbilenchi e dieci minuti di accordatura delle corde del contrabbasso avrebbero sfiancato anche i nervi più d’acciaio. Era impossibile scrollarsi di dosso la sensazione di avere davanti dei falliti dell’accademia musicale, rifiutati da ogni orchestra e big band, che adesso, quando non suonano davanti a un pubblico selezionato, si esibiscono per lo più in cantine umide, dove improvvisano di continuo ‘chissà che cosa’.

Il terzo problema, il più grosso, è stato l’impianto audio della sala, del tutto inadeguato, che ha quasi rovinato il concerto dei VDGG. Il microfono di Hammill friggeva e scoppiettava sempre di più di brano in brano, mentre Banton ha avuto guai ancora peggiori con l’organo e con quello che c’è sotto: la pedaliera del basso a tratti non si sentiva proprio e, un paio di volte, l’altoparlante ha gracchiato in modo così indecente che uno con i nervi meno saldi e meno esperienza se ne sarebbe già andato dal palco da un pezzo, o almeno avrebbe interrotto il concerto. Ma il leggendario trio non si è fatto scomporre da questi problemi tecnici, né dal fatto che i tecnici di palco, goffi, si siano accorti che qualcosa non andava solo verso la fine dello show, mettendosi a trafficare sul palco troppo tardi e del tutto inutilmente. Da veri professionisti hanno stretto i denti e sono arrivati in fondo, anche se si sentiva che erano un po’ arrabbiati con i fonici maldestri, tanto che Hammill a un certo punto ha smesso di sforzarsi con il suo italiano da gentiluomo.

Ora passiamo alle cose positive. I VDGG sono, come già detto, musicisti incredibili, che invecchiano come il buon vino. La voce di Hammill è ancora ottimamente conservata, anche se con gli anni si è abbassata di tonalità, perché non riesce più a raggiungere tutte le note alte. È il motivo principale per cui molto probabilmente ballate leggendarie come »Refugees« e »House With No Door« non le sentiremo mai più dal vivo. La scaletta era composta da brani degli ultimi due lavori in studio ‘regolari’ (l’album strumentale e improvvisato »ALT«, senza la voce di Hammill, qui in qualche modo non rientra), cioè »A Grounding in Numbers« e »Trisector«, da un pezzo solista di Hammill e da tre classici degli anni Settanta. Hanno aperto il concerto con la brillante e caotica »Interference Patterns«. L’atmosfera possente, frutto del camaleontismo tonante di Hammill, dei passaggi d’organo melodrammatici di Banton e dei rullate spietate di Evans, è sbocciata in un attimo. Il signor Hammill, che dopo tanto tempo portava i capelli un filo più lunghi del solito, ha passato quasi tutta la prima parte del concerto seduto al pianoforte, poi sono arrivati i brani per chitarra elettrica. L’atmosfera incandescente si è un po’ placata con la più eterea e sottile »Your Time Starts Now«, che ha mostrato l’altra faccia della leggendaria band.

Una delle sorprese più grosse è stata la splendida esecuzione del capolavoro solista di Hammill »Flight«, che arriva dall’album »A Black Box«. Questa, insieme a »Meurglys III« e a »A Plague of Lighthouse Keepers«, era una delle suite epiche della serata. Con »Bunsho« e »Lifetime« hanno ricordato ancora una volta ai presenti in sala che il materiale in studio più recente per qualità non ha nulla da invidiare ai loro classici degli anni Settanta. La già citata delizia epica »Meurglys III, The Songwriter’s Guild«, un’altra bella sorpresa, che in origine viene dal piuttosto trascurato album »World Record«, è stata un po’ accorciata, perché stavolta non hanno suonato la famosa sezione reggae, che a molti fan semplicemente non va giù, anche se non è affatto sbagliata e rappresenta uno degli esperimenti più divertenti della loro carriera.

Per chiudere la parte regolare del concerto hanno scelto, come previsto, »A Plague of Lighthouse Keepers«, dove i guai tecnici di cui sopra ci hanno messo lo zampino, ma loro l’hanno comunque portata in porto con sicurezza, con tutta la sua complessità e le tante improvvisazioni, dimostrando al pubblico e a sé stessi di poter ancora suonare anche le creazioni più impegnative della loro ricca carriera. Il finale è stato coronato nel miglior modo possibile, perché »Man-Erg« è una delle loro canzoni migliori e più rappresentative in assoluto, anche se qualcuno avrebbe preferito sentire la più impegnativa »Childlike’s Faith in Childhood’s End«. Senza i guai tecnici forse avrebbero suonato un pezzo in più, ma a fine concerto, anche ‘grazie’ a un gruppo spalla del tutto inutile, si era fatto ormai tardi ed era arrivato il momento del riposo serale. Le leggende del rock (prog) britannico, che in gioventù hanno badato alla salute e non hanno mai toccato sostanze stupefacenti né messo in pratica il motto ‘sesso, droga e rock’n’roll’, da vecchi vanno a letto ‘con le galline’, il che, da un certo punto di vista, è anche giusto. Con il concerto di Udine, nonostante i tanti guai tecnici, i Van Der Graaf Generator alla fine sono usciti da vincitori e sono stati premiati come si deve con un applauso fragoroso del pubblico. I VDGG hanno dimostrato ancora una volta di essere una categoria a sé e senza dubbio la formazione pionieristica del progressive rock che oggi vale di più la pena di vedere dal vivo.

Scaletta

1. Interference Patterns
2. Your Time Starts Now
3. Flight
4. Lifetime
5. Bunsho
6. Meurglys III
7. A Plague of Lighthouse Keepers
—bis—
8. Man-Erg

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