Steven Wilson : Hand. Cannot. Erase

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Etichetta: K-Scope
Anno di uscita: 2015
Produzione: Steven Wilson
Durata dell’album: 65.44
Genere: Progressive Rock / Art Rock

Tra tutti i musicisti prog di oggi, il geniale e multitalentuoso Steven Wilson è senza dubbio quello che ha fatto di più per promuovere e far andare avanti questo movimento musicale, da tempo tutt’altro che popolare. Da quando, dopo «The Incident» (2009), ha messo i Porcupine Tree su un ‘binario morto’ a tempo indeterminato, si è buttato a capofitto in una carriera solista altrettanto prolifica e ambiziosa, in cui finora ha messo a segno tre ottimi album in studio. I suoi tanti progetti collaterali, il lavoro di produzione e le nuove versioni sonore di certi classici del prog, con cui risveglia con successo l’interesse per gli anni d’oro del progressive anche tra gli ascoltatori più giovani, sono contributi preziosissimi per la scena prog attuale, dove Steven è diventato già da un pezzo il protagonista più importante e il mecenate.

«Hand. Cannot. Erase» è il quarto album solista di Steven e segna un cambio di stile netto rispetto al cupo predecessore «The Raven That Refused to Sing (And Other Short Stories)» (2013): a livello di atmosfera è meno tenebroso, anche se, come da tradizione wilsoniana, resta un lavoro decisamente malinconico e pieno zeppo di momenti contemplativi. Dal punto di vista stilistico il jazz qui pesa molto meno, complice anche l’assenza del fiatista Theo Travis (Soft Machine Legacy, Gong), mentre Steven flirta più volte con il pop rock, con elementi di musica elettronica, con il prog metal e con il progressive rock sinfonico degli anni Settanta.

A parte Travis, che stavolta compare solo come ospite su «Happy Returns» (dove suona anche il mitico batterista Chad Wackerman, ex Frank Zappa), Steven è riuscito a tenere insieme tutta la band che lo accompagnava nel disco precedente e che gli resta fedele anche nei tour: un gruppo di autentici virtuosi come il leggendario bassista/chapman stickista/corista Nick Beggs (Kajagoogoo, Steve Hackett), lo strano fenomeno della chitarra Guthrie Govan (The Aristocrats, ex Asia), il batterista maniaco Marco Minnemann (The Aristocrats, Joe Satriani) e il tastierista jazz tenutissimo in considerazione Adam Holzman (noto soprattutto come musicista di supporto, ha collaborato in carriera anche con Miles Davis). Una formazione così permette all’instancabile stakanovista della musica Wilson, che oltre a cantare, suonare chitarra e tastiere, produrre e comporre firma ovviamente anche tutti i testi, di realizzare al massimo le sue idee ambiziosissime, e su «Hand. Cannot. Erase» non ne mancano di certo.

Come il suo predecessore, anche «Hand. Cannot. Erase» è un concept album, stavolta però ispirato a una storia vera, quella di Joyce Carol Vincent (1965-2003): la maggior parte dei brani racconta la vicenda sconvolgente di una ragazza che viveva a Londra e a un certo punto è ‘sparita nel nulla’. Di colpo ha lasciato il lavoro e tagliato ogni contatto con il mondo esterno (pare a causa di violenze in famiglia). Nessuno si è accorto della sua scomparsa (e della sua morte successiva), nemmeno dopo quasi tre anni, anche se era bella, benvoluta e aveva un sacco di amici (a quanto pare finti). Né il rumore della tv sempre accesa né il puzzo tremendo che usciva dal suo appartamento sono bastati perché qualcuno bussasse alla sua porta in tutto quel tempo. Alla fine sono state le bollette e le tasse non pagate a far sì che qualcuno entrasse e scoprisse ciò che restava del suo corpo (uno scheletro), circondato da regali di Natale mai aperti (la causa esatta della morte è ancora poco chiara): un’ulteriore, eloquente prova della brutalità e della perversione della moderna società neoliberale, dove le ‘uniche cose eterne’ sono le tasse e la morte.

