Steve Hackett per la prima volta in Slovenia! (2009)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Jernej Vene

Luogo: Slovenj Gradec
Data del concerto: 16.07.2009
Spettatori: 350
Prezzo del biglietto: 0,00€

Il tradizionale festival musicale estivo di Slovenj Gradec quest’anno ha sfoderato una vera sensazione per tutti i palati fini della musica: non capita spesso dalle nostre parti che una leggenda della chitarra del calibro del grande Steve Hackett, ex membro dei pionieri del prog rock Genesis e musicista che con la sua musica e la sua tecnica ha influenzato intere generazioni di chitarristi più o meno noti, si presenti nei panni di ospite speciale, sottotraccia e senza alcun clamore mediatico. A Slovenj Gradec (e per di più per la prima volta in Slovenia) Steve è salito sul palco come ospite speciale dei fantastici, ma relativamente poco conosciuti Djabe, formazione jazz fusion ungherese con cui collabora a intermittenza dal 2004. Con loro ha registrato anche l’album “Sheafs Are Dancing”.

Negli ultimi due anni il leggendario chitarrista, oltre ai concerti con la sua band, da grande fan dei Djabe partecipa anche ai tour di questo gruppo dell’Europa orientale, che sono tutt’altro che limitati al continente europeo. Nel loro girovagare i Djabe sono approdati, tra gli altri posti, anche in Malesia, Mongolia, Canada e USA. Questo ovviamente significava che Hackett quella sera sarebbe salito sul palco come ospite solo per alcuni brani e non per tutto il concerto, ma anche nei momenti senza di lui i Djabe hanno soddisfatto in tutto e per tutto le aspettative, se non addirittura superato, regalando una vera e propria delizia live a tutti gli amanti del prog rock di qualità e del jazz rock fusion. E chi sperava in qualche chicca dalla carriera solista di Steve e dall’eredità dei Genesis non è rimasto proprio a bocca asciutta.

L’esibizione si è svolta in una cornice praticamente ideale, il cortile del castello cittadino. Qualche ora prima dell’inizio sembrava che il pubblico sloveno si sarebbe perso in massa questo evento unico, ma quando è arrivato il momento dei cult dello jazz fusion ungherese, le sedie nel cortile erano comunque ben occupate. I Djabe hanno sorpreso fin dal primo secondo, ancora prima dell’arrivo della loro eminenza chitarristica, con una combinazione energica di jazz fusion di altissimo livello in cui intrecciavano i più svariati elementi di world music, l’etno della loro terra e anche qualche finezza classicheggiante. Questa fusione di stili musicali diversi, che si rifletteva in una varietà ambientale da togliere il fiato, l’hanno condita con le abilità virtuosistiche dei singoli membri e con l’uso di alcuni strumenti esotici.

I Djabe, composti da Ferenc Kovacs a tromba e violino, Attila Egerhazi alla chitarra, Tamas Barabas al basso, Zoltan Kovacs al pianoforte e Szilard Banai alla batteria, si sono rivelati musicisti affascinanti e virtuosi, che si sono guadagnati in un attimo la simpatia del pubblico. Nel momento in cui, dopo un annuncio breve ma drammatico, sul palco è arrivato il maestro Hackett e si è lanciato nel celebre assolo del classico dei Genesis “Firth Of Fifth” (originariamente dal leggendario album “Selling England By The Pound”, 1973), la reazione del pubblico si è trasformata in entusiasmo aperto. Steve, tradizionalmente schivo e incredibilmente pacato, nel suo tipico stile scenico è rimasto per la maggior parte del tempo in posa eretta e un po’ inarcata, mentre in alcuni brani si è seduto su uno sgabello, alla jazzista, tessendo “magie” chitarristiche con la sua amata Gibson Les Paul. Ma il maestro Hackett non è stato l’unico ospite a esibirsi con i Djabe quella sera: Ferenc Kovacs alla tromba è stato ogni tanto sostituito dal giovane connazionale Aron Koos-Hutas, che col tempo è riuscito a scrollarsi di dosso la timidezza iniziale.

Quest’ultimo è salito sul palco quando si sono buttati insieme sul classico solista di Hackett “The Steppes” (originariamente dall’album “Defector”, 1980), che hanno condito in chiave fusion con numerosi inserti jazz ed etno orientaleggianti. Non sorprende affatto che dal magnifico repertorio solista di Steve abbiano scelto proprio questo pezzo, visto che l’atmosfera orientale che domina anche la versione originale gli calza a pennello. Dopo uno dei momenti clou della serata Steve ha lasciato il palco per un po’, mentre i Djabe e Aron hanno spiazzato tutti con un’ottima “Afro Dance”, dove hanno dato spazio a diverse finezze ritmiche e improvvisazioni africane. Strada facendo si sono spartiti gli assoli di tastiere, tromba, violino e chitarra. La sezione ritmica dei Djabe è davvero fenomenale e qualsiasi band jazz fusion moderna la vorrebbe di sicuro.