Wilson ha avuto l’idea per il concept di «Hand. Cannot. Erase» dopo aver visto il docudramma «Dreams of a Life», che parla della vita della Vincent, e poi ha ritoccato un po’ la biografia della protagonista del suo concept, regalandole radici italiane e una sorella minore. È bello sapere che resta un critico sociale pungente e che mantiene un alto livello di empatia verso chi è stato stritolato dagli ingranaggi della società moderna.

Tra i momenti migliori del disco, che come da vecchia abitudine di Steven è bello carico di mellotron, c’è senza dubbio la prelibatezza da dieci minuti «3 Years Older», imbottita di elementi di prog rock sinfonico e di prog metal, in cui tutti i virtuosi trovano già nell’intro un sacco di spazio per ‘sgranchirsi’ strumentalmente, mentre la title track, con il suo messaggio sconvolgente, è una gita interessante nel pop rock, cosa per nulla strana per Steven, che ai tempi dei Porcupine Tree ha creato parecchi pezzi affini con il suo fascino pop. In «Perfect Life», dove il parlato è affidato alla nota mezzosoprano gallese Katherine Jenkins, Wilson gioca con elementi ambient della musica elettronica, mentre uno dei momenti più forti dell’album è la cupa «Routine», che racconta la routine quotidiana di una donna distrutta e depressa che ha perso una figlia in una sparatoria a scuola. Qui a Steven alla voce principale si affianca in modo armonioso un’ospite speciale, la cantante israeliana Ninet Tayeb.

«Home Invasion» è un miscuglio potente di jazz fusion, new wave e psichedelia, dove tutti i musicisti coinvolti hanno un sacco di spazio per improvvisazioni variopinte. Da segnalare anche l’ep di oltre tredici minuti «Ancestral», che rappresenta il climax artistico dell’intero album e in cui il signor Wilson dimostra ancora una volta le sue tante influenze musicali. «Ascendant Here On…» è invece la tipica chiusura wilsoniana, in cui, mentre si canta il ritornello, a regnare alla fine è un amaro mix di nostalgia e malinconia.

Steven Wilson resta la luce guida del progressive rock contemporaneo anche dopo l’ottimo «Hand. Cannot. Erase», un disco in cui, mescolando un sacco di influenze musicali diverse, porta con un concept toccante idee nuove, fresche e più che benvenute. Motivi per stupirsi, in realtà, non ce ne sono, perché il maestro resta il maestro, e per tutto il tempo lo assiste una squadra musicale di prima classe: ne esce un album che finirà senza dubbio tra i principali candidati a disco prog dell’anno e che contiene alcuni dei momenti più forti, a livello di messaggio, di tutta la sua carriera. La decisione un po’ controversa di Steven di far diventare i Porcupine Tree, che prima o poi riprenderà quasi di certo, solo uno dei suoi progetti collaterali, dando la precedenza alla carriera solista dopo l’inatteso successo di «The Raven That Refused to Sing», ha rattristato molti, se non fatto proprio arrabbiare, ma lui sa benissimo dove si trova al momento il suo cuore artistico, e finché continuerà a sfornare album di questa qualità, come «Hand. Cannot. Erase», non c’è assolutamente motivo di farsi il sangue amaro.

di: Peter Podbrežnik
voto: 10 / 10

Tracklist:
1. First Regret (2:01)
2. 3 Years Older (10:18)
3. Hand Cannot Erase (4:13)
4. Perfect Life (4:43)
5. Routine (8:58)
6. Home Invasion (6:24)
7. Regret #9 (5:00)
8. Transience (2:43)
9. Ancestral (13:30)
10. Happy Returns (6:00)
11. Ascendant Here On…(1:54)

Formazione:
Steven Wilson – voce principale, chitarra, mellotron, tastiere, basso, banjo, hammered dulcimer, programmazione, effetti
Guthrie Govan – chitarra
Nick Beggs – basso, Chapman stick, cori)
Adam Holzman – tastiere
Marco Minnemann – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Dave Gregory – chitarra (brani 2, 3 e 10)
Chad Wackerman – batteria (6)
Ninet Tayeb – voce (5 e 9)
Theo Travis – flauto e sax baritono (9)
Katherine Jenkins – parlato (4)
Leo Blair – voce solista (5)
Schola Cantorum Of The Cardinal Vaughan Memorial School – coro (5, 10 e 11)
London Session Orchestra – arrangiamenti orchestrali (9 e 10)

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