Steve è tornato per “Blues in E”, dove insieme ai camerati ungheresi ha entusiasmato anche con qualche breve inserto blues. Il momento più divertente, se non il più interessante del concerto, è arrivato quando tutti gli artisti sul palco si sono divisi tra loro il tradizionale strumento indonesiano angklung, fatto di canne di bambù, mettendo in scena un numero etno che per un attimo ha avvolto il palco del castello in un’autentica atmosfera del Pacifico. Nell’esecuzione di “Distant Dance” tutti i musicisti hanno avuto il loro assolo. A spiccare sono stati soprattutto il batterista Banai, vincitore del premio ungherese come miglior batterista dell’anno, il bassista Barabas e naturalmente il maestro Hackett, che ha sfoggiato il suo approccio inconfondibile, in cui si mescolavano velocità straordinaria e raffinatezza nel pizzicare le corde.

A chiudere in grande stile la parte regolare del concerto ci ha pensato un’altra classica dei Genesis, “In That Quitet Earth”, originariamente dall’ultimo album di Hackett con i Genesis, “Wind & Wuthering” (1977). Chi sentiva da tempo la mancanza di questo leggendario pezzo nelle scalette dei concerti dei Genesis era ovviamente al settimo cielo. Alla fine Steve e il chitarrista dei Djabe Egerhazi, che è anche il manager della band, hanno ricevuto dei regali simbolici da due ragazze. Alle ovazioni scroscianti è seguito un rapido ritorno sul palco e l’esecuzione della splendida “Behind The Veil”, ultimo brano di questa serata indimenticabile, in cui Steve e compagni hanno di nuovo lasciato a bocca aperta costruendo un’atmosfera eccezionale e con brillanti assoli.

In due ore abbondanti ci siamo potuti gustare un jazz fusion di prima qualità, con tanti elementi diversi di world music, di etno ungherese e di classica, impreziosito dalla presenza sonora saltuaria ma generosa di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. L’umiltà e la alla mano di Steve, che abbiamo potuto toccare con mano già prima dell’inizio del concerto, è semplicemente sbalorditiva e può servire da splendido esempio a certi “misantropi” della chitarra tipo Steve Howe o Robert Fripp, che non vogliono stringere la mano ai propri fan e davanti a loro scappano in furgoni blindati.

Certo, ogni fan sloveno di Steve, tradizionalmente “invisibile”, avrebbe vissuto la rivelazione più grande se fosse arrivato da noi con la sua band e avesse suonato un ampio repertorio di classici solisti e dei Genesis, ma in compenso abbiamo potuto vederlo (per la prima volta dopo lo scioglimento del supergruppo GTR) in un ruolo raramente visto, quello di ospite, in cui il suo straordinario talento strumentale e il suo dono per creare atmosfere eccezionali hanno preso vita dentro un linguaggio fusion est-europeo davvero interessante. I Djabe hanno giustificato in pieno la fascinazione di Steve per la loro musica e fatto capire almeno in parte la sua affermazione, di certo sconcertante, che siano la miglior band con cui abbia mai suonato. Visto che è passato più di trent’anni dall’ultima volta che ha suonato con i Genesis, non gli si può certo rimproverare tanto entusiasmo. Stare insieme a Steve e ai Djabe è stata una di quelle magiche serate di concerto che tutti i presenti, soprattutto noi che abbiamo avuto occasione di fare due chiacchiere con la leggenda, non dimenticheranno tanto presto. Spero davvero che qualche organizzatore locale col cuore e la capacità giusti riesca presto a convincere di nuovo il maestro Hackett a tornare. Stavolta, ovviamente, con la sua band.

Foto: Ivana Kisegi, Rok Podgrajšek e Jernej Vene

Scaletta

1. Sheafs Are Dancing
2. Erdo, Erdo
3. Firth of Fifth
4. Reflections of Thierache
5. Underwater Sunlight
6. The Steppes
7. Afro Dance
8. Clouds Dance
9. Winter Forest
10. Blues in E
11. Angklung
12. Distant Dance
13. In That Quiet Earth
—bis—
14. Behind The Veil

